Danza. Sergei Polunin, la responsabilità di un immenso talento

La celebre star ucraina reinterpreta il leggendario ballerino Nijinsky sulle note della “Sagra della primavera” di Stravinsky, nella coreografia della giapponese Yuka Oishi. Risultato non all’altezza del talento di Polunin.

Sergei Polunin in Sacré, photo Alessandro Botticelli
Sergei Polunin in Sacré, photo Alessandro Botticelli

Aura luminosa, tecnica d’acciaio, linee armoniose e virili, intensità espressiva, sguardo nobile. Sono solo alcune delle innegabili qualità artistiche di Sergei Polunin (Kherson, 1989). La bravura da fuoriclasse non si discute, né il magnetismo che esercita appena entra in scena, dotato com’è di quel carisma che solo alcuni artisti possiedono. Dono di madre natura certamente, ma anche di duro lavoro. Il problema da affrontare sono le giuste scelte coreografiche, considerando anche la veste di produttore che ha assunto con la sua factory Polunin Ink, dedicata a progetti che intendono aprire il balletto alle masse e aiutare giovani danzatori e coreografi. Parliamo appunto di Sergei Polunin, il ballerino ucraino rinato dalle ceneri delle sue inquietudini, accompagnato dalla fama di ribelle, di bello e maudit, insofferente alle regole, oggi divo trionfante nonostante le recenti polemiche dovute a dichiarazioni omofobe e sessiste, alla mappa di tatuaggi sul corpo che includono il volto di Putin impresso sul petto, e altre questioni glamour. Ma a noi quel che interessa è il ballerino in scena.

Fraudulent Smile, photo Alessandro Botticelli
Fraudulent Smile, photo Alessandro Botticelli

FRAUDULENT SMILE

Nell’estate della danza lo abbiamo visto al Florence Dance Festival, la bella e ricca rassegna diretta dagli intraprendenti e appassionati Marga Nativo e Keith Ferrone, che quest’anno festeggia il trentennale. Due le coreografie in programma: Fraudulent Smile e Sacré, titoli che hanno girato alcuni festival (Ravello e Civitanova Danza) dopo il debutto lo scorso anno a Milano. La firma del primo è dell’inglese Ross Freddie Ray che, sulla musica del gruppo klezmer polacco Kroke, mette in scena una sorta di cabaret clownesco, marionettistico, per dirci “perché un uomo buono fa cose cattive”. Nove bravi danzatori – sette uomini e due donne, provenienti da importanti compagnie internazionali – in bretelle e torso nudo, coi volti dipinti di biacca, tra sorrisi e sgomenti, cupezza e stravaganza, si muovono manipolati da una figura malvagia (il 47enne ex attore-ballerino del Royal Ballet, Johan Kobborg). Tra questi il buono ma tenace ribelle Polunin, personaggio dolente che lotterà contro quell’ambiguo seduttore della mente per difendere la sua donna portatagli via e sedotta, ma destinato, infine, a soccombere, disperato e in preda alla follia. La sua prestazione brilla solo in alcuni momenti (negli assoli, di cui uno con un ananas e una mela in mano del quale ci sfugge il significato, e nel duetto-combattimento col seduttore), dove mostra le grandi capacità tecniche – salti e giri – ed espressive ‒ quell’aura malinconica, fragile e tormentata impressa sul volto, che gli si riconoscono. Colpa della coreografia che scorre quasi sempre uguale a sé stessa, tra pantomima, movimenti semplici e passi senza particolari guizzi che si rifanno anche al tango.

Sergei Polunin in Sacré, photo Alessandro Botticelli
Sergei Polunin in Sacré, photo Alessandro Botticelli

SACRÉ

Non rende merito all’interprete, né gli restituisce piena autorità neanche il lungo assolo Sacré creato per lui dalla giovane coreografa giapponese Yuka Oishi sulla Sacre du printemps di Stravinsky, qui alternata nella partitura solo pianistica e sinfonica. Impresa davvero ardua affrontare il capolavoro del compositore russo, considerando i nomi dei grandi coreografi che si sono cimentati con la celeberrima musica, e ancora più rischiosa se affidata a un solo interprete, anche se si tratta di un talentuoso Polunin. Oishi lo fa confrontare col genio leggendario di Nijinski, toccando il tema “genio e follia”, “tormento ed estasi”. Lo veste di una tuta mimetica da combattente collocandolo dentro un cerchio di foglie secche sotto le quali si cela – lo svelerà verso il finale – una lunga corda rossa attorno alla quale si avvilupperà il protagonista (le vene pulsanti della follia o il legame turbolento con Diaghilev, che gli ha impedito di essere libero? O, ancora, la ricerca delle sue radici?). All’interno di quel mondo circoscritto, cerchio sacro, fisico e della mente, prigioniero di se stesso e destinato al sacrificio al quale sembra già consegnarsi, egli avanza, indietreggia, si muove ciondolando, vaga pensieroso, sosta a terra giocando con le foglie autunnali (coreograficamente, risultano qua e là tempi morti). Si stende tremante, si rannicchia, rotola e si inarca. Esplode con balzi e turbinii, si placa, ha gesti convulsi, impugna simbolicamente un fucile. Lotta con le ombre della sua mente, si culla coi ricordi e i personaggi della sua vita ed evoca le sue creazioni (e qui i rimandi al Fauno o al Spectre de la rose sono evidenti nelle posture che assume). Tra luci che trasfigurano dalla penombra al colore, togliendosi furiosamente la giacca si compie il rito finale tra giri, corse, salti, formidabili ballon, fino all’addossarsi quel lungo cordone che lo abbatterà come vinto da forze oscure. Considerando l’idea tematica della coreografia, non era affatto male l’ispirazione. Peccato, da parte dell’autrice, non averla saputa esprimere appieno drammaturgicamente, né con una scrittura coreografica coerente e originale, né con un linguaggio potente declinato dal corpo di Polunin, tale da sfruttare le sue infinite capacità. Ritorna, quindi, la questione iniziale, ovvero l’oculatezza nello scegliere a quali mani affidarsi. E i nomi, crediamo, sarebbero tanti sia per i ruoli di repertorio che per creazioni contemporanee. C’è da augurarsi che succeda presto, prima che si annacqui l’immenso talento e rimanga solamente l’icona popolare del bel divo. Che in ogni caso riscuote grande successo, come si è visto nelle due repliche nel Chiostro di Santa Maria Novella, sede del Florence Dance Festival.

Giuseppe Distefano

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).