Reportage dai festival di danza estivi in Veneto

L’ultima tappa del nostro reportage è il Veneto: da Vicenza a Venezia e poi Verona, tra le scorribande corali, sregolate ma piene di metodo, di Carlo Massari, la seconda parte della programmazione di Biennale Danza e il nuovo lavoro di Chiara Frigo.

Hard to be soft, a Belfast Prayer by Oona Doherty. Courtesy La Biennale di Venezia © Andrea Avezzù
Hard to be soft, a Belfast Prayer by Oona Doherty. Courtesy La Biennale di Venezia © Andrea Avezzù

In chiusura del bel festival Danza in rete del Comunale di Vicenza, ha molto sorpreso Carlo Massari con Les misérables o della miseria umana per la sua C&C Company. È un feroce apologo sulle miserie del nostro tempo, realizzato in uno spazio tutto vuoto che però riesce a essere visionario. La scena è percorsa da un coro di quattro voci (tutte in corpetto e parrucca color paglia) e piantonata da un anziano attore seduto spalle al pubblico, incoronato re del nulla. L’assenza di ogni ricatto estetico, la dimensione straniante della drammaturgia della realtà e l’astuta ferocia insieme alla fredda comicità con cui questo corale danzato violenta con un canto grottesco (e brechtiano) i più roventi stereotipi del nostro presente (tolleranza, sicurezza, precarietà, estinzione, pandemia) sono sostenute da una sapiente scrittura dei testi. E ciò che si mostra come una felicissima intuizione drammaturgica rivela un metodo estremamente consapevole di tutta la sua utilità.

LA MERCE E IL SUO ROVESCIO ALLA BIENNALE DANZA DI VENEZIA

Al 15esimo Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia, diretto da Wayne McGregor, qualcosa sembra finalmente cambiato. Almeno a sfogliare il bellissimo catalogo, First sense, pieno di contenuti che resteranno. Nella sola seconda parte della programmazione seguita, sembra comunque evidente una incertezza curatoriale che investe l’identità di questo festival. La merce, e il suo rovescio. Da una parte lo spiritualismo trasversale e globale (di tutte le chiese e per tutti i mercati) di Hervé Koubi, con Odyssey, un prodotto fusion disponibilissimo a essere tutto: il Mediterraneo, l’oceano, la donna, l’esilio, il ballet blanc, il tempo moderno, l’amore e pure “un tappeto di Aladino”. Con un numero sproporzionato di interpreti (e muscoli), sotto dittatura continua di capoeira e un poco di hip-hop, ma in assenza di una compiuta drammaturgia tantomeno di coreografia, la più vera danza è allora nel canto di Natacha Atlas, stella della musica araba che accompagna in scena, pur se presenza irrisolta, tante acrobazie. Dall’altra, invece, l’incredibile e imperdibile lavoro di Josef Nadj, Omma (in greco occhio), in cui otto danzatori africani, sempre in scena, generano movimento come esperienza di scambio. Ecco il rovescio della merce nel corpo vibratile di una comunità in cerca di equilibrio. La coreografia è qui la riflessione materiale su come un corpo può costruire un destino comune. Non miseria di un prodotto, ma forza di una precisa volontà.

Omma, by Josef Nadj. Courtesy La Biennale di Venezia © Andrea Avezzù
Omma, by Josef Nadj. Courtesy La Biennale di Venezia © Andrea Avezzù

L’ARTE DEL COLLAGE DI DOHERTY

Sullo sfondo, le ingenuità di Oona Doherty, Leone d’argento di quest’anno, nel suo Hard to be Soft – A Belfast Prayer, composto con modalità performative elementari (le scene accostate come un infantile collage), anche efficaci in alcune presenze (ma non in un fastidioso labiale su voci registrate: strano, perché Doherty ha spirito e humor e personalità, dunque non si capisce perché non sostenga live quanto rifila in playback), consuonano perfettamente con le fragilità messe qui in campo. Quelle degli irlandesi nei confronti degli inglesi; delle ragazze di scuola nei confronti del mondo; della mascolinità spezzata anche in corpi ingombranti. È una bella preghiera laica, nei limiti di un autobiografismo incapace però di rendere collettiva la redenzione cercata nel (racconto del) corpo di Lazzaro.

IL PENSIERO UNICO DEI GIOVANI COREOGRAFI

Ma la serata più ambigua è stata senz’altro quella dei giovani coreografi del College, cinque New Works in Progress, ispirati a materiali dell’Archivio Storico della Biennale. Tra questi hanno senz’altro colpito la chiarezza di intenti dell’egiziano Mounir Saeed (Nemesis VS. Anubis VS. everyone, con uno strepitoso assolo d’avvio di Toni Flego) e il reenactment solidale, dunque dialettico, tra Deborah Hey e William Forsythe, del nordamericano Raymond Pinto (Becoming, con un bellissimo e seduttivo assolo di chiusura danzato dal flessuoso Luca Cappai). Ma, in generale, di pensiero coreografico qui non ce n’è: è tutto passi e movimento, spesso di qualità e temporalità uniformi, mentre la dimensione drammaturgica è più volte demandata alla playlist. La danza è una continua richiesta di prestazione, mentre la coreografia è appunto solo un prodotto. Nulla di quanto sperimentato sulla scena europea negli ultimi decenni sembra essere qui afferrato. Prevale invece il pensiero unico della continuità del movimento tipico del mercato angloamericano, che la comprensione e la trasmissione dei processi di composizione (nel mandato formativo del College) dovrebbero invece trasgredire e innovare.

Fight Or Flight. Credit Andrea Bianco Colorfulmind
Fight Or Flight. Credit Andrea Bianco Colorfulmind

L’INCENDIARIA CHIARA FRIGO A VERONA

Per l’Estate Teatrale Veronese è partito con una proiezione apocalittica di un incendio che divampa (purtroppo così attuale) il nuovo lavoro di Chiara Frigo, Fight or Flight, titolo che la stessa coreografa traduce con “attacco o fuga”. Tre figure femminili (con Frigo anche Valentina Banci e Maria Eugenia Rivas) contendono la scena, nei corpi e nelle voci (grazie a microfoni calati dall’alto), alla musica eseguita dal vivo da Laura e Lorenzo Masotto e Bruce Turri. Ed è tanto più apprezzabile vedere la ricerca della complessità in produzioni finalmente dal formato più esigente. Sottotraccia, in questa riflessione sull’amore come rottura e autodeterminazione possibile, ci sono anche le Tre sorelle di Čechov (ma la drammaturgia è di Riccardo de Torrebruna), a conferma di una consapevole intuizione di Frigo sul rapporto tra scrittura (teatrale) e movimento, capace oggi di interrogare di nuovo le forme della performance. Gestualità e testualità come più immediata tensione per il contemporaneo.

Stefano Tomassini

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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini insegna Coreografia (studi, pratiche, estetiche), Drammaturgia (forme e pratiche) e Teorie della performance all’Università IUAV di Venezia. Si è occupato di Enzo Cosimi, degli scritti coreosofici di Aurel M. Milloss, di Ted Shawn e di librettistica per la danza. Nel 2018 ha pubblicato la monografia "Tempo fermo. Danza e performance alla prova dell'impossibile" (Scalpendi) e, più di recente, con lo stesso editore, "Tempo perso. Danza e coreografia dello stare fermi".