Una passeggiata immaginaria al Museo d’Arte Meravigliosa di Barlocco

I musei sono chiusi e noi siamo chiamati a restare a casa per contrastare la diffusione del Coronavirus. Ma chi ci vieta di fare una visita immaginaria a un luogo altrettanto fantasioso come il Museo d’Arte Meravigliosa di Barlocco? A farci da guida è Antonello Tolve.

Giuseppe Abbati, Veduta di una strada di campagna, 1860-62 ca. Galleria d’Arte Moderna, Palazzo Pitti, Firenze
Giuseppe Abbati, Veduta di una strada di campagna, 1860-62 ca. Galleria d’Arte Moderna, Palazzo Pitti, Firenze

Non a tutti è concesso di raggiungere Barlocco, località così poco conosciuta che anche le mappe più aggiornate dei nostri navigatori fanno cilecca nel captare e dunque indicare lo svincolo esatto che dalla statale 753 (è, si badi, il punto ben preciso in cui la strada statale diventa strada provinciale 142) porta, percorsa la lunga e panoramica e a onor del vero piacevole vicinale, a questo paesino di circa 4mila abitanti dove il tempo sembra essersi fermato per lasciar sentire, nell’aria, l’odore di un’Italia semplice e contadina, sorridente e accogliente. Prima di recarsi al numero 8 di via degli Innocenti (inizialmente pensavo d’aver letto via Innocenzo, forse fuorviato dai tanti papi e martiri che hanno reso celebre questo nome), dove sorge un museo davvero sorprendente di cui daremo a breve alcune piccole e ci auguriamo significative direttive anche per invogliare magari qualcuno a intraprendere – quando nuovamente sarà possibile, visti i tempi – il viaggio, e il viaggiatore accorto che riesce a trovare Barlocco lo fa spinto principalmente dal desiderio di visitare questo museo il cui acronimo è MAMBa (non Museo d’Arte Moderna di Barlocco, come qualcuno potrebbe erroneamente pensare, ma Museo d’Arte Meravigliosa di Barlocco), c’è la possibilità, prima appunto di andare su via degli Innocenti, di fermarsi per una buona e inaspettata colazione all’Osteria delle Mosche, il cui nome lascia molto a desiderare anche se ricorda quello inventato da Collodi nel suo secondo Pinocchio, Pipì o lo scimmiottino color di rosa del 1887, dove sono narrate per l’appunto le vicende di uno scimmiotto che voleva diventare a tutti i costi come gli uomini.
Qui non solo l’ospitalità, assieme alla pulizia, regna sovrana, ma si possono degustare anche dei piatti davvero deliziosi e i cui nomi sembrano usciti dalla penna di un poeta. Tra i primi, ad esempio, imperdibile è il Sorriso di ravioli senza tempo, al pomodoro e basilico (nell’impasto dei ravioli c’è ricotta con cannella, zucchero e menta: ingredienti che offrono al palato, grazie all’accostamento con il pomodoro e con il filo di denso intenso verdorato olio extravergine d’oliva versato a crudo, un’acidità sonora, un’esplosione maestosa di sapori). La proprietaria di questa insolita locanda, un po’ grassottella e all’incirca sulla 60ina, è la signora Antonia, ma tutti la chiamano, con grande rispetto e devozione (forse perché è colei che allevia anche i palati più rustici), zia Totonna, uno strano vezzeggiativo che dona alla persona, a guardarla nell’insieme, maggiore simpatia.

Villa La Magia, Comune di Quarrata
Villa La Magia, Comune di Quarrata

LE SCALE “BALLERINE”

Il MAMBa non è molto lontano dall’Osteria delle Mosche, e la breve passeggiatina di appena due minuti risulta gradevole anche se non si ha voglia di riscoprire degli spaccati urbanistici d’altri tempi o di guardarsi intorno per esaminare sull’uscio delle case, di quelle che sbucano a piano terra, una sedia, una panca, una cesta di vimini, una bottiglia d’acqua lasciata all’angolo dell’entrata per allontanare i dispetti di qualche gatto birichino.
Giunti al museo, ad accogliere lo spettatore al desk informativo d’ingresso che naturalmente funge anche da biglietteria e da bookshop dove c’è, tra l’altro, un inappuntabile assortimento di titoli, è una grande e maestosa scala che (forse sarà la strana forma a imbuto capovolto) sembra spalancarsi all’occhio di chi comincia a percorrerla in salita come una colata di materia e memoria. Un giovane e preparato ragazzo, a piano terra, con lui ci sono anche due allegre tirocinanti, avvisa che le scale sono la prima meraviglia del museo perché, a detta sua, si muovono, ma si muovono realmente (non sempre e dunque in alcuni casi), forse a causa di piccole scosse telluriche, di microsmottamenti del terreno, di danni strutturali – lievi ci auguriamo mentre le frequentiamo.
L’esposizione reale ha inizio però al piano superiore dove, terminate queste inquietanti scale “ballerine”, in sette sale incontriamo (collocati in ognuna di esse) un pezzo di legno circolare, alcuni fogli bianchi immacolati opportunamente incorniciati, un giornaletto a fumetti adagiato su un muro, tredici basi d’un piacevole grigio chiaro, un garofano rosso, un tavolo con due sedie e infine un cartoncino latteo, anche questo racchiuso in una cornice a cassettone color miele. Tutto è immobile e un po’ deludente, l’aria che arriva da una finestra fa pensare a I Need Some Meaning I Can Memorise (The Invisible Pull), il brillante progetto concepito nel 2012 da Ryan Gander per il Fridericianum di Kassel in occasione di dOCUMENTA 13 curata da Carolyn Christov-Bakargiev.

LE OPERE DEL MUSEO D’ARTE MERAVIGLIOSA

Tra questo livello e quello superiore ci sono ventisei gradini a chiocciola, a cui si accede dalla quinta saletta, dicono le guide del piano terra che in alcuni giorni i gradini siano soltanto ventidue e che in discesa diventano sempre, costantemente, appena cinque. Nell’ambiente unico a cui si accede guardando attentamente i gradini (se qualcuno ci dice che si muovono e cambiano di numero non possiamo non guardarli) pensando che forse il museo offre un bel buco nell’acqua, è presente soltanto un’opera solitaria, la cui didascalia, qui almeno c’è una didascalia, ci dice il nome del lavoro: la Riformosa! Collocata in un angolo della grande sala, questa scultura in gesso patinato, nella forma e anche per il materiale adottato da un artista di cui non sapremo mai il nome, sembra richiamare alla memoria l’Antigrazioso (1913) di Umberto Boccioni. Man mano che si esamina la plasticità un po’ geometrica della massa lo spettatore, sconcertato, avverte piccoli e impercettibili movimenti. Inizialmente potrà pensare che sono condizionati dalla luce o da un effetto oftalmico e magari riconducibili a alcuni studi di psicofisica della visione, ma dopo qualche minuto le cose cambiano e quel volto comincia a ruotare, a guardare fisso lo spettatore, le labbra si schiudono, il gesso patinato e senza vita comincia a parlare, saluta lo spettatore (raggelato, sbigottito, più confuso del nostro confuso presente) e lo tranquillizza, per poi avviare una narrazione, il lungo racconto della sua nascita.
Fortunatamente in discesa i gradini sono cinque (diventano cinque per la paura?) e dove poc’anzi regnava il vuoto e il silenzio (siamo nella settima sala e bisogna ritornare alla prima per scendere la grande scalinata che conduce all’ingresso) ecco dalla cornice color miele apparire Antonio Gramsci così come rielaborato da Alfredo Jaar che chiede informazioni sul tempo presente. Dove c’era il tavolo con le sedie, due persone giocano a carte, proprio come in una riflessione di Elena Bellantoni (l’artista) in dialogo con Angelo Trimarco (il critico).

Palazzo Ruggi d'Aragona, Salerno
Palazzo Ruggi d’Aragona, Salerno

LAVORI CHE CAMBIANO VOLTO

Il garofano rosso è sempre lì, immobile, ma intorno i battiscopa si staccano e riattaccano continuamente al muro, tanto da far pensare allo Strappo realizzato da Giovanni Termini nel 2015. Sulle basi grigio chiaro ci sono ora tredici piccole sculture (simili a quelle realizzate da Mrdjan Bajic nell’ultimo quinquennio) che mostrano e raccontano i disastri o i fallimenti dell’umanità. Il fumetto è scomparso e al suo posto sembra uscire dalla parete (e come si divincola!) This is not a love song 2 (2005) di Adrian Tranquilli mentre sui fogli bianchi immacolati ora è possibile trovare le lettere di un abecedario che ricorda alcune latitudini dello scenario creativo elaborato da Giuseppe Stampone (anche se al MAMBa le immagini all’interno dei riquadri mutano: le lettere alfabetiche si animano, alcune fanno l’occhiolino a chi le guarda). Quel pezzo di legno circolare si è trasformato frattanto (altro che un legno morto!) in un grande arbusto arrampicante e verzicante di vita carico di oggetti: rievoca nell’insieme Habitat #1 (2020), il progetto realizzato da Eugenio Tibaldi alla Galleria Nazionale di Roma.
Le scale, in discesa, e non vi spaventate quando le scenderete (se un giorno le scenderete), si muovono davvero, a tratti sembrano i tasti di una grande clavietta scolastica perché oltre a muoversi emettono piacevoli effetti sonori, musiche familiari.
I tre ragazzi, al piano terra, ripetono, senza scomporsi più di tanto guardando il nostro volto un po’ cinerino, che non bisogna spaventarsi o allarmarsi, che tutto fa parte della viva normalità, che siamo soltanto al MAMBa, al Museo d’Arte Meravigliosa di Barlocco.

Antonello Tolve

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi, 1977) è titolare di Pedagogia e Didattica dell’Arte all’Accademia Albertina di Torino. Ph.D in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico artistica (Università di Salerno), è stato visiting professor in diverse università come la Mimar Sinan Güzel Sanatlar Üniversitesi, la Beǐjin̄g Yuy̌ań Daxué, l’Universitatea de Arta si Design de Cluj-Napoca e la Universidad Central de Venezuela. Critico d’arte e curatore, è stato commissario in diverse giurie internazionali. Tra i suoi libri si ricordano “Gillo Dorfles. Arte e critica d’arte nel secondo Novecento” (La Città del Sole, 2011), “ABOrigine. L’arte della critica d’arte” (PostmediaBooks, 2012), “Ubiquità. Arte e critica d’arte nell’epoca del policentrismo planetario” (Quodlibet, 2013), “La linea socratica dell’arte contemporanea. Antropologia Pedagogia Creatività” (Quodlibet, 2016), “Istruzione e catastrofe. pedagogia e didattica dell’arte nell’epoca dell’analfabetismo strumentale” (Kappabit, 2019), “Me, myself and I. Arte e vetrinizzazione sociale ovvero il mondo magico del selfie” (Castelvecchi, 2019), “Atmosfera. Atteggiamenti climatici nell’arte d’oggi” (Mimesis, 2019). Ha curato con Stefania Zuliani il volume di Filiberto Menna, “Cronache dagli anni settanta. Arte e critica d'arte 1970-1980” (Quodlibet, 2017) e, con S. Brunetti, “Il sistema degli artisti. Collezione, conservazione, cura e didattica nella pratica artistica contemporanea” (Mimesis, 2019). Dal 2018 e Direttore della sede romana della Fondazione Filiberto e Bianca Menna e dal 2014 è curatore della Gaba.Mc – Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Macerata.