È la più vasta mostra dedicata all’Espressionismo Astratto americano dalla fine degli Anni Cinquanta. Dopo la Royal Academy of Arts di Londra a ospitarla è ora il Guggenheim Bilbao. L’abbiamo visitata il primo giorno d’apertura con Lucía Agirre, una dei tre curatori, e abbiamo scoperto che…

Sapeva che Philip Guston ha studiato al liceo con Jackson Pollock?”. Comincia con un aneddoto curioso la camminata lungo le sale del Guggenheim Bilbao in compagnia di Lucía Agirre che, insieme a David Anfam ed Edith Devaney, ha curato la mostra Abstract Expressionism. Il primo pensiero nell’attraversare le stanze allestite con decine d’impressionanti e monumentali Rothko, Pollock, Still, Kline va al probabile costo esorbitante del valore assicurativo delle opere. Lo conferma Agirre, dicendo che la parte più rilevante del budget è stata impiegata per l’assicurazione e che molte spese, come quelle per le grandi casse destinate al trasporto dei quadri, sono state divise con la Royal Academy of Arts, che ha ospitato la prima tappa della mostra e con cui è cominciato un lungo dialogo sin dal 2013. È impossibile, confida, per un’istituzione organizzare da sola un evento di questa portata.
Perché una mostra sull’Espressionismo Astratto americano, di cui si è scritto e parlato molto? Per “sfatare” una falsa credenza, ovvero che si sia trattato di un movimento omogeneo, di un certo modo di fare pittura e non di un “fenomeno” sfaccettato e articolato. Ogni artista, attivo in questa straordinaria stagione per l’arte americana, ha infatti utilizzato un proprio modo di fare pittura astratta, sviluppando una propria cifra stilistica, riconoscibile a colpo d’occhio. E la mostra lo evidenzia.

Jackson Pollock, Male and Female, 1942–43. Philadelphia Museum of Art. © The Pollock-Krasner Foundation VEGAP, Bilbao, 2016
Jackson Pollock, Male and Female, 1942–43. Philadelphia Museum of Art. © The Pollock-Krasner Foundation VEGAP, Bilbao, 2016

UNO SGUARDO AL CONTESTO

Nessun ordine cronologico ma, a eccezione dell’inizio e della fine del percorso espositivo che segnano l’avvio e la conclusione di questa “corrente”, solo un susseguirsi di sale monografiche. Nessun dripping di Pollock, quindi, ma una tela della metà degli Anni Trenta o il celebre murale che l’artista ha creato nel 1943 per la casa della collezionista e sua mecenate Peggy Guggenheim. È grazie a quell’opera che, un anno dopo, Rothko e Gorky (quest’ultimo segnò il punto di passaggio dalla figurazione all’astrazione) realizzano le loro opere più grandi. Ed è grazie a Willem De Kooning che “Franz Klein – a cui ha regalato un proiettore – ha cominciato a lavorare su grandi formati”. Ma qual è il contesto storico e sociale in cui Still, Newman, Motherwell e molti altri hanno lavorato? È l’America post Grande Depressione, Guernica di Picasso è esposta per la prima volta a New York nel 1939 e sono forti le influenze del graffitista messicano Diego Rivera e di tutti gli artisti che sono fuggiti dall’Europa a causa della guerra. È un momento in cui gli artisti si allontanano dalla figurazione per spingersi verso la “diversità individuale e la libertà d’espressione”. Una (troppo) piccola sezione didattica inquadra quel periodo, fornendo informazioni storiche che aiutano il visitatore a capire il contesto in cui gli artisti sono nati, cresciuti.

Mark Rothko, Yellow Band, 1956. Sheldon Museum of Art, University of Nebraska, Lincoln. © 1998 Kate Rothko Prizel and Christopher Rothko-VEGAP, Bilbao, 2016
Mark Rothko, Yellow Band, 1956. Sheldon Museum of Art, University of Nebraska, Lincoln. © 1998 Kate Rothko Prizel and Christopher Rothko-VEGAP, Bilbao, 2016

ROTHKO E GLI ALTRI

Particolarmente emozionante è la stanza dedicata a Mark Rothko e a quelle che lui amava chiamare “façades”. Le opere vanno dalla sua iniziale esplorazione della luce fino alla più tarda relazione con le ombre. “Sapeva che molti di questi artisti sono morti giovani?” La domanda di Agirre sottintende una considerazione: quegli artisti hanno avuto vite brevi e la loro produzione è circoscritta a un limitato periodo di produzione. I dipinti sono “interrotti” qua e là dalle straordinarie sculture di David Smith, tra cui Cage Star. Guardandole, nella loro estrema bidimensionalità, piattezza, astrazione, sembra quasi inappropriato chiamarle sculture. Sebbene l’Espressionismo Astratto abbia le sue origini a New York, la sua influenza è arrivata anche ad artisti della West Coast come Sam Francis.

Willem de Kooning, Untitled (Woman in Forest), ca. 1963–64. Private collection. © The Willem de Kooning Foundation, New York -VEGAP, Bilbao, 2016
Willem de Kooning, Untitled (Woman in Forest), ca. 1963–64. Private collection. © The Willem de Kooning Foundation, New York -VEGAP, Bilbao, 2016

NON SOLO PITTURA

La mostra si spinge oltre alla pittura con una piccola sala dedicata alla fotografia astratta, ma, rispetto alla potenza delle opere pittoriche, la sezione passa in secondo piano e difficilmente la fotografia astratta di quel periodo avrà la forza e consistenza per essere “rivalutata”. È infine doveroso spendere qualche parola su Clifford Still, l’outsider. In mostra sono state raccolte nove opere giganti. Un’occasione rarissima, visto che il Clifford Still Museum di Denver possiede il 95% delle opere dell’artista e non concede facilmente prestiti. Solo per questo, Abstract Expressionism vale la visita. Ci complimentiamo con la curatrice per il grande sforzo e per la scrupolosa ricerca nell’organizzare la mostra.
Agirre saluta dicendo: “Speriamo che verranno a visitarla in molti”. In effetti, è sorprendente che, nel primo giorno di apertura al pubblico, davanti al museo non ci sia la fila. Il Guggenheim ha sicuramente “movimentato” l’attività artistica in città, e non solo, ma Bilbao rimane una città periferica nel panorama artistico internazionale. A Parigi, Milano, Londra e in altre città europee ci sarebbe stata, con molta probabilità, una lunga fila. Gli abitanti di Bilbao preferiscono fare footing lungo il fiume, portare a spasso il cane e prendersi un buon cortado nelle piazze cittadine, “accarezzati” da un sole quasi primaverile.

Daniele Perra

Bilbao // fino al 6 giugno 2017
Abstract Expressionism
a cura di Lucía Agirre, David Anfam e Edith Devaney
GUGGENHEIM BILBAO
Avenida Abandoibarra 2
www.guggenheim-bilbao.eus

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Editorialista di “ARTRIBUNE”, collabora con "ICON DESIGN", “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.