Madina alla Scala. Corpo e violenza nell’opera coreografica di Mauro Bigonzetti

Alla Scala di Milano ha finalmente debuttato l’opera coreografica “Madina” con le musiche di Fabio Vacchi e la coreografia di Mauro Bigonzetti. Un progetto teatrale molto complesso, che ha al centro la forza liberatrice di un corpo vulnerabile e la condanna della violenza degli uomini.

Madina - Antonella Albano e Gabriele Corrado. Photo Brescia e Amisano¸ Teatro alla Scala, Milano
Madina - Antonella Albano e Gabriele Corrado. Photo Brescia e Amisano¸ Teatro alla Scala, Milano

L’opera Madina del compositore Fabio Vacchi con la coreografia di Mauro Bigonzetti ha finalmente debuttato al Teatro alla Scala di Milano, che l’ha commissionata insieme alla Siae.
È una operazione teatrale complessa, di quelle che per molte ragioni, anche per pregiudizi culturali e non solo per necessità contingenti (richiedono consapevolezza curatoriale), da tempo non si vedevano. L’opera (diretta da Michele Gamba) ha un sottotitolo improprio e obsoleto: Teatro-Danza in tre quadri, non essendo né l’una né l’altra, né tantomeno entrambi: trattandosi invece, per tutta evidenza, di un’opera coreografica. Tratta dal romanzo La ragazza che non voleva morire di Emmanuelle de Villepin (autore del libretto che in parte se ne discosta), comprende anche due cantanti solisti (soprano e tenore), il coro e un attore.
Una sfida di bilanciamento delle drammaturgie alla quale Bigonzetti non si è sottratto, convocando un imponente immaginario visivo, anche mobile ma non di intralcio, grazie al magistrale lavoro alle scene e alle luci di Carlo Cerri, in perfetta e collaudata sintonia con il lavoro dei video designer Alessandro Grisendi e Marco Noviello, non meno che ai costumi di Maurizio Millenotti.

Madina - Roberto Bolle. Photo Brescia e Amisano¸ Teatro alla Scala, Milano
Madina – Roberto Bolle. Photo Brescia e Amisano¸ Teatro alla Scala, Milano

IL CORPO SACRIFICABILE DI MADINA

Il libretto, come già il romanzo, racconta una storia vera: una ragazza (nel romanzo cecena) subisce l’occupazione della propria terra, la distruzione della propria famiglia (rigidamente patriarcale), lo stupro da parte degli occupanti (nel romanzo i russi), le richieste dei familiari di immolarsi in un attentato suicida in una grande città occidentale. Corpo reso docile dalla violenza e dalla cultura del possesso degli uomini, Madina è per tutti loro una vita sacrificabile. Ma dirà di no, interrompendo la sua sottomissione alla diarchia azione/reazione. Dirà di no alla violenza della manipolazione che risiede nella cultura dello stupro e nel familismo ricattatorio. Non senza conseguenze per sé e per altri: ma Madina conosce un’altra forma dell’amore senza odio, senza sovranità, che è resistenza, ed è senza contropartita.

Madina - Il corpo di ballo. Photo Brescia e Amisano¸ Teatro alla Scala, Milano
Madina – Il corpo di ballo. Photo Brescia e Amisano¸ Teatro alla Scala, Milano

LA COREOGRAFIA ANTICLASSICA DI BIGONZETTI

La partitura di Vacchi è estremamente trasparente nel delineare scene e atmosfere: il suono (l’uso ad esempio impressivo della pluralità delle voci del coro, o l’intensa sezione percussiva che prepara il finale) alimenta però una scena (melo)drammatica già tutta determinata nel racconto. Assai più inquieta e per nulla pacifica, invece, la coreografia. Bigonzetti chiede a tutti un grosso sforzo interpretativo, di matrice antindividualista e con una violenza nel disegno dei movimenti fortemente anticlassica. Roberto Bolle riesce aggressivo e manesco anche se solo nei gesti, nella morsa della superficie: ma c’è da dire che certa indifferenza può risultare feroce, a chi guarda, e quindi consuonare benissimo con il carattere del guerrigliero. Sorprende invece la capacità trasformativa di Antonella Albano che restituisce una Madina fuori canone, anche dimessa e arruffata, ma perfetta nel suo darsi come corpo vulnerabile e straziato, corpo di redenzione dalla violenza degli uomini. Parimente Gabriele Corrado (nel ruolo del padre del guerrigliero) rende presente tutta l’ambiguità della discendenza patrilineare. Ma, nella coreografia, la storia sembra opportunamente sfumare per stratificazioni successive (oltre la cronaca, oltre il programma) che rendono il particolare universale: perché qui non contano bandiere e identità, propagande geopolitiche o sottomissioni parentali. Contano i corpi delle donne, e la violenza di tutta la nostra umanità mancata.

Stefano Tomassini

https://www.maurobigonzetti.com

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Spazio espositivoTEATRO ALLA SCALA
IndirizzoVia Filodrammatici, 2, 20121 - Milano - Lombardia
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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini insegna Coreografia (studi, pratiche, estetiche), Drammaturgia (forme e pratiche) e Teorie della performance all’Università IUAV di Venezia. Si è occupato di Enzo Cosimi, degli scritti coreosofici di Aurel M. Milloss, di Ted Shawn e di librettistica per la danza. Nel 2018 ha pubblicato la monografia "Tempo fermo. Danza e performance alla prova dell'impossibile" (Scalpendi) e, più di recente, con lo stesso editore, "Tempo perso. Danza e coreografia dello stare fermi".