Biennale Teatro 2019. Nutrirsi di drammaturgie

Dal 22 luglio al 5 agosto, la Biennale Teatro di Venezia, diretta da Antonio Latella, ha proposto un ricco menu di spettacoli e performance per stimolare nuove visioni e prospettive. In una attualità in cui nutrirsi di cultura è un atto necessario.

Julian Hetzel, I’m not here says the void. Courtesy La BIennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù
Julian Hetzel, I’m not here says the void. Courtesy La BIennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù

Drammaturgie come ricette teatrali, gastronomie che si compongono dei più vari e misteriosi ingredienti, ricchi di sfumature, consistenze, sapori armoniosi o contrastanti pronti a deliziare, stupire, sconvolgere.
La metafora culinaria è di Antonio Latella, giunto al terzo atto della sua direzione. In questa edizione della Biennale Teatro si indaga cosa sia e cosa possa ancora essere la drammaturgia nel 2019 attraverso un menu ricco di proposte svariate, tanto quanto le provenienze che le poetiche degli artisti invitati. In un mondo che appare oscuro, superficiale e ingiusto, la cultura e il teatro diventano nutrimento necessario per il confronto e il cambiamento.

Quotidiana.com, Il racconto delle cose mai accadute. Courtesy La BIennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù
Quotidiana.com, Il racconto delle cose mai accadute. Courtesy La BIennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù

GLI ITALIANI IN BIENNALE

Tra gli italiani, alcune prime assolute. Quotidiana.com, di Roberto Scappin e Paola Vannoni, presenta il nuovo lavoro Il racconto delle cose mai accadute. Lo spettacolo si confronta con il linguaggio della sceneggiatura cinematografica, creando un dialogo assurdo tra due personaggi simbolici, distanti e apparentemente impossibilitati a comprendersi che si incontrano nella loro marginalità sociale: Nikita e Cyrano. La conversazione improbabile ruota intorno al tema della finzione, trovando nel cinema il luogo dove l’illusione è più concreta della realtà. La performance è densa di parola, una parola esasperata che ricerca il patetico e il ridicolo, che tenta, un po’ svogliata, di riscrivere una storia personale e trasformativa, rifuggendo, mettendole in scena, le immagini di ingannevole concretezza che permeano il quotidiano.

Alessandro Serra, Il giardino dei ciliegi. Photo © Alessandro Serra
Alessandro Serra, Il giardino dei ciliegi. Photo © Alessandro Serra

Il giardino dei ciliegi, per la regia del premio Ubu Alessandro Serra, è una drammaturgia capace di trasformare il testo in immagini fatte di luce, spazio, corpi e suono. Non si limita qui a interpretare il testo del grande scrittore russo, ma crea una nuova poesia teatrale attraverso una scenografia sobria, una partitura di movimento precisa sia per quanto riguarda i corpi che gli oggetti, un’illuminazione drammaturgica e i piccoli accorgimenti visivi e sonori che contraddistinguono la sua poetica. Questo Giardino dei ciliegi ricerca la dimensione dell’infanzia, una nostalgia antica, creando una sinfonia (dice il regista, citando Mejerchol’d) senza cerebralismi e riuscendo a giungere al pubblico con una condivisione intima e sensoriale.

Sibylle Berg, Es sagt mir nichts das sogennante Draussen, regia di Sebastian Nübling. Courtesy La BIennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù
Sibylle Berg, Es sagt mir nichts das sogennante Draussen, regia di Sebastian Nübling. Courtesy La BIennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù

LA CONDIZIONE FEMMINILE SECONDO SIBYLLE BERG

Tra gli spettacoli presentati dal Leone d’Oro alla carriera Jens Hillje debutta in Italia Es sagt mir nichts, das sogenannte Draußen (“Il cosiddetto fuori non mi dice niente”). Scritto da Sibylle Berg e diretto da Sebastian Nübling, la pièce affronta la condizione femminile nelle società contemporanee. Un monologo a più voci dal ritmo serrato, capace di leggerezza e ironia, scopre l’intimità dei pensieri di una giovane donna, i suoi desideri, i tentativi di ribellione, le frustrazioni e le paure nel confrontarsi con il “fuori”, con un mondo dove la comunicazione è onnipresente e sempre giudicante. Una lode va alle interpreti Suna Gürler, Rahel Jankowski e Cynthia Micas, cui si perdona qualche imprecisione causata dall’assenza, annunciata all’ultimo, della compagna Nora Abdel-Maksoud. Le attrici si muovono in uno spazio vuoto con grande dinamicità, tra balletti e fitness, altra critica allo sguardo pressante della società.
Lo spettacolo, qui in prima visione, è del 2013 e al suo concludersi un senso di amarezza quasi nostalgica accompagna gli applausi. La visione proposta sulla questione femminile e giovanile è certamente, purtroppo, ancora attuale. Tuttavia, in un mondo che si muove a ritmi frenetici (tema peraltro sottolineato nel testo), in soli sei anni i dibattiti si modificano rapidamente. Il testo di Berg arriva oggi come un discorso già sentito, in parte trito, un sapore conosciuto che, forse, ha anche un po’ annoiato. Non si vuole negarne il valore, ma riconoscere che oggi è inevitabilmente ricco di cliché. Se il teatro, come afferma Hillje, deve essere un luogo in cui rinnovare lo sguardo e favorire nuove prospettive, l’augurio è che si continuino a comporre drammaturgie intelligenti quanto questa, ma che siano in grado di fare un passo ulteriore nell’analisi e nella restituzione del presente.

Julian Hetzel, All inclusive. Courtesy La BIennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù
Julian Hetzel, All inclusive. Courtesy La BIennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù

ARTE E POLITICA IN JULIAN HETZEL

Acuto e profondo esame dello stato attuale di politica e arte è quello proposto da Julian Hetzel. Artista multidisclipinare, Hetzel, affiancato dal drammaturgo Miguel Angel Melgares, vede nel teatro uno spazio di libertà generoso, aperto a inglobare differenti forme artistiche, fuori da ogni stereotipo.
Il fil rouge che collega i lavori presentati alla Biennale è il tema della creazione attraverso la distruzione. Bisogna accettare, afferma l’artista, la disfatta del mondo e dei suoi ideali trovando in questa devastazione una nuova, gioiosa bellezza.
Così, il giovane artista mette letteralmente in mostra la distruzione. All inclusive è un’esposizione che esplora l’estetizzazione della violenza e il potenziale creativo della distruzione. Se all’inizio della performance art era il teatro a entrare nelle gallerie ora è lo spazio espositivo ad appropriarsi del palcoscenico. Un white cube composto da diverse sale allestite e disallestite da due performer (Edoardo Ripani, Geert Belpaeme), contemporaneamente attori e servi di scena. Il pubblico partecipa dalla platea a una visita guidata condotta da una spocchiosa direttrice (Kristien de Proost), fruita sul palcoscenico da cinque rifugiati contattati sul posto. Si crea così il primo livello di sguardo, già di secondo grado, di uno spettacolo costruito come una matrioska. Questa doppia fruizione permette di proiettare le proprie sensazioni e interpretazioni in quelle dei cinque, restando tuttavia in uno spazio liminale tra immedesimazione e distacco. I ragazzi rifugiati (regolarmente assunti e pagati secondo le leggi del Paese ospitante) vengono preparati a ciò che vedranno, ma muovendosi per la prima volta sul palco nel corso del macabro tour si creano momenti di improvvisazione e reazione spontanea, uno degli aspetti più interessanti della performance. La possibilità di esperire tramite gli occhi di chi lo ha vissuto la differenza tra una reale bomba e la poeticità del suo fungo in una riproduzione in scala sotto vetro. Con ironia priva di retorica, dal dissacrante reenactment di una serie di fotografie in cui gli assassini sono colti nel momento dello sparo, a sculture realizzate con macerie provenienti dalla Siria, a un inaspettato e brutale live di una canzone pop dal titolo Kill kill kill, All inclusive espone a un crescendo di spettacolarizzazione della violenza che colpisce proprio per la sua realtà.
Hetzel rivela un’evidenza in fondo già nota: l’ambiguità tra un reale conflitto e la sua esaltazione estetica, il rapporto incerto con la violenza tra attrazione e rifiuto e la creazione di un mercato culturale che ne approfitta. Dall’alto della posizione di spettatori, ci si sente salvi, parte di un gruppo di persone culturalmente elevate, consapevoli e critiche. Ed ecco aprirsi ancora la matrioska: come in ogni museo che si rispetti, l’uscita è attraverso il gift shop. Niente applausi o inchini, il palcoscenico si apre e il pubblico è invitato a comprare opere in mostra e souvenir. Ecco la sconcertante realtà. Legittimati dallo spazio teatrale, sul palco adibito a negozio l’atmosfera è giocosa, scorrono bollicine tra i curiosi e gli acquirenti. L’adesione all’economia del dolore sembra inevitabile e quasi inconsapevole. Hetzel coinvolge nello spazio ambiguo dell’etica nell’arte, spingendo a riflettere su quanto il pubblico sia mero testimone o complice degli eventi. L’artista non è un solutore, egli stesso fa parte del meccanismo che mette in scena, ma se il mondo odierno è bizzarro, strano e ingiusto, il ruolo dell’arte, asserisce, è quello di rispondere con lo stesso linguaggio, di non giocare secondo le regole oltrepassando i limiti dell’imperante politically correct, di porsi e porre in una prospettiva che è scomoda per necessità.

Julian Hetzel, I’m not here says the void. Courtesy La BIennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù
Julian Hetzel, I’m not here says the void. Courtesy La BIennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù

Di tutt’altra natura il secondo lavoro presentato alla Biennale, I’m not here says the void. Un’intima performance che indaga il tema dell’assenza, del vuoto che non c’è, ma che si insinua negli interstizi delle nostre vite e del nostro essere. In scena con Claudio Rietfeld, Hetzel mostra la presenza piena e a tratti angosciante e disagevole del vuoto. I performer, coreografati da Michele Rizzo, distruggono la scena, la riconfigurano diventando infine essi stessi parte del paesaggio scenico. Sono assenza viva davanti al pubblico, invitato a lasciarsi trascinare in una pratica di immaginazione collettiva, poiché «la realtà è un’invenzione di chi osserva».

– Margherita Dellantonio

https://www.labiennale.org/it/teatro/2019

 

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Nome eventoBiennale Venezia - 47. Festival Internazionale del Teatro
Vernissage22/07/2019 ore 18.00 Teatro Goldoni, cerimonia di consegna del Leone d’argento, a seguire The Story of the Story (2018, 95’) di Jetse Batelaan/Theater Artemis & Het Zuidelijk Toneel ore 21.30 Tese dei Soppalchi (Arsenale), Mauser (2017, 90’) di Heiner Müller, regia di Oliver Frljić
Duratadal 22/07/2019 al 05/08/2019
Genereteatro
Spazio espositivoARSENALE
IndirizzoCampo Della Tana (Castello) - Venezia - Veneto
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Margherita Dellantonio
Laureata in Beni Culturali con un percorso ibrido tra la storia dell'arte e dello spettacolo, i suoi studi e la sua ricerca si concentrano attualmente sulle arti performative contemporanee. Ha collaborato al progetto editoriale "93 % - materiali per una politica non verbale" ed è tra i fondatori della rivista di critica teatrale "Le Nottole", legata all'Università di Roma La Sapienza. Si occupa inoltre di organizzazione di eventi teatrali e culturali, ambito nel quale ha collaborato, tra gli altri, con La Joven Compañía, residente a Madrid, e con il Teatro di Roma - Teatro Nazionale.