Il valore dell’arte. L’editoriale di Stefano Monti

Esiste un valore emotivo e personale attribuibile a un’opera d’arte? Le nuove tecnologie e i Big Data possono aiutare a fornire nuovi spunti su un tema di grande attualità.

Caravaggio, Martirio di sant'Orsola, 1610, olio su tela, 143 x 180 cm, Collezione Intesa Sanpaolo
Caravaggio, Martirio di sant'Orsola, 1610, olio su tela, 143 x 180 cm, Collezione Intesa Sanpaolo

Da sempre il valore di un’opera d’arte rappresenta uno dei misteri più controversi per studiosi e appassionati. Cosa determina, realmente, il valore di un’opera d’arte? Ogni persona, a seconda del proprio bagaglio culturale, tenderà a rispondere in modo diverso: un critico d’arte avrà un’opinione probabilmente differente da un economista o da un giornalista.
Ma quali sono le variabili che, davvero, determinano il valore artistico e (perché no?) economico di un’opera d’arte?
La domanda apre un mondo davvero enorme di possibilità, in cui variabili apparentemente ininfluenti possono in realtà giocare un ruolo fondamentale.
Per non essere eccessivamente generici è necessario restringere l’universo di riferimento. Perché il valore di un Leonardo, agli occhi di chi guarda, è già di per se incommensurabile, spesso anche per un effetto brand che ne deriva, generando una serie di influenze sulla valutazione che renderebbero il discorso fin troppo complicato.
Diverso potrebbe essere invece il caso di un’opera d’arte contemporanea (in senso storico e non necessariamente stilistico) realizzata da un artista emergente. Anche qui le variabili in gioco sono molteplici e spaziano da quelle di tipo personale (conoscenza dei fenomeni artistici, inclinazione all’arte, ecc.) a variabili di tipo oggettivo (stile dell’opera, dimensioni, tecnica espressiva, ecc.) fino ad arrivare ad altre variabili di tipo più etereo ma che, in ogni caso, incidono poi sull’apprezzamento generale che il cosiddetto sistema dell’arte rivolge a un’opera piuttosto che a un’altra (network personale dell’artista, gallerie di riferimento, critici di riferimento, artisti presenti nelle collettive, ecc.).
A queste variabili, tuttavia, va aggiunta anche un’altra serie di informazioni che, sinora, è stata appannaggio di studi più prettamente scientifici e comunque non sufficientemente indagati in questo specifico contesto: le reazioni che soggetti diversi possono avere di fronte a specifiche opere d’arte.

Ma quali sono le variabili che, davvero, determinano il valore artistico e (perché no?) economico di un’opera d’arte?”

In questo senso, Intesa Sanpaolo ha recentemente pubblicato un report nel quale si descrive la relazione con un’opera d’arte attraverso una serie di indagini volte a raccogliere le risposte psicofisiologiche di differenti soggetti di fronte alle medesime opere, riuscendo a ottenere delle informazioni interessanti.
Ponendo a confronto i risultati, infatti, è stato possibile definire (pur con tutti i limiti scientifici che l’indagine presenta) il livello di risposta dei differenti soggetti di fronte a tre versioni del Martirio di Sant’Orsola (a opera di Caravaggio, Strozzi e Procaccini) e dell’Ultima Cena di Procaccini.
Grazie all’utilizzo di tecnologie di rilevazione, è stato possibile definire in che modo il campione abbia risposto (in termini di attenzione, di impatto emotivo, di livelli di coinvolgimento e di grado di piacevolezza esperito) nel trovarsi di fronte a questi grandi capolavori.
Questo tipo di indagini può generare un grande sviluppo nella definizione dei processi di attribuzione di valore, nonostante, ovviamente, i dati elaborati possano rappresentare soltanto un sottoinsieme delle analisi da condurre.

AMPLIARE GLI STRUMENTI

Estendendo il campo d’indagine, prevedendo altri tipi di strumenti che affianchino agli elementi di valutazione tradizionale anche nuove tecnologie di analisi avanzate, ci si potrebbe tuttavia trovare di fronte a risultati che potrebbero rappresentare delle spiegazioni sufficientemente ragionevoli di un processo estremamente complesso e all’apparenza volatile.
Certo, il lavoro da fare è tanto, ma si potrebbe iniziare con l’avviare ricerche tutto sommato semplici e sostenibili, come ad esempio valutare quale sia il livello di correlazione tra dati di questo tipo e altri tipi di indagini (attribuzione del valore, persistenza dell’oggetto, livelli di narrazione) al fine di comprendere come, soggetti differenti, possano arrivare ad attribuire un valore personale a un’opera d’arte che, magari, non conoscono. Si potrebbero poi estendere le ricerche a ulteriori settori (IT in testa) e confrontare (grazie anche all’avvento degli strumenti di analisi Big Data) quantità di informazioni sinora ingestibili in qualunque processo di ricerca.
Non è più possibile esimersi dal riconoscere la validità di questi strumenti. Oggi essi rappresentano meramente tecnologie, discorsi forse anche un po’ noiosi, da addetti ai lavori, ma che possono portare a risultati estremamente intuitivi e facilmente comunicabili. Era così per Internet, per i primi televisori, e per tutte le tecnologie che hanno dovuto introdurre nuove sintassi e grammatiche all’interno della vita di tutti i giorni.
Gli strumenti per fornire risposte sono sempre più evoluti. È ora di imparare a fare le domande giuste.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.