Economia della cultura. Pregi e difetti degli indicatori

Quando si parla di economia della cultura, il riferimento agli indicatori sembra essere diventato imprescindibile. Ma come funzionano davvero? E in che modo posso risultare davvero utili allo studio del panorama attuale?

C'era una volta il fax
C'era una volta il fax

Il tema degli indicatori è un tema che ha caratterizzato e accompagnato tutta la recente storia dell’economia della cultura. Già dai primi pionieristici lavori, gli economisti che si sono interessati all’argomento hanno sottolineato l’importanza della misurazione dei valori intangibili per lo sviluppo sia della cultura che delle economie a essa correlate. Da allora la produzione di proxy e di variabili che in qualche modo potessero stimare gli impatti che la cultura ha sulla nostra vita non si è mai arrestata. Oggi abbiamo indicatori che stimano l’impatto sociale (SROI), e una miriade di variabili che stimano l’impatto social (dagli insight di Facebook a quelli di LinkedIn), abbiamo stime sull’impatto della cultura sul valore immobiliare di quartieri e studi che correlano consumi e fruizioni culturali con maggiori livelli di benessere. Ci sono infine gli studi dal taglio economico, come quelli che intendono valutare il livello economico dell’intero cluster delle Industrie Culturali e Creative, creando spesso dei prodotti non troppo attendibili.
E nonostante siano passati quasi trent’anni dagli studi disruptive, per usare un termine oggi tanto in voga, la creazione di indicatori e misuratori continua ad animare ricercatori e organizzazioni. Il problema reale è che le organizzazioni culturali sono degli oggetti difficilmente classificabili e che il loro rapporto con il territorio è così fortemente consolidato da portare a credere che non si possano misurare gli impatti di un’organizzazione culturale prescindendo da quelli che essa genera sul territorio.
Questo è il presupposto dal quale emergono, da un lato, le difficoltà di rendicontare, dall’altro la grande proliferazione di indicatori e variabili e il loro utilizzo prevalente a forte connotazione locale. È proprio questo utilizzo locale a comportare un’altra difficoltà sistemica: se ogni set di indicatori viene ponderato per caratteristiche specifiche territoriali, l’unica validità che può avere è il confronto intertemporale, essendo per la maggior parte dei casi inutilizzabile per un confronto tra realtà differenti.

Se riesco a misurare il valore culturale di un’organizzazione che si trova negli Stati Uniti e posso compararlo con quello di un’organizzazione che si trova a Desenzano, allora l’indicatore ha una validità”.

Al di là di questi tecnicismi, tuttavia, il problema degli indicatori, a ben vedere, non è tanto nell’innovazione delle indagini statistiche, quanto piuttosto nella volontà politica di utilizzarle. Nell’economia della conoscenza, e ancor più nell’economia dell’informazione, si assiste a un fenomeno (noto come curva logistica) in base al quale si afferma che, all’interno di specifici mercati, la creazione di uno standard rappresenti quasi una condizione strutturale. In altri termini, ci sono tecnologie dell’informazione (vedi il fax) che per anni hanno rappresentato una tecnologia poco utilizzata, e che poi all’improvviso è diventata per certi versi “virale” (come diremmo oggi). Insomma, se il fax ce l’hanno poche persone, rimane un giocattolino per nerd, ma quante più persone iniziano a comprare il fax tanto più il suo utilizzo sarà comune e, quindi, tante più persone saranno in qualche modo costrette a comprare un apparecchio fax.
Con gli indicatori vale più o meno la stessa cosa: adesso siamo in una fase in cui sempre più persone e organizzazioni vogliono misurare e monitorare la cultura, e lo fanno utilizzando gli strumenti che hanno a disposizione. Ora l’unica cosa utile è che sempre più persone inizino a usare lo stesso strumento, così che il suo portato informativo possa crescere nel tempo.

MEGLIO IL PERFETTIBILE

Troppo teorico? Allora mettiamola così. Se riesco a misurare (anche in modo scientificamente peccabile) il valore culturale di un’organizzazione che si trova negli Stati Uniti e posso compararlo con il valore culturale di un’organizzazione che si trova a Desenzano, allora l’indicatore ha una validità. Se, stante questa validità, altre persone e organizzazioni iniziano a misurare la propria attività sulla base di quel set di indicatori, la comparazione diverrà sempre più affidabile e, di conseguenza, sempre più persone e organizzazioni avvertiranno la necessità di misurarsi.
Invece di concentrarsi su questa banale e pragmatica esigenza, tuttavia, organizzazioni e governi stanno andando in un altro verso: riuscire a misurare in modo impeccabile. Ma impeccabile significa anche complesso. E complesso significa anche costoso. E le MPMI della cultura, in questo momento, hanno più bisogno di uno strumento perfettibile, che di uno strumento troppo costoso (in termini economici ma anche in termini di tempo) da utilizzare.

Stefano Monti

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.