A Bolzano la danza di tre coreografi per un solo spettatore

L’edizione 2020 di Bolzano Danza, dal 15 al 31 luglio, si configurerà come un atto simbolico e unico, una risposta progettuale nuova in linea con quanto stiamo vivendo. Un ripensamento del concetto di festival e di teatro, un luogo che è innanzitutto condivisione. Ne abbiamo parlato con il direttore artistico Emanuele Masi.

MK, photo Andrea Macchia
MK, photo Andrea Macchia

In questo lungo periodo di pandemia, con i limiti imposti dalle misure restrittive che hanno causato l’annullamento di spettacoli e festival, impedendo di fatto future programmazioni, quali riflessioni hanno attraversato i suoi pensieri di direttore artistico di un festival che ha trovato comunque una sua via?
Se guardo ai mesi passati, vedo una parabola variegata di sentimenti e di pensieri: da una prima fase di ottimismo pensando che questa situazione sarebbe durata al massimo un paio di mesi al comprendere che non sarebbe stato possibile realizzare il festival così com’era stato programmato, con quella organicità di sguardi che lo hanno caratterizzato, soprattutto in questo triennio. Pezzo dopo pezzo, di quel programma si sarebbero perse le colonne portanti, avremmo dovuto ricomporlo in una macedonia di assoli o al limite passi a due, avremmo fatto un festival di spettacoli “possibili” anziché di spettacoli “necessari”. Quindi ho raggiunto la consapevolezza che serviva fare in modo che i limiti diventassero il fondamento di qualcosa di radicale. E così a fine aprile, rileggendo l’ordinanza provinciale che esplicitava il divieto di manifestazioni che prevedessero la presenza di “più persone”, mi è balenata l’immagine paradossale di una sola persona in una grande sala teatrale vuota. Un paradosso che, invece, poteva essere il paradigma di una diversa edizione del festival.

Si è attivata quindi una nuova modalità creativa in modo un po’ inusuale…
Esatto. Da direttore artistico in genere ho un ruolo curatoriale: genero una cornice nella quale trovano spazio i progetti degli artisti. In questo caso invece ho determinato in modo autoriale l’atto artistico attorno al quale coinvolgerli. Mi è stato chiaro da subito che nelle prime riaperture di sipario non si poteva mettere in scena uno spettacolo qualsiasi, un repertorio creato su un’urgenza totalmente diversa da quella che viviamo oggi. Serviva commissionare e da festival di ospitalità diventare luogo di creazione e di produzione.

EDEN – Danza per uno spettatore è un titolo emblematico, si riferisce a un luogo paradisiaco e al luogo dell’incontro tra Adamo ed Eva, alla relazione tra i due primi esseri umani. Può spiegare meglio questa idea tematica del festival?
L’idea di Eden propone in metafora il teatro come il giardino meraviglioso dove avvenne il primo incontro tra due persone, a prescindere da come biblicamente è andata a finire tra Adamo ed Eva. A noi sta a cuore l’idea del primo incontro, in questo caso tra spettatore e danzatore pur nella distanza tra platea e palcoscenico. Quando Michele Di Stefano parla di “reciproca osservazione”, come non immaginare lo stupore che quei due primi esseri umani avranno provato nel trovarsi di fronte a un proprio simile? Citandolo, ci tengo a sottolineare che se EDEN parte da una mia intuizione, le riflessioni e lo sviluppo sono frutto del dialogo con i tre coreografi coinvolti: Carolyn Carlson, Rachid Ouramdane e in primis Michele Di Stefano. Un lavoro di confronto ricco più che mai.

Carolyn Carlson. Photo Jean Louis Fernandez
Carolyn Carlson. Photo Jean Louis Fernandez

Parliamo di una grande distanza nell’enorme sala del Teatro Comunale, dove ci sarà un azzeramento della differenza tra chi guarda chi, chi sta vivendo l’emozione e chi la trasmette in quel momento. Come si svolgerà in concreto?
Lo spettatore dovrà prenotarsi per un orario ben preciso potendo scegliere quale coreografia andare a vedere anche in base alla sua preferenza estetica. Si presenterà alla biglietteria del Teatro dove, dopo le misure sanitarie di rito, una maschera lo accompagnerà dentro la Sala Grande, quella da 800 posti. Sarà fatto accomodare su una poltrona centralissima: a quel punto la luce si spegnerà e si aprirà il sipario su questo incontro a due. Non saprei prevedere come terminerà questo incontro, se, alla chiusura del sipario, ci sarà un applauso o cos’altro.

Chissà quale sarà la reazione emotiva…
Questa è la vera incognita! Non sapendo come vorrà elaborare questo incontro, al termine della performance lo spettatore sarà accompagnato nel foyer, dove allestiremo un piccolo giardino, un angolo verde in cui, se vorrà, potrà sostare, attendere qualche minuto prima di tornare ai rumori e al caldo della città, e magari incontrare lo spettatore precedente per scambiare delle impressioni.

Quasi un’area di decantazione, per elaborare l’esperienza intima vissuta. Si direbbe che è una performance pensata per “prendersi cura dello spettatore”…
Sì, ma anche viceversa: forse anche lo spettatore percepirà un sentimento di cura nei confronti dell’interprete che gli sta davanti: mi piace pensare all’attivarsi di un atto di pietas reciproca. In effetti EDEN presenta una sovrabbondanza di riferimenti etici e religiosi: anche l’immagine di sala da 800 posti completamente vuota ha qualcosa di apocalittico. Ma dall’apocalisse si passa alla genesi, a questo incontro generativo. I riferimenti, gli intrecci biblici non sono tutti consapevoli, emergono pian piano, parlando come adesso: d’altra parte la Bibbia sta alla base della nostra cultura, del nostro vivere sociale, del nostro immaginario dal quale si genera, in fondo, anche il teatro.

Con quale criterio ha scelto i tre coreografi?
In base a un principio di relazione con il nostro pubblico e la nostra comunità. Di Stefano e Ouramdane hanno una relazione stretta con Bolzano, sono stati ospiti in svariate occasioni anche come guest curator della sezione outdoor del festival, quella che lavora sulla relazione con la Città. Carlson invece l’ho scelta per il significativo focus che nel 2012 abbiamo dedicato a lei e alle generazioni di artisti che ha originato nel corso degli anni. Tutti e tre sono stati generosi nel mettersi a disposizione di un concept artistico pre-determinato: senza individualismi, per esempio hanno aderito all’idea di lavorare allo stesso titolo. Per cui nelle singole coreografie EDEN sarà declinato con i loro soli nomi propri e avremo EDEN of Carolyn, EDEN selon Rachid, e EDEN secondo Michele. Lo stesso incontro raccontato da tre punti di vista differenti, con un esplicito riferimento alla modalità di narrazione evangelica.

Emanuele Masi, direttore artistico di Bolzano Danza
Emanuele Masi, direttore artistico di Bolzano Danza

Con loro ha sviluppato anche le modalità creative e l’elaborazione concettuale del progetto?
Sì, più precisamente con loro si è sviluppata la mia idea iniziale di questo spettatore in una sala vuota con il sipario che si apre su un incontro. Questa immagine mi affascinava, ma mi serviva una conferma, la validazione di un artista: l’entusiasmo che ha subito manifestato Michele Di Stefano, il primo con cui mi sono confrontato, mi ha convinto a proseguire. Gli ho proposto di lavorarci insieme e a quel punto è iniziato il dialogo aggregando anche Rachid e Carolyn.

Cosa prevede per il futuro e come prevede il futuro?
Continuo a pensare che, presto o meno presto, torneremo alla normalità. Allo stesso tempo sono anche consapevole che un progetto come EDEN vive proprio nell’unicità del “qui e ora” di questo tempo unico della prima riapertura di sipario. Tra sei mesi un progetto così sarebbe pleonastico cessandone la necessità. In questo deve stare l’etichetta di “contemporaneo” che si danno festival come Bolzano Danza: comprendere le sfide e le urgenze della società. Come potremmo “esserci” senza offrire un atto simbolico, un rituale, a questo ritorno? Non vorrei suonare polemico, ma non basta semplicemente dire “ci siamo” e fare un cartellone di spettacoli “possibili” come se niente fosse accaduto, senza domandarsi di cosa la comunità ha bisogno.

Anche perché contemporaneità significa interpretare il presente…
E rispondere, con senso di responsabilità, alle esigenze del nostro pubblico. E degli artisti: non possiamo solo chiedere. Chiedere che siano innovativi adeguandosi ai limiti e alle urgenze del tempo presente: dobbiamo essere noi programmatori i primi a offrigli un contesto per essere generativi e creativi. Quindi, oggi più che mai, dobbiamo dimostrare che essere contemporanei significa saper immaginare il futuro.

Giuseppe Distefano

www.bolzanodanza.it

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).