Chiara Camoni e i suoi immediati dintorni. L’intervista

Era bambina e aveva colorato di giallo la neve. La maestra si arrabbiò ma lei non arretrò di un passo. Di queste storie minime e fondamentale si nutre la mostra di Chiara Camoni alla Nomas Foundation di Roma. Ne abbiamo parlato con l’artista.

Alla Nomas Foundation di Roma hanno luogo le personali intimità di Chiara Camoni (Piacenza, 1974; vive a Fabbiano). Attraverso un percorso che comprende lavori eterogenei, quello in mostra si configura come uno “still in process”. La relazione con il luogo in questa sede tocca le corde del “fare umano”. Assistiamo al preludio di uno spazio che si apre su un ambiente inconfessato che sprigiona una confidenzialità rara. L’azione così remota del modellare crea una vera e propria poetica del riempire il vuoto e svuotare il pieno.
Chiara Camoni disegna i suoi dintorni qui, negli spazi di Nomas, definendone possibili e allo stesso tempo eterei confini. E ce li racconta.

Dove si situano i tuoi “immediati dintorni”?
Il titolo della mostra, suggerito da Cecilia Canziani e Ilaria Gianni, cita una raccolta di poesie di Vittorio Sereni. I miei “immediati dintorni” indicano una zona di prossimità personale, in termini di spazio e di tempo: sono il prima e il dopo, il davanti e il dietro, il sopra e il sotto. Sono i luoghi e le persone.

Quando ci si avvicina alle tue opere si ha la sensazione di essere davanti a un microcosmo di cui avere cura. Il tenere alla propria intimità e a quella del luogo, come si sviluppa qui alla Nomas?
L’epica del mio lavoro si svolge attraverso fatti, materiali e soggetti minimi, intimi, estremamente legati alla mia vita. L’arte ha la capacità di trasformare poi tutto ciò in una dimensione universale. La curatela – avere cura di – ha un’accezione relazionale e affettiva. Curo, seguo i processi naturali e il lavoro svolto insieme ad altre persone; trovo intorno a me gli elementi del mio operare, cose già pronte, che meglio di così non avrei saputo fare.
La mostra di Nomas è stata concepita con le curatrici, che hanno contribuito all’ideazione delle modalità espositive. I tavoli, su cui poggiano buona parte delle opere in mostra, sono la riproposizione di ciò che avviene quando le opere stesse nascono (non lavoro in studio, ma sul tavolo della cucina oppure su quello del giardino). Sono il luogo, sono l’indicazione di un punto di vista e sono anche l’elemento di raccordo delle relazioni: al tavolo siedono le altre persone o i bambini che spesso partecipano in maniera spontanea e improvvisata al processo di creazione.

Chiara Camoni, La Venere senza serpenti, 2015

Chiara Camoni, La Venere senza serpenti, 2015

Parlando in termini di spazio, la scultura è senza dubbio il medium più efficace per ripensare e riflettere su quest’ultimo. Come definiresti il rapporto scultura/mondo?
La scultura è nel mondo, soggiace alle stesse regole, alla stessa luce e temperatura, allo stesso umore – aggiungo io. È oggetto tra gli oggetti e questo confine, che a volte si fa ambiguo e labile, costituisce per me uno degli ambiti di maggior interesse. Difficile a prima vista considerare un vaso una scultura, poiché appartiene per consuetudine a un contesto artigianale. Ma se fosse una scultura il cui soggetto è un vaso? Una scultura in forma di vaso? Quando procedo con le strisce di argilla, dal basso verso l’alto, ripeto uno dei gesti più antichi della storia dell’umanità, probabilmente la prima forma scultorea: uno spazio cavo e uno convesso, un pieno e un vuoto. Ho la sensazione di costruire l’universo intero.
Delle statue amo la capacità di farsi simulacro, di diventare altro rispetto ai materiali di cui sono costituite. Il Tronco e il Trapezio in mostra sono effettivamente un trapezio di lana e un tronco – quello stesso tronco che ho guardato a lungo, ogni volta che lo incontravo sul sentiero fuori casa. Ma sono anche tanto altro ancora. Ora quel tronco, prima osservato, osserva noi.

L’idea della mostra così pensata riflette la scelta di uno “still-in-process”. Quest’idea di costruzione in itinere quanto ti appartiene?
Sento la scultura legata al tempo, perché è la sua espansione, è la quarta dimensione.
Durante la preparazione alla mostra, ci siamo suggerite reciprocamente alcuni libri da leggere. Così ho incontrato Cassandra di Christa Wolf. Si è aperta una luce sul mio stesso modo di lavorare. Ecco quello che faccio: procedo in avanti guardando indietro e in questo modo trovo il punto esatto in cui sono ora.

Chiara Camoni, Vasi, 2013-15

Chiara Camoni, Vasi, 2013-15

Entrando negli spazi di Nomas, si coglie sin da subito la dimensione piccola delle sculture, le quali sembrano chiedere di avvicinarsi per entrare in empatia e attivare così il rapporto opera/spettatore. Si può leggere tutto questo come una volontà di “abbassamento”, catturando l’osservatore verso il basso?
Le sculture di piccole dimensioni costituiscono però i nuclei monumentali. I miei non sono gesti ampi, eclatanti: nascono seguendo i movimenti delle mani. Nella reiterazione acquisiscono poi il rapporto con la misura del corpo e dello spazio che le accoglie. I “luoghi” della mostra sono il pavimento e i tavoli, chiedono un abbassamento, un’attenzione.

Nel tuo lavoro si può parlare di autorialità condivisa?
La mostra si apre con La chanteuse au gant, un disegno realizzato da mia nonna, copiando il celebre dipinto di Degas. La grande installazione di Vasi andrà ad aumentare di densità grazie ai laboratori che si svolgeranno nelle prossime settimane. Molte delle opere esposte declinano, ognuna in maniera differente, questa volontà di inclusione.
Abbiamo individuato, nel lavoro svolto in quindici anni, alcuni fili e li abbiamo seguiti. L’autorialità condivisa è uno di questi e ci ha portato ad avvicinare una serie di opere che fanno emergere un’immagine del femminile ambigua, doppia, accogliente e minacciosa allo stesso tempo. Tra le Ninesse ci sono anche le Paure.

A proposito della performance che accoglierà il percorso all’interno della mostra: la “neve gialla” è metafora di un terreno sconosciuto?
La neve gialla, attraverso una proiezione con lanterna magica a candela, racconta un episodio della mia infanzia: avevo disegnato con il pennarello la neve gialla – mi sembrava il colore più vicino al bianco. La maestra si arrabbiò molto e io non ero per niente d’accordo. Un evento minimo, rimasto però stampato nella mia memoria. Probabilmente il mio primo atto di ribellione e l’affermazione di uno sguardo autonomo sul mondo.

Eleonora Milani

Roma // fino al 26 febbraio 2016
Chiara Camoni – Gli immediati dintorni
a cura di Cecilia Canziani e Ilaria Gianni
NOMAS FOUNDATION
Viale Somalia 33
06 86398381
[email protected]
www.nomasfoundation.com

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/49708/chiara-camoni-gli-immediati-dintorni/

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Eleonora Milani

Eleonora Milani

Storica dell’arte (1987), vive a Roma. Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea all’Università Sapienza di Roma, frequenta il CAF in Curatore Museale e di Eventi presso l’Istituto Europeo di Design di Roma. Ha collaborato nel 2012 presso l’Ufficio Registrar della Galleria…

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