Al via una serie di quattro articoli dedicata al concetto di casa, declinato da quattro artisti molto diversi fra loro. Si comincia con Luca Ferri, autore della pellicola “Ab Ovo”.

Di casa in casa, di soglia in soglia.
Cos’è una casa? In Ab Ovo di Luca Ferri la casa è il principio. Il luogo, e il tempo, in cui tutto comincia. È un deserto, una distesa originaria in cui le pietre e la sabbia, gli alberi e i cammelli vengono mostrati come creature. Ma la casa non è un idillio. Vi si annida anche il perturbante, hanno sede le più antiche paure e i desideri rimossi. E Diane Arbus sognava una casa di vetro da cui poter spiare il mondo, negli aspetti più grotteschi e bestiali.
Per Giorgio Morandi la casa era uno spazio di esistenza concreta, la sua arte imponeva un quotidiano esercizio di attenzione. Ogni giorno Morandi sedeva nel suo studio bolognese e dipingeva. La luce entrava dalle ampie finestre senza tende, inondando la stanza, rischiarando le tre o quattro bottiglie sul tavolo, e lui dipingeva nient’altro che quelle tre o quattro bottiglie, dipingeva il muto accadere della vita davanti ai suoi occhi.
I personaggi dei film di Chantal Akerman non conoscono casa. Sostano nelle camere ammobiliate degli hotel, fumano in locali notturni semivuoti, aspettando solo che la notte passi. Oppure la casa c’è, ma è una prigione, un mucchio di mura color pastello entro cui spegnersi, preda di una solitudine che non lascia scampo.
Quattro brevi ritratti di artisti, quattro meditazioni sulla capacità o l’incapacità, tutta umana, di appartenere.

LA PRIMA CASA DEL MONDO

Gli alberi, prima di tutto. Un lungo piano sequenza di alberi incastonati nel cielo, incantano con la loro muta presenza. Poi un suono. Un canto armonico che sembra provenire dalle viscere della Terra. Inizia così Ab Ovo, poema visivo di Luca Ferri prodotto da ENECE Film, con questi due elementi che saranno poi la cifra distintiva di tutta l’opera: immagine e suono, impastati insieme.
La natura – in questo caso, il deserto al confine tra Marocco e Algeria – è pura materia inondata di luce. Uno spazio essenziale, primigenio, fatto di dune, rami secchi, chiazze pietrose in cui alcuni cammelli si muovono con passo lento e solenne ricordando animali preistorici.
Il canto, prima solo suono inarticolato, si trasforma pian piano in voce narrante che, al limite del sussurro, ci racconta l’origine del mondo. Abbiamo preso Adamo ed Eva e gli abbiamo fatto rifare tutto daccapo, così recita la didascalia del film. La fotografia regala inquadrature così luminose che, quando assistiamo alla proiezione, la sala del Filmmaker Festival è abbagliata, potremmo persino voltarci e studiare i volti di tutti gli spettatori alle nostre spalle.

In “Ab Ovo” di Luca Ferri la casa è il principio. Il luogo, e il tempo, in cui tutto comincia. È un deserto, una distesa originaria in cui le pietre e la sabbia, gli alberi e i cammelli vengono mostrati come creature. Ma la casa non è un idillio”.

In questo deserto di luce e pietra Adamo ed Eva compaiono in lontananza e sono solo due chiazze di colore, blu e rosso, sono le due lettere di cui si comporrà il nuovo alfabeto del mondo. Quello di Luca Ferri è un racconto delle origini in cui tutto è ridotto all’essenza, a un grado zero di visione e ascolto – una scelta ribadita, anche sul piano tecnico, con l’utilizzo del formato super8. I colori impressi sulla pellicola sono slavati, desaturati, un principio di colore. La luce che domina in ognuno dei nove piani sequenza è qualcosa di fisico, materico, un pulviscolo che intesse cielo e sabbia e ogni angolo dell’inquadratura.
Rimane la sensazione, alla fine del film, di aver assistito a un racconto onesto. Senza compiacimenti estetici o intellettuali, la macchina da presa conduce il nostro sguardo nella casa di Adamo ed Eva, la prima casa del mondo, in un deserto che è insieme origine e catastrofe, inizio e ultimo approdo dell’umanità.

Giulia Oglialoro

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Giulia Oglialoro
Giulia Oglialoro (1992) si è laureata a pieni voti in Storia dell’Arte all’Università di Bologna con una tesi sulla ricerca identitaria di Claude Cahun tra scrittura e fotografia. Ha collaborato con il centro di ricerca teatrale Laboratorio41 di Bologna, ha lavorato come assistente fotografa in Italia e a New York e come archivista e assistente editoriale presso l’agenzia Redux Pictures di New York. Nel 2018 è stata selezionata per una residenza di scrittura alla Biennale di Venezia.