Essere-presenti-scomparendo (VI). La fine dell’inizio

“So benissimo quello che sono, quello che siamo: un errore. E non sarebbe molto bello, se fosse davvero così? Qualcuno, o qualcosa, di non programmato”. Christian Caliandro riflette sull’attualità, opponendo al mito dell’efficienza le potenzialità dell’errore e dello scarto.

Paola Angelini. La conquista dello spazio. Installation view at Spazio K, Palazzo Ducale, Urbino 2017
Paola Angelini. La conquista dello spazio. Installation view at Spazio K, Palazzo Ducale, Urbino 2017

Non tutto giusto (e prevedibile) ma pieno di sbavature, di sfumature, di ripensamenti, di ripiegamenti – e vero – tentare l’autenticità significa… significa far vedere la sofferenza senza pietismi, o esibizionismi. L’imprecisione, la rottura, i passi indietro, il fallimento continuo – il non appoggiarsi, il vagare scontenti, il non conoscere di preciso il modo, il processo, come funziona. Il procedere per tentativi. La paranoia e la paura.
C’è un tema generale dell’album [The Fragile, 1999] che racconta di fallimenti, di cose che in qualche modo finiscono a pezzi. Cercando di rimanere fedele all’idea di fare tutto in modo che suonasse impuro, ho scelto di usare strumenti a corde, che per loro natura sono imperfetti” (Trent Reznor).
La sensazione di scomparire. Essere presenti scomparendo è un po’ questo: un tentativo (estremo, patetico, che attrae condiscendenza, sorrisetti, pacche sulle spalle, gigionerie…) di frantumare filtri, di far vedere la cosa-come-è sotto tutti gli schermi e gli specchi, che ci siamo costruiti e che ci sono stati imposti. Perché poi tutti, in fondo, hanno questo terrore di non esistere, di non esistere più, e non è per niente facile affidarsi alla percezione che l’esistenza consista proprio in questa scomparsa (: ma è divertente, e interessante).
Volevo che questo album suonasse come una diretta conseguenza di questa situazione, di qualcuno che lotta per cercare di ricostruire quello che ha perso. Downward Spiral raccontava la rimozione di vari strati fino a raggiungere una nuda, amara conclusione. Questo disco inizia dalla fine, poi cerca di creare ordine dal caos, ma non ci riesce mai. Probabilmente è un disco ancora più nero perché si conclude lì dove era iniziato ‒ [con] la stessa sensazione” (Trent Reznor).

Paola Angelini. La conquista dello spazio. Installation view at Spazio K, Palazzo Ducale, Urbino 2017
Paola Angelini. La conquista dello spazio. Installation view at Spazio K, Palazzo Ducale, Urbino 2017

UN ERRORE

So benissimo quello che sono, quello che siamo: un errore. E non sarebbe molto bello, se fosse davvero così? Qualcuno, o qualcosa, di non programmato. Non voluto che tu (siamo sbagli non previsti) faccia e pensi così – non era contemplato, in questo tempo, in questo presente, in questa assenza diffusa di dialogo, di logica, di comprensione, di ascolto. “C’è un collegamento disturbato”. Che stai combinando? Che cosa pensi di fare? A chi pensi che interessi? Stai lì a tracciare i tuoi esercizi di stile, chi vuoi che li capisca in questo momento? Non sei responsabile, sei troppo responsabile; non ti preoccupi abbastanza, ti preoccupi troppo; come è spendibile questa tua presunta attività, come si traduce in un prodotto, a chi giova, A CHE SERVE? Sono presente scomparendo. Ma a che serve? Sono presente scomparendo. Nell’inabilità, nell’inadeguatezza, nell’incompletezza – nella superficialità scambiata per profondità, nell’autenticità mille volte riflessa e riprodotta – in questo cozzare e andare alla deriva, “vagare nel vuoto” di frammenti e dimensioni e linee di pensiero… sei un errore fatto di errori, sei presuntuoso, sei velleitario, ti hanno detto pure che sei cinico un sacco di volte (mah), sei pesante, sei saccente, ma chi sei, ma che vuoi? Essere-presente-scomparendo. Centinaia di frasi e interferenze che si dipanano in direzioni diverse – intersecano, attraversano, si snodano – e qui non c’è democrazia ma classismo e disprezzo autentico per i poveri, come se la cultura fosse appannaggio esclusivo di chi se la può permettere, barbe curatissime cappotti da mille euro e pantaloni con il risvolto, il fastidio negli occhi duri – non c’è democrazia perché questa è una specie di distopia molto disorganizzata e sbrindellata, Anni Settanta che ritornano nel linguaggio insultante… la coscienza di classe (per i ricchi) e la difesa corporativa qui vengono prima di tutto: è solo questo impianto che bisogna cominciare a scardinare – e combattere l’analfabetismo funzionale.

Paola Angelini. La conquista dello spazio. Installation view at Spazio K, Palazzo Ducale, Urbino 2017
Paola Angelini. La conquista dello spazio. Installation view at Spazio K, Palazzo Ducale, Urbino 2017

FARE UN FILM

L’ho girato [8½, 1963] senza vedere mai nulla di quello che facevo, perché era in atto uno sciopero di quattro mesi di tutti gli stabilimenti di sviluppo e stampa. Rizzoli voleva fermare il film, Fracassi, il direttore di produzione, si rifiutava di proseguire la lavorazione. Ho dovuto impormi, gridare, per obbligare tutti a continuare ugualmente. Ed è stata la situazione ideale. Perché a me sembra che quando vai a vedere giorno per giorno il materiale girato, vedi un altro film, vedi cioè il film che stai facendo, che comunque non sarà mai identico a quello che volevi fare. E il film che volevi fare, avendo questo continuo termine di paragone nel film che stai veramente facendo, rischia di mutarsi, si affievolisce, può sparire. Questa cancellazione del film che volevi fare deve avvenire, sì, ma soltanto alla fine delle riprese, quando in proiezione accetterai il film che hai fatto e che è l’unico film possibile. L’altro, quello che volevi fare, avrà avuto così soltanto una sua determinante funzione di stimolo, di suggerimento e ora dinanzi alla realtà fotografata non lo ricordi nemmeno più, si è come scolorito, sta scomparendo” (Federico Fellini, Fare un film, Einaudi 2015, p. 166).

***

P. S. Quindi hai capito, Fabrizio, perché siamo Costruttori di Nulla? Perché tutto ciò su cui soffermiamo la nostra attenzione implode e collassa prima ancora di essersi coagulato – perché i nostri “compagni di strada” sono creature solitarie, solipsistiche, totalmente assorbite da ioioio – e perché in fondo non si può tirare fuori nulla di significativo da una cultura costantemente preoccupata del proprio livello di EFFICIENZA; e che sembra – per ora – aver cancellato il valore dello spreco, dello scarto, del dono. Unici fondamenti dell’arte contemporanea.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).