Teatro. Nell’inferno delle nozze di Elias Canetti

Lino Guanciale mette in scena il testo dello scrittore bulgaro: un paesaggio di rovine materiali e morali della civiltà europea alla vigilia della notte autocratica nazifascista.

Nozze. Regia di Lino Guanciale. Photo Serena Pea
Nozze. Regia di Lino Guanciale. Photo Serena Pea

Della Commedia della vanità, Nozze rappresenta quasi l’altra faccia della stessa medaglia. E volutamente i due testi sono stati scelti e collegati nel Progetto Elias Canetti. Il secolo preso alla gola, ideato del regista Claudio Longhi per la stagione di ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione. Il primo firmato dallo stesso Longhi; Nozze, invece, affidato all’attore Lino Guanciale che firma la sua prima regia teatrale (debutto al Teatro delle Passioni di Modena). Lavorando a una drammaturgia lontana dalle convenzioni teatrali e quindi atta a essere elaborata con grande libertà, Guanciale dirige con mano sicura, creativa, e con profondo approccio alla materia canettiana, dodici giovani attori diplomati alla Scuola di ERT Fondazione, dimostratisi già di matura padronanza espressiva e scenica grazie a una direzione partecipata e uno specifico lavoro sui singoli, con un risultato corale encomiabile. Anche in Nozze ‒ primo testo teatrale, scritto di getto nel 1931 ‒ scorgiamo i germi di tutte le problematiche presenti nella più ambiziosa opera Massa e Potere, in cui lo scrittore bulgaro riflette sulla relazione tra il potere, il binomio identità-massa e la morte, intesa come annichilimento delle coscienze, come abbrutimento e immiserimento della facoltà umana di migliorare, conoscere e amare. Influenzato della lettura del Woyzeck di Buchner, in Nozze Canetti mette in scena l’apocalisse, dove il tema del crollo della casa (e della famiglia) diventa rappresentazione del crollo (imminente) della civiltà mitteleuropea di Vienna alla vigilia dell’elezione di Hitler al cancellierato, rivelando così tutto il suo potenziale profetico della catastrofe dell’Europa nera dei nazionalismi tra le due guerre mondiali. Qualcosa che ci ricorda il nostro tempo. Come nella Commedia, ritroviamo anche qui, ancor più esplicito, l’eros perverso e vorticoso che impregna i personaggi.

LA TRAMA DELLO SPETTACOLO

L’azione si svolge in uno stabile di cui è proprietaria una vedova, quasi moribonda: un condominio ambito da più inquilini descritti da Canetti in rappresentanza di uno spaccato reale della società borghese. Il prologo si apre sull’ingegnosa e semplice scenografia di una tribuna mobile trasportata in avanti, dove sono installati dei micro ambienti – campeggia, davanti, la miniatura di un palazzo con gli interni delle case – che sono ciascuno i cinque nuclei famigliari della pièce. A turno assistiamo ai dialoghi, tra il serio e il faceto, di queste creature bizzarre che sì fanno ridere, ma danno anche i brividi, avide come sono, smodatamente ambiziose di denaro, sesso e fama. In seguito l’indietreggiare della scena lascia posto alla grande stanza – con diverse porte e un tavolo al centro con i resti della festa – dove fervono i preparativi per le nozze di una giovane coppia. E qui si sfoggia una fauna umana grottesca e spietata che altro non è che la metafora di bramosia e immoralità. “Casa” è la parola che riecheggia più volte durante tutta la messinscena, ripetuta ossessivamente da un colorato e urlante pappagallo (un bravissimo Simone Baroni, nel ruolo anche dell’idealista di nome Horch). La casa è il desiderio bramoso della nipote che mira a ereditarla da parte della nonna, cui augura presto la morte che si pensa imminente. È lo spazio esposto a un crollo presagito già all’inizio dello spettacolo per i calcinacci cascati dall’alto di una trave, che anticipano quelli devastanti che cadranno dopo una scossa tellurica, nel finale, scatenando la paura, ma anche progetti di lucro pensando alla futura ricostruzione: “Questo non è un terremoto da poco prezzo, questo è un signor terremoto, questo è un terremoto di prima qualità, sta crollando mezza città”, dirà Gretchen, una donna d’affari. “Domani saranno morti di paura, dopodomani si metteranno a ricostruire… Sto calcolando quanto potremo chiedere: tre volte tanto!” (Non ci ricorda, forse, qualche scandalosa speculazione italica?). Tutti i personaggi recano già il segno di quella rovina negli abiti impolverati con cui si presentano nella passerella iniziale e nei successivi costumi della seconda parte.

Nozze. Regia di Lino Guanciale. Photo Serena Pea
Nozze. Regia di Lino Guanciale. Photo Serena Pea

LA CASA E GLI ATTORI

La casa è dunque il loro principio identitario in senso conservativo: fortilizio e luogo di difesa dagli altri, di sicurezza della razza e del sangue comune, e soprattutto luogo di celate nefandezze, di marciume e spudorati vizi. Come in un macabro balletto espressionista, Guanciale raccorda con tagliente ironia i personaggi isolando duetti, trii, quartetti e gruppi, riproducendo le modalità dei loro rapporti all’interno di un’ossessione comune, quella del possesso sessuale sfrenato. Vestiti d’epoca, tra divise naziste e scatti di braccia alzate, nel magma tronfio e spudorato di azioni che non conosce confini morali, i personaggi si moltiplicano fino a soccombere nel crollo la cui vera causa è la corruzione che ha minato l’edificio dall’interno. E con la ricorrente domanda che uno di loro rivolge a tutti, “Guardate, ascoltate, che cosa farete per la persona amata?”, tirano fuori reciprocamente il peggio delle loro menti e dei loro gesti nonostante l’incubo della morte. Con lucida causticità Canetti smaschera il disgustoso ritratto della miseria dell’uomo che non conosce tempo. Da citare tutti i bravi attori: Rocco Ancarola, Gabriele Anzaldi, Simone Baroni, Oreste Leone Campagner, Giulio Germano Cervi, Brigida Cesareo, Elena Natucci, Marica Nicolai, Martina Tinnirello, Cristiana Tramparulo, Giulia Trivero, Massimo Vazzana.

Giuseppe Distefano

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).