Realtà e retorica del dialogo tra opere d’arte. L’editoriale di Fabrizio Federici

Spesso le mostre accostano opere di artisti davvero diversi, con motivazioni non sempre coerenti. E con risultati non sempre efficaci.

Artemisia Gentileschi, Giaele e Sisara, 1620. Museo di Belle Arti di Budapest
Artemisia Gentileschi, Giaele e Sisara, 1620. Museo di Belle Arti di Budapest

Negli ultimi anni il “dialogo” tra singole opere d’arte, o tra la produzione di un dato artista e quella di un altro autore, è diventato uno dei pilastri portanti su cui si regge la retorica espositiva. Si tratta in molti casi di opere, e di artisti, che nulla hanno a che fare tra loro: poco importa, l’importante è giustificare l’improbabile ponendolo sotto la formidabile egida del “dialogo”, magari nella variante del “dialogo tra antico e moderno”.
La madre di questi colloqui tra sordi è stata l’ormai mitica rassegna Caravaggio Bacon allestita nel 2009-10 alla Galleria Borghese. Qualche anno dopo, nel 2014, Firenze ha risposto con una conversazione tra Michelangelo e Jackson Pollock, che prendeva le mosse da alcune (trascurabili) copie di particolari degli affreschi della Sistina eseguite in gioventù dall’artista americano. Nello stesso anno, a Sansepolcro, andava in scena Burri incontra Piero della Francesca, mentre, di nuovo alla Borghese, le filiformi sculture di Alberto Giacometti venivano fagocitate dal rutilante splendore di marmi e affreschi con cui erano costrette a “confrontarsi”. Più recentemente, alla Fondazione Magnani Rocca si sono “incontrate” due opere lontanissime tra loro, la Cleopatra di Arnold Böcklin e la Marilyn Monroe di Andy Warhol: “Due donne fatali, appartenenti a epoche differenti, ma unite da un destino tragico”, era scritto nel comunicato stampa, per dare una parvenza di plausibilità all’iniziativa.
In questi casi non siamo semplicemente di fronte ai voli pindarici di un Marco Goldin (strepitosa, se non altro per il titolo, la sua Tutankhamon Caravaggio Van Gogh del 2014-15); qui si vuole negare l’evidenza, stabilendo – a suon di forzature – nessi e affinità elettive che proprio non ci sono. Caravaggio e Bacon possono essere accostati perché furono entrambi “artisti maledetti”; nella rassegna fiorentina la citazione del sonetto in cui Michelangelo lamenta la durezza del lavoro alla Volta Sistina, con il colore che gli gocciola sul viso, era tesa a instillare nel subconscio del visitatore un paragone con il dripping pollockiano…

L’importante è giustificare l’improbabile, ponendolo sotto l’egida del dialogo”.

Quanto esposto sin qui rappresenta l’abuso di uno strumento che, se utilizzato con giudizio, può rivelarsi prezioso. È benvenuto il dialogo tra antico e moderno, quando si affiancano a opere del passato creazioni contemporanee che hanno con loro dimostrabili rapporti di contiguità o di opposizione; e quando si riempiono di contemporaneità spazi antichi, attraverso eventi culturali quali concerti, spettacoli teatrali, performance. Allo stesso modo, si possono accostare opere simili tra loro, per cronologia o per soggetto, o perché dovute ad autori vicini nello spazio e nel tempo, o perché si tratta di due versioni di una stessa opera: il confronto può essere fruttuoso, sempre che si sia in grado di far “parlare” le immagini.
La già ricordata retorica espositiva, infatti, attribuisce una forza quasi miracolosa all’accostamento, di per sé eloquente e rivelatore: in un pannello della mostra su Artemisia Gentileschi allestita al Museo di Roma nel 2016-17 si poteva addirittura leggere che “i lavori esposti nelle sale seguenti consentiranno ai visitatori di valutare da soli le affinità e le differenze tra Artemisia e i colleghi romani”. La verità è che i confronti sono pensati in primo luogo per un pubblico molto qualificato, anzi per gli esperti di quel singolo artista o di quella certa epoca. Ciò non toglie che anche il pubblico più ampio ne debba godere, non ergendosi a giudice, in completa solitudine, ma venendo introdotto, attraverso gli strumenti della comunicazione espositiva (pannelli, audioguide, visite guidate), alle problematiche su cui gli accostamenti sono chiamati a far luce.

Fabrizio Federici

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #14

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.

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