Il teatro è una questione collettiva al Kilowatt Festival 2021. Il reportage

Andata in scena nella consueta cornice di Sansepolcro, la recente edizione del Kilowatt Festival ha messo in luce tutto il valore comunitario e partecipativo del teatro e delle arti performative in genere

Fake Folk. Photo Elisa Nocentini
Fake Folk. Photo Elisa Nocentini

Kilowatt Festival, con la direzione artistica di Luca Ricci, è da poco terminato a Sansepolcro, il paese di Piero della Francesca. Fra i tantissimi festival che, fra la primavera e l’autunno, si svolgono in Italia con continuità, Kilowatt si distingue per un tratto peculiare. La programmazione/selezione degli spettacoli del festival è realizzata in base a un procedimento che coinvolge gli abitanti di Sansepolcro e di alcuni comuni limitrofi, che in gruppo si incontrano e discutono la scelta degli spettacoli destinati a comporre il palinsesto della rassegna. Questo iter attesta un reale processo di condivisione, partecipazione, socializzazione che produce conoscenza e cultura del teatro e delle arti performative.
Questi cittadini ‒ fra i 25 e i 75 anni di età ‒ sono definiti “i visionari”, nella doppia accezione di chi svolge il ruolo di visionare e di chi per svolgerlo deve credere nelle visioni utopiche, artistiche, rivoluzionarie. Per l’edizione 2021 si sono riunite 38 persone che hanno selezionato otto spettacoli tra le 250 proposte pervenute al festival. Al gruppo di adulti si sono aggiunte due classi di scuola superiore di Sansepolcro.

TEMI E LINGUAGGI DEL KILOWATT FESTIVAL

Peculiare di questo festival è il suo non privilegiare una particolare vocazione di linguaggio artistico, ma offrire prospettive diversificate, fra danza (Panzetti/Ticconi, Linda Hayford), drammaturgia nazionale e internazionale (Carver, Churchill); una rigorosa ricerca sui gruppi emergenti  in Italia  (collettivo Munerude) e nello stesso tempo un  riconoscimento delle figure artistiche  del teatro italiano (nell’edizione 2020 una personale dedicata a Roberto Latini); una relazione con le compagnie della Toscana (Teatro Sotterraneo, Francesca Sarteanesi con Sergio, risultato di una residenza); una attenzione all’infanzia e all’adolescenza (Giuliano Scarpinato, A+A Storia di una prima volta, Marion Siéfert, Le Grand Sommeil); ai temi sociali ‒ come recita la presentazione: “Ecologia, fenomeni migratori, questioni di genere” ‒ tra il femminismo nero di Lois Alexander in Neptune, il tema della prostituzione con le testimonianze di alcune prostitute che stazionano sulla strada Palmiro Togliatti a Roma in Togliatti mon amour di Fortezza dell’Est, il G8 di Genova (GiOTTO studio per una tragedia di Babel Crew). Non Abbiate Paura Grand Hotel Albania, di D’Elia-Niccolini, rievoca la nave che nel 1991 è approdata a Brindisi carica di migliaia di cittadini in fuga dall’Albania, devastata dalla delinquenza.

Togliatti mon amour. Photo Luca Del Pia
Togliatti mon amour. Photo Luca Del Pia

I FORMATI DEL FESTIVAL

A emergere dall’edizione appena conclusa è anche la diversificazione dei formati: sui palcoscenici dei teatri nelle varie sedi di Sansepolcro sono andati in scena talk (Why we Fight  di Eric Arnal-Burtschy), installazioni interattive (Architettura della disobbedienza di Sinisi, Bronzino, Fassone); la fascinazione partecipativa, ossia chiamare lo spettatore a fare, dire qualcosa, che attesta l’idea “relazionale” che l’arte si debba manifestare come scambio socializzante, in reazione alla riduzione degli spazi sociali. La vocazione autobiografica, diaristica, l’esposizione di sé in prima persona, una tendenza che si registra da più di un decennio, descrive la caduta del diaframma pubblico/privato e rimanda a un teatro dell’esperienza e del vissuto, anche laddove, come in Why we Fight, il tema ‒ fare le guerre ‒ è politico. L’esortazione, fare appello allo spettatore affinché cambi il proprio modo di vivere, è un filo rosso che ha attraversato i vari formati “di spettacoli” cui abbiamo assistito, a riprova del bisogno di non archiviare la recente e incombente esperienza della pandemia, pur non riuscendo ancora a guardarla a distanza e quindi a trasfigurarla poeticamente.
Fakefolk di Andrea Cosentino ha chiuso simbolicamente il festival, uno spettacolo dove la forma parodica della festa popolare ‒ rievocando l’insegnamento di Diego Carpitella ‒ si associa con una adesione critica al presente ‒ il riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai, il turismo insostenibile ‒ e diventa politica.

TEATRO E RESISTENZA

Questa edizione di Kilowatt è stata penalizzata dal divieto di utilizzare i Giardini di Piero, luogo che tradizionalmente ha ospitato varie attività del festival “poiché tali giardini sono un luogo sottoposto a tutela”, scrive la Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio.
È pratica diffusa in Italia che, laddove si realizzino azioni efficaci, produttive di cultura, di socialità, promotrici di esperienze artistiche e di sana amministrazione dello spazio pubblico, arrivino sanzioni finalizzate a bloccarle. Bisogna opporre resistenza, poiché il teatro, sostengono “i visionari”, parla alle vite e alle esperienze di ciascuno e convalida il piacere di essere presente in un mondo in cui l’idea di vita sociale è diventata precaria.

Valentina Valentini

https://www.kilowattfestival.it/

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Valentina Valentini
Valentina Valentini insegna arti performative e arti elettroniche e digitali alla Sapienza Università di Roma. Le sue ricerche comprendono il campo delle interferenze fra teatro, arte e nuovi media. Fra le sue pubblicazioni: "Nuovo teatro Made in Italy" (2015), "Medium senza Medium" (2015 ), "Drammaturgie sonore" (2012), "Mondi, corpi, materie. Teatri del secondo Novecento" (2007). Pubblica su riviste nazionali e internazionali (Performance Research, PAJ, Biblioteca Teatrale, Arabeschi). Ha fondato e dirige il network www.sciami.com.