Tra muro e monitor. L’editoriale di Claudio Musso

Il confine tra reale e virtuale è sempre più sfumato. Ma come viene percepito – e utilizzato – dagli artisti?

Jürg Lehni, in collaborazione con Uli Franke, Hektor, 2002
Jürg Lehni, in collaborazione con Uli Franke, Hektor, 2002

C’è stato un tempo in cui era facile distinguere il reale dal virtuale. Poi, all’improvviso, quella sensazione è svanita come per incanto. In quel tempo la realtà virtuale (squisito ossimoro) aveva accessi visibili come porte e portali, allora esistevano dispositivi progettati e costruiti per l’ingresso nell’altra dimensione. Ciò che forse appariva già chiaro, però, era le reciproca influenza che un “mondo” poteva avere sull’altro. Personaggi chiave come Jobe Smith (Il Tagliaerbe, 1992), Tom Sanders (Rivelazioni, 1994) e, più di tutti, Johnny Mnemonic dell’omonimo film (1995) sono la testimonianza diretta di come le due realtà venissero descritte (e percepite) come separate, seppur parallele. Indossare una tuta, infilarsi dei guanti, salire su un tappeto elastico e, per tutti, inforcare un visore erano passaggi fondamentali per entrare nell’altra dimensione.
Il periodo a cui si fa riferimento è la metà degli Anni Novanta, momento in cui anche Tomás Maldonado si appassiona al tema consegnando, tra le altre, queste parole: “È discutibile, per esempio, definire immateriale il software. A ben guardare il software è una tecnologia, ossia uno strumento cognitivo che, in modo diretto o indiretto, contribuisce a conti fatti a mutamenti di natura materiale. Si pensi soltanto ai programmi destinati a gestire i comportamenti dei robot nella produzione industriale”. A parte l’indiscutibile attualità del pensiero, ciò che più interessa in questa sede è l’analisi del rapporto uomo-macchina nel comparto artistico o, meglio, delle arti che vengono dalla strada. Ancora una volta, infatti, tra i primi a percepire le possibilità inedite offerte dalla “doppia realtà” sono i protagonisti della scena graffiti, o coloro che gravitano intorno a quell’ambiente.

In un progetto del 2002, Jürg Lehni, in collaborazione con l’ingegnere Uli Franke, immagina e progetta un dispositivo portatile, Hektor, in grado di produrre disegni con bombolette spray a partire dalle istruzioni impartite da un software. Tecnologicamente rudimentale, Hektor non solo è uno dei primi tentativi di riproducibilità tecnica dei graffiti, ma è in grado di compiere operazioni che mettano in crisi il concetto di autorialità, anche in questo ambito dove originalità dello stile e riconoscibilità sono parole d’ordine. Il confine tra muro e monitor diventa poroso, anzi a dire il vero lo era già da qualche anno. La robotica aveva fatto il suo ingresso in pompa magna nei meandri intraverbali dei graffiti filtrata dall’immaginario anime dei vari Gundam, Akira fino a Neon Genesis Evangelion. Insieme alle splendenti cromie metalliche delle corazze e alle possibilità di trasformazioni meccaniche, le lettere elaborate da artisti come DAIM o V3rbo integrano componenti desunte dall’estetica computazionale e digitale che nel frattempo investe ogni campo del visivo.
La possibilità di integrare nell’opera elementi dello spazio urbano che li accoglie e della cultura Pop in genere sta alla base della graffiti culture, non è un caso quindi che artisti provenienti da questo emisfero si trovino a loro agio nello sperimentare con video, (live) media e design.

Claudio Musso

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #48

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Claudio Musso
Critico d'arte e curatore indipendente, la sua attività di ricerca pone particolare attenzione al rapporto tra arte visiva, linguaggio e comunicazione, all'arte urbana e alle nuove tecnologie nel panorama artistico. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Archeologia e Storia dell’arte presso l'Università di Bologna, ateneo dove aveva precedentemente conseguito la laurea triennale e specialistica. Attualmente è docente di Fenomenologia delle arti contemporanee e di Teoria della percezione e psicologia della forma presso l’Accademia G. Carrara di Belle Arti di Bergamo dove ricopre il ruolo di Coordinatore del corso di Pittura, insegna inoltre Linguaggio della visione presso Spazio Labo’ a Bologna. Tra il 2007 e il 2011 ha collaborato con il MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna per la ricerca scientifica e per l'organizzazione di conferenze e incontri. Ha partecipato in qualità di curatore e di membro di giuria a festival internazionali (LPM - Live Performers Meeting, Roma – Minsk; roBOt - Digital Paths into Music and Arts, Bologna) ed è stato invitato come relatore a convegni e conferenze in Italia e all’estero (tra le altre AVANCA | CINEMA International Conference Cinema, Art, Technology - Cineclub Avanca, Portogallo; VIII MAGIS – International Film Studies Spring School - Università di Udine, Gorizia; Artscapes - An Interdisciplinary Conference on Art and Urban Scapes - University of Kent, Canterbury). Dal 2004 al 2011 è stato collaboratore di Exibart.com e Exibart.onpaper, dove dal 2008 dirigeva la rubrica visualia. Prende parte al network Digicult e collabora con il magazine di cultura digitale Digimag. Scrive regolarmente per Artribune. Ha pubblicato numerosi articoli, testi critici e saggi, il più recente si intitola Dalla strada al computer e viceversa (Libri Aparte, Bergamo 2017).