I 10 migliori spettacoli di danza e teatro visti nel 2022

Radicalità di linguaggi e transdisciplinarietà sono le caratteristiche che accomunano le migliori performance e spettacoli di danza e teatro visti da noi in questi ultimi 12 mesi. Voi cosa ne pensate?

I nostri must see 2022 tra performance, danza, teatro: 10 tra gli spettacoli e i progetti artistici nazionali e internazionali che hanno segnato l’anno che sta per concludersi, presentati in Italia e all’estero, che ci hanno colpito maggiormente. Affiancati tra loro in modo apparentemente asistematico, con formati e scale diversi, i lavori segnalati sono legati da un’attenzione alla radicalità dei linguaggi, da una vocazione alla transdisciplinarietà e a una visione contemporanea. Non una graduatoria, ma una panoramica tra nomi noti e piccole rarità per ricostruire e annotare alcuni imperdibili dello scorso anno e andarli a ricercare in quello futuro.

Maria Paola Zedda, Laura Bevione, Chiara Pirri

MAL – MARLENE MONTEIRO FREITAS

Mal di Marlene Monteiro Freitas

Mal di Marlene Monteiro Freitas

Delirante, politico, tagliente, notturno, Mal di Marlene Monteiro Freita, visto al Piccolo Teatro di Milano, è uno spettacolo eccedente, rigoroso, teso: un lavoro che gravita tra le maglie del grottesco e le nebbie della Storia, in un’aspra denuncia al colonialismo, alle dittature, alla razzializzazione e ghettizzazione dei corpi non conformi, ai fascismi dello sguardo. In un podio, tribunale dei crimini e del male, ma anche male in sé, la coreografa, già Leone d’Argento alla Biennale di Venezia, mette in campo, attraverso nove potentissimi performer, l’autoritarismo, la violenza del linguaggio, la corruzione, ma anche l’euforia e l’eccedenza dell’insubordinazione alla norma che il demoniaco incarna, in un girone infernale, dove i carnevali capoverdiani, la ritmica rituale della possessione, le sonorità della pop e tribali, amplificano la potenza coreografica del lavoro.

THE KÖLN CONCERT – TRAJAL HARREL

THE KÖLN CONCERT - foto Reto Schmid

THE KÖLN CONCERT – foto Reto Schmid

Coreografo e artista visivo, l’americano Trajal Harrel, noto per essere stato tra i primi a portare la cultura black del voguing sulle scene della danza contemporanea, si confronta in questo spettacolo con il noto concerto di Keith Jarret, registrato dal jazzista americano nel 1975, quando arrivato all’opera di Colonia, si rende conto che il piano non è quello giusto. Improvvisa e ne esce fuori uno dei concerti jazz più famosi. Harrel ha impiegato 10 anni prima di trovare il coraggio di confrontarsi a questa musica, accostandola al canto di Joni Mitchell, in cui riscontra un’aurea blues.
Sulla scena sei banchette di piano, sei danzatori della Schauspielhaus Zürich Dance Ensemble, con eleganti vestiti neri, pezzi unici o a più strati, per coprire o scoprire i corpi. Seduti, in piedi, mai in contatto (lo spettacolo alla nascita dovea rispettare le regole di distanziamento sociale), mischiando voguing, catwalk, buto, che resta forse in fondo il vero linguaggio di Trajal Harrel: come lui stesso dice “il cuore del buto non è un vocabolario, ma uno stato d’animo”. Anche in questo spettacolo il coreografo è in scena con i danzatori, come in tutti i suoi lavori il suo corpo è sempre presente ed è la guida oltre che lo spunto della ricerca. Nonostante il timore di una transizione verso un ruolo puramente coreografico, ammette che “The Köln Concert è il primo spettacolo in cui, per quanto amo guardarlo, ho quasi rischiato di togliermi dalla scena”. Per fortuna non l’ha fatto!

FAITH, HOPE AND CHARITY – ALEXANDER ZELDIN

Faith, Hope and Charity di Alexander Zeldin

Faith, Hope and Charity di Alexander Zeldin

Il regista inglese Alexander Zeldin, da molti indicato come il Ken Loach del teatro, ha portato in Italia l’ultimo spettacolo di una trilogia sull’intimità in tempi di crisi, di cui in Italia era già stato presentato Love. Nel cuore dell’Inghilterra, nel centro sociale di un quartiere operaio, che offre pasti e ascolto, seguiamo il destino di diverse persone riunite intorno alla preparazione di un pranzo natalizio. Un luogo di vita, di incontro e di solidarietà, ma che è a rischio di demolizione. Senza mai cadere nel pietismo lo spettacolo fa di ogni personaggio un essere singolare, tanto ordinario quanto eroico.
Il teatro di Zeldin si iscrive nella tradizione di Peter Brook, con cui ha a lungo lavorato ma si nutre più che di favola di realtà. I tre spettacoli di questa trilogia nascono infatti da una pratica sul campo, dopo un tempo in cui Zeldin ha vissuto, impregnandosi, dei luoghi e delle persone di cui parla. Molte di loro provengono proprio dai quei luoghi del reale e oggi lo seguono, spettacolo dopo spettacolo.

PARADISO – GRUPPO NANOU, ALFREDO PIRRI, BRUNO DORELLA

gruppo nanou – Alfredo Pirri – Bruno Dorella Paradiso. Photo Daniele Casadio

gruppo nanou – Alfredo Pirri – Bruno Dorella Paradiso. Photo Daniele Casadio

Un universo liquido, dove sospendere il tempo e fluttuare in uno spazio mesmerizzato. Tappeti specchianti rifrangono un dolore iridescente, un’estasi languida e dilatata che sommerge le pareti e le capriate delle Artificerie Almagià a Ravenna.Luccicanze opalescenti colorano lo spazio, rilasciando e mutando gradienti, avvolgendo come in un’unica superficie la sala. Alle estremità due lingue di luce si estendono verso l’alto, come a pronunciare il senso dell’ascesa. Paradiso è un luogo, un contesto di relazione, uno spazio di attesa, di possibilità. Corpi attraversano, corpi siedono, corpi camminano e roteano, corpi tracciano lo spazio sempre con inedite soluzioni, in una peregrinazione che non ha più meta, bastevole a se stessa, come l’armonia di un canto. Tra lo stare e il mutare, gli astanti sono invitati a prendere posto nello spazio e a condividerlo, a muoverlo, a fluttuare tra gli accadimenti. Ispirata al Paradiso di Dante, la long duration performance di gruppo nanou, l’artista visivo Alfredo Pirri che ha curato la scena e il compositore e musicista Bruno Dorella che ha creato la colonna sonora, incarna due dei motivi che contraddistinguono la Cantica: la diffusione della luce e la presenza del suono. Laconiche la gioia e la grazia di questo Paradiso, solcato da roteazioni e traiettorie di danzatori e danzatrici, sulle coreografie concepite da Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci, che attraversano lo spazio con leggerezza, estensione, rapidità. A volte persino potenza, come nelle azioni della stessa Bracci, che sembra rilucere, folgorare, tra le altre presenze come compagna di splendore.

WILD FACTS -FATTI FEROCI – DOM

Wild Facts, ph Arianna Lodeserto

Wild Facts, ph Arianna Lodeserto

Wild Facts – Fatti feroci è un progetto firmato DOM (Leonardo Delogu / Valerio Sirna) il cui titolo traduce un’attitudine selvatica alla ricerca, intesa qui come istanza necessaria e antiprogettuale.
Concepito secondo un ciclo di quattro appuntamenti ambientati ai margini della città eterna, Wild Facts è un atto di abbandono del territorio confinato del teatro, un invito ad attraversare corpi e spazi, soglie fisiche e disciplinari, campi, e sconfinare tra pratiche situate e saperi mobili.  Il ciclo di incontri si è svolto a Roma in diverse tappe che hanno concatenato le ricerche delle coreografe Silvia Rampelli, Cristina Rizzo, Simona Bertozzi e Francesca Proia in un’indagine di visioni e habitat minoritari. Camminando, depositando i corpi, sostando in pic-nic, ascoltando il paesaggio, i suoi spazi interstiziali, i suoi organismi, le sue rovine, i gruppi di lavoro, accompagnati da figure teoriche di differenti sguardi disciplinari, hanno investigato un contesto dove poter scalfire la scatola dello spettacolo e dell’apprendimento, aprendo lo spazio e il tempo, dilatandoli, lasciando che spalancassero visioni, suoni, radici sotterranee, fatti feroci.

INFERNO – ROBERTO CASTELLO

INFERNO. In foto Riccardo De Simone_ph by PieroTauro

INFERNO. In foto Riccardo De Simone_ph by PieroTauro

La daza d’autore di Roberto Castello /Aldes, in Inferno (2021) si dà come estrema capacità espressiva del corpo umano e insieme spietata visione del mondo che rende alla lettera il titolo dello spettacolo: inferno ossia la dimensione mercificata e alienata del nostro presente. I sei danzatori con movimenti, gesti e fisiognomiche accelerati, frenetici, grotteschi e non senza humour, diffondono sentimenti di ansia e paura, dissociazione e insensatezza. La coreografia ben congegnata, l’eccezionalità dei danzatori, la radicalità del pensiero che informa lo spettacolo , concorrono a fulminare la sensibilità dello  spettatore in modo potente.

BROS – IDEAZIONE E REGIA DI ROMEO CASTELLUCCI

Bros di Castellucci

Bros di Castellucci

Non c’è nulla di umanamente fraterno nei “bros” in nera uniforme da poliziotti statunitensi che si muovono e agiscono compatti su un palcoscenico avvolto nell’oscurità. Una trentina di uomini resi indistinti e intercambiabili dall’uniforme, dai baffi e dal cappello: un plotone coeso formato da performer ingaggiati fra “uomini dalla strada” non per interpretare una parte, bensì per eseguire i comandi impartiti da Castellucci stesso. Uomini, immagini, parole, suoni – la musica, invasiva e potente, conturbante e allucinatoria è come sempre di Scott Gibbons – concorrono a edificare un universo claustrofobico e terrorizzante: un’inquietante scomodità che, nondimeno, non rimane a livello dell’epidermide ma scava nell’interiorità di ciascuno. Con Bros, Castellucci sviluppa e approfondisce con incisiva, vigorosa e tuttavia concreta visionarietà un discorso avviato da tempo su dominio e parola, annullamento consapevole della volontà e abdicazione alle responsabilità, costruendo uno spettacolo che combina il suo ineguagliabile talento artistico a uno sguardo non indulgente sulla realtà.

L’ANGELO DELLA STORIA – TEATRO SOTTERRANEO (DANIELA VILLA, SARA BONAVENTURA, CLAUDIO CIRRI)

L'Angelo della Storia by Sotterraneo ph. Giulia di Vitantonio_courtesy Inteatro festival

L’Angelo della Storia by Sotterraneo ph. Giulia di Vitantonio_courtesy Inteatro festival

L’omonima opera di Walter Benjamin, incentrata sulla figura di un angelo che, desideroso di rimediare alle catastrofi del passato, viene sospinto suo malgrado verso il futuro, è innesco di uno spettacolo dal ritmo serratissimo, costruito sul racconto, costantemente interrotto e ripreso, di vari “aneddoti”, riferiti a epoche e contesti assai diversi: riunioni partigiane e dubbi estetici fra le guardie di Auschwitz; un caso di possessione collettiva che, nel 1518, innescò un’epidemia di danza, con innumerevoli persone a ballare senza requie, e le innumerevoli gravidanze di una regina inglese nel Medioevo; l’orchestra del Titanic e lo sfortunato itinerario di un branco di balene; e, ancora, le ultime ore di Benjamin… Aneddoti messi in scena dagli interpreti, spesso scambiandosi le parti, con un effetto di parziale straniamento che raddensa il senso dello spettacolo, maturo e minuziosamente curato: uno sguardo disincantato sul passato, con ironia costruttiva e non disfattista, e tuttavia alimentato da genuina e disperante compassione verso l’umanità.

THE DIVINE CYPHER- ANA PI

Copia di Ana Pi Divine Cypher by Daniel Nicoalevsky Maria

Copia di Ana Pi Divine Cypher by Daniel Nicoalevsky Maria

Un viaggio nei riti e nell’eredità del voudoun studiata da Maya Deren e riprodotta nel libro The Divine Horsemen: The Living Gods of Haiti, poi nell’omonimo documentario postumo uscito nel 1985.  La coreografa brasiliana Ana Pi ripercorre in un ritmo poetico e ipnotico il mistero delle danze haitiane in un dialogo immaginario con la grande filmmaker e artista ucraina, emigrata negli Stati Uniti, pioniera del cinema sperimentale. The Divine Cypher è una sottile orditura di trame tra poetica e politica, tra segni e gesti, in un clima fantasmagorico, dove si disseppelliscono echi e fantasmi occultati dal colonialismo, specchi e rifrazioni della storia.  Un lavoro all’incontro tra immagine e corpo, tra visivo e vivente, alimentato da una ricerca sulle forme in cui queste danze sacre sono state preservate e risuonano oggi.

CATARINA E A BELEZA DE MATAR FASCISTAS, TESTO E REGI DI TIAGO RODRIGUES

Catarina e a beleza de matar fascistas foto di Felipe Ferreira

Catarina e a beleza de matar fascistas foto di Felipe Ferreira

Una famiglia da settant’anni si riunisce per eliminare un fascista ma la più giovane è restia a proseguire questa tradizione: ha ancora senso quel rito di fronte al costante proliferare di fascisti? Esiste davvero un delitto “giusto”? Si può salvaguardare la democrazia compiendo quello che in fondo è un crimine? Molte le questioni etiche sollevate dallo spettacolo che il regista portoghese ha creato insieme ai magnifici attori del suo Teatro Nacional D. Maria II. Lucidità e ironia ma anche volontà di mettere alla prova il pubblico, sottraendolo alla consueta passività. Rodrigues mostra con intelligenza come sia ancora possibile un teatro esplicitamente politico, costruttivamente inquisitorio e felicemente non rassicurante…

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Redazione

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