Fabrizio Federici pone l’accento sull’illuminazione, spesso pessima, delle mostre. Proponendo di ricreare il più possibile le condizioni di luce ideate in origine per osservare le opere del passato.

In un noto passaggio della sua travolgente autobiografia, Benvenuto Cellini racconta l’occasione in cui presentò a Francesco I di Francia la sua ultima creazione, un Giove d’argento. Le macchinazioni della favorita del sovrano, la duchessa d’Étampes, cercarono di mettere in difficoltà l’artista fiorentino: il momento dell’incontro fra il re e la statua fu rimandato fino a notte, e nel luogo dell’incontro, la galleria di Fontainebleau, furono sistemate le splendide copie in bronzo dall’antico che Primaticcio aveva appena realizzato, e che avrebbero palesato l’inferiorità del temerario Benvenuto rispetto ai modelli classici. Cellini vinse la sfida, perché seppe ‘eseguire’ nel migliore dei modi la sua creatura: dopo averla sistemata su un basamento mobile, poggiante su sfere celate alla vista, lo scultore nascose tra i fulmini sollevati da Giove una torcia, che accese all’arrivo del re. L’effetto fu assai bello (“Cadevano i lumi di sopra e facevano molto più bel vedere, che di dì non arien fatto”), e lo fu ancora di più quando un garzone iniziò a spingere la statua verso il monarca: la luce tremula e “quel poco del moto che si dava alla ditta figura, per essere assai ben fatta, la faceva parer viva”.
La torcia brandita da Giove ci fa pensare all’importanza che la luce vibrante aveva nella concezione e nella fruizione delle opere d’arte: un’importanza che resta difficile da immaginare a noi che siamo abituati alla fissità della luce elettrica. È un’esperienza che dovremmo concederci, magari con l’ausilio di qualche ritrovato tecnologico che ci impedisca di affumicare l’oggetto della nostra ammirazione.

“Nei musei, e ancor più nelle mostre, la filologia della fruizione non è ammessa: di solito si preferisce alla luce naturale l’illuminazione falsante dei faretti”.

È sorprendente il fatto che non ci si preoccupi di un’“esecuzione filologica” delle opere d’arte del passato, che ricrei, per quanto possibile, le condizioni (di luce, innanzitutto, ma non solo) in cui le opere furono concepite e fruite in origine. È tanto più sorprendente se si considera quanto è accaduto in ambito musicale, dove negli ultimi decenni le esecuzioni filologiche, con strumenti originali e secondo le prassi esecutive di un tempo, hanno rivoluzionato la fruizione e la conoscenza della musica antica e barocca, rivitalizzando un repertorio che era stato dimenticato o, in minor misura, eseguito senza preoccupazioni storicistiche, con risultati di rara pesantezza. Nei musei, e ancor più nelle mostre, la filologia della fruizione non è ammessa: di solito si preferisce alla luce naturale (o a quella di futuribili candele) l’illuminazione falsante dei faretti. E a volte va anche peggio: è rimasta negli annali la mostra canoviana del 2003-2004 confezionata da Fabrica di Oliviero Toscani a Bassano del Grappa, dove le statue si elevavano su astronavi di luci al neon, da cui i marmi erano completamente deformati.

“È sorprendente il fatto che non ci si preoccupi di un’“esecuzione filologica” delle opere d’arte del passato”.

Per il Barocco, in cui le fonti luminose giocano un ruolo attivo, il discorso diventa ancor più urgente: si fa un gran parlare dell’innovativo uso della luce di Bernini, ma si continuano a fruire i suoi capolavori in condizioni falsate. Occorrerebbe sostituire le brutte vetrate dei finestroni del transetto di Santa Maria della Vittoria, installate negli Anni Cinquanta del Novecento, con vetri chiari e non figurati, come erano in origine: così alla Santa Teresa della Cappella Cornaro arriverebbe tutta la luce di cui abbisogna la sua transverberazione. Un primo passo verso una più corretta fruizione del gruppo scultoreo sembra essere stato fatto con la recente sostituzione del vetro dell’oculo da cui la luce spiove su Teresa: già così si nota un notevole cambiamento, e l’estasi rifulge di uno splendore inatteso.

Fabrizio Federici

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #12

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.

1 COMMENT

  1. Purtroppo nei musei e in generale nelle mostre ci si affida troppo poco se non quasi per nulla a dei seri Lighting Designer. Sempre più ci si affida a Service Audio Luci che di cultura della luce sanno ben poco, figurarsi di storia dell’arte e di arte contemporanea.
    i Curatori di mostre e i direttori di musei dovrebbero affidarsi a dei professionisti seri, perché vedere nella luce giusta un’opera è come dice nell’articolo è molto importante.

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