A meno di noi. Venezia ai tempi del Coronavirus

Un viaggio negli ultimi tre decenni attraverso la poesia e Venezia, masegno dopo masegno, riflesso dopo riflesso, fino a oggi, ai tempi del Coronavirus, in cui la città lagunare, senza l’umano impegnato a preservarsi, risplende in un vuoto che fa l’eco e diviene talvolta assordante. Il racconto della poetessa Anna Toscano.

Mi sono innamorata della poesia negli ultimi anni delle superiori: mi sembrava che le poesie che andavo a scovare nei libri di casa parlassero perfino di me, della mia vita; ma anche quella nei libri di scuola, L’Infinito di Leopardi per esempio, parlava del mio quotidiano. Ero stupita. Ero stupita dal fatto di trovare cose che mi appartenessero, di vicende anche misere, di cose di poco conto della mia esistenza di provincia nelle poesie di molti. Un paio di anni dopo lo stupore divenne più grande, fu quando persi la testa per Venezia. Erano i primi anni dell’università e la cosa incredibile per me fu che i poeti che leggevo avevano scritto versi in cui trovavo me e Venezia insieme.
I primi incontri nacquero sui versi di Vincenzo Cardarelli, sull’immagine che i suoi gabbiani creavano nella pagina “Non so dove i gabbiani abbiano il nido, / ove trovino pace. / Io son come loro / in perpetuo volo”. Ecco i gabbiani, volatili in perpetuo volo in quel tempo, trent’anni fa, in una città deserta da settembre ad aprile, una città di rumori di passi ‒ eco di rumori di passi ‒ notte e giorno e riflessi, tanti riflessi di luce. I grandi amori nacquero con sottofondo Autunno Veneziano e Settembre a Venezia in cui un Cardarelli, stupito e vorace di vita, si faceva luogo “Già di settembre imbrunano / a Venezia i crepuscoli precoci / e di gramaglie vestono le pietre”. Tutto era gabbiano in quegli anni, uno sfiorare la vita e acciuffare la bellezza, un amare la quiete vivendo in burrasca.

RUMORI, SUONI, RIFLESSI, LUCI, ODORI, LAMPIONI: LO SPARTITO DELLA CITTÀ

Di Venezia ho amato subito tutto, quando si fa bella con cipria e lustrini e quando mette in mostra le sue piaghe da anziana consunta; di Venezia ho amato da subito rumori e odori, luci e riflessi. Amo l’eterno scherzo dei riflessi tra acqua, cielo, vetri e lampioni, l’amplificarsi interminabile delle visioni: posso essere in un luogo ma riflessa anche in un altro: sono sempre io quella, ma con quale altra vita? Anche gli specchietti alle finestre per vedere chi stia fuori senza affacciarsi, rimandano a un dentro continuo tra vetri e luci. Inesauribili mondi paralleli da cui uscire ed entrare, altre esistenze e altre stanze da vivere, guardandosi da dentro mentre si suona fuori. Ma ora sta parlando la me giovane, sta parlando quella indomabile voglia di tante vite che fa annusare l’aria per poi trattenere il respiro.
Allora come oggi, quando scendo dal treno di ritorno in laguna in inverno, accolgo l’odore di alghe ghiacciate come gesto di accoglienza della città, amo questo olezzo di cui già scriveva in Fondamenta degli Incurabili Iosif Brodskij e amo Iosif Brodskij nelle cui pagine tanto ho trovato di me in questa città. Per questo le Zattere è un cammino in cui percepisco di stare, stare in me e in un luogo.

A meno di noi, photo Anna Toscano, Venezia marzo 2020

A meno di noi, photo Anna Toscano, Venezia marzo 2020

SCARPE CHIODATE SULLA PELLE

In questi ultimi anni, che di esistenza ne basta una, ed è già troppa, lo scherzo incessante di luce che crea questa città rincuora e dà la possibilità di non vedere, scegliere di non vedere, l’ammucchiarsi di gente incauta che procede come con scarpe chiodate sulla pelle di un dorso affaticato. Scarpe chiodate sulle persone che la vivono e la preservano, scarpe chiodate sui ricordi vivi e sui ricordi morti, scarpe chiodate su frammenti di noi perché, con Mario Stefani, “sono consumate dai ricordi queste calli / hanno brandelli della mia carne / hanno sofferto con me e tanto amato / hanno inciso i miei sospiri e i miei lamenti / e i miei sorrisi e i miei avidi baci / sono appesi ai muri […]”.
I gabbiani, accecati non più dai riflessi ma dalla fame, hanno varcato la soglia della paura per farsi predatori insieme ai predatori. E noi, piccoli numeri di umani residenti, ci siamo ritirati in un guscio con molte finestre. Di là del riflesso del vetro ci siamo noi, inderogabili amanti di un luogo vituperato.

UN SUONO ALL’IMPROVVISO: IL VUOTO

Oggi, che l’esistenza è più che mai precaria, la città è vuota di tutto: vuota della spazzatura che da anni la sta imbrattando, vuota delle grandi navi che la stanno affondando, vuota di gente che la calpesta, vuota di ogni festa. E risorge, bella più che mai, risorge con pochi e gentili gabbiani, qualche timoroso piccione. Risorge come in una stereoscopia di Tomaso Filippi di oltre un secolo fa, risorge scenografia di sé stessa, risorge nei minimi rumori delle cartine spostate dal vento sui masegni. Finalmente Mariano Fortuny, avvolto nel tabarro, può affacciarsi e vedere tutto come era un tempo, e nessuna guida o turista si spaventerà a vederne il fantasma sorridente alla finestra. Venezia può fare senza, lo scriveva già Brodskij: “Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi / la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo / questo paesaggio, capace di fare a meno di me.”
Mentre l’umanità affronta le sue piaghe, Venezia cicatrizza le proprie.

Anna Toscano

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Anna Toscano

Anna Toscano

Anna Toscano vive a Venezia, insegna presso l’Università Ca’ Foscari e collabora con altre facoltà. Scrive per testate come Il Sole24 Ore, minima&moralia e Doppiozero. Sesta e ultima raccolta di poesie è “Al buffet con la morte” (La Vita Felice,…

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