Danza e politica. Intervista al coreografo libanese Ali Chahrour

Torna al Napoli Teatro Festival Italia il danzatore e coreografo libanese Ali Chahrour col nuovo spettacolo “Night (Layl)”, prima parte di una trilogia di storie di amanti che hanno sfidato i sistemi sociali e religiosi. Lo abbiamo intervistato prima del debutto.

Ali Chahrour. Photo Nadim Asfar
Ali Chahrour. Photo Nadim Asfar

Lei proviene da studi di teatro e di arte moderna. Quando ha iniziato a interessarsi alla danza?
Ho studiato teatro all’università libanese, dato che non ci sono facoltà di danza vere e proprie in Libano. Inoltre, ho deciso di esprimermi semplicemente attraverso i corpi e non solo tramite il linguaggio verbale, perché credo che la presenza e la tradizione del movimento in Libano siano ricchissime e anche abbastanza complesse, in grado di mettere in discussione quell’intensità e le fedi delle diverse società, in modo molto onesto ed esteticamente apprezzabile. Credo che i corpi non possano mentire!

Quali sono state le influenze artistiche, e nello specifico di danza, nel suo percorso formativo e professionale?
Le mie influenze artistiche sono sempre state quelle relative a eventi o realtà locali della storia araba, o della società contemporanea e del ‘popolo’, le persone reali.
Considero le storie di persone che vivono a Beirut, le loro azioni quotidiane e la vita di tutti i giorni, la loro relazione con il contesto politico e religioso. Sono figure spesso trascurate, e io cerco di archiviare le loro piccole storie individuali. Nel campo della danza una delle mie influenze più importanti è quella di Pina Bausch, il suo interesse verso ciò che induce le persone a muoversi e il modo personale in cui danzano.

La dimensione del rito, del sacro e della religione fa parte della sua ricerca artistica e degli argomenti di rappresentazione. Da cosa nasce questo interesse specifico?
Nasce dal rapporto con il sacro e con la religione, nelle forme rituali in cui si espleta nelle vite di tutti i giorni, perché siamo circondati da rituali di morte e riti funebri per la maggior parte del tempo. Nel mio lavoro guardo al rituale e alla religione come materiale artistico, in cui trovo tanta ricchezza non soltanto per i movimenti corporei, ma anche per la presenza del corpo in un contesto così intenso. La maggior parte dei rituali avvengono in luoghi religiosi dove vigono tantissime regole proprio sul corpo e sono davvero pochi i casi in cui i corpi volteggiano e traspare quella “qualità Brut” dei movimenti.

Ali Chahrour, 2018. Photo © Alain Monot
Ali Chahrour, 2018. Photo © Alain Monot

Memoria, sacro e profano, tabù e relazioni famigliari sono gli altri argomenti che lei indaga. Cosa rappresentano nella sua cultura?
Nel mio lavoro non cerco di rappresentare la mia cultura o la mia società. Rappresento solo me stesso, in quanto individuo. E questo – in un certo senso ‒ include già tutto, poiché vengo dal Libano e sono abituato a convivere con questo tipo di cose: i tabù, il sacro, il profano… Non sono ancora abbastanza ‘distante’ da queste cose per poterle rappresentare. È un lavoro molto intimo e personale, tutto il resto, invece, è più organico.

Il corpo sembra essere ancora un tabù nella cultura della società araba. È così? Lei, da danzatore e coreografo, come vive questa limitazione? In che misura la condiziona?
Sono davvero tante le regole sul corpo nel mondo arabo, specialmente il corpo femminile. Da coreografo, il mio lavoro è quello di mettere in discussione tutte queste regole, infrangerle e superarle attraverso un’estetica “confacente”. Ogni nostra creazione ha inizio con assoluta libertà, non ci censuriamo – e mai lo faremo – né tantomeno lasciamo che gli altri censurino le nostre pratiche artistiche. Tutti questi tabù conferiscono al lavoro un messaggio politico. Solo la scelta di creare spettacoli di danza in Libano è già un atto politico!

Lei utilizza anche la musica e il canto. In che relazione li concepisce sulla scena?
È un procedimento organico che contiene tutti gli elementi della performance, la musica e il canto mi ispirano molto. Mi interessano soprattutto la presenza e i movimenti dei musicisti e del cantante, che non sono danzatori con una tecnica, ma persone che sanno muoversi bene e con un loro ritmo interno. E poi lavoriamo tanto sui testi e sulla poesia araba, che ho scoperto essere piena di immagini per la danza e qualità dei movimenti; quindi cerchiamo un modo per tradurre questa poesia attraverso il corpo. Credo che solo il corpo abbia questo potere, di essere così “aggressivamente” poetico.

Night (Layl), lo spettacolo che presenta al Napoli Teatro Festival Italia, fa parte di una trilogia che esplora l’amore in vari aspetti. Quali sono gli elementi che vuole esprimere?
In pratica, questa trilogia sull’amore si basa su alcune storie d’amore e sui modi di esprimerlo nella società contemporanea, partendo dall’immenso patrimonio di poesie e storie. Sono partito dall’esigenza di ri-pensare i modi in cui si manifesta l’amore, in un mondo così aggressivo come il nostro. Il tempo che dedichiamo all’amore e come lo pronunciamo. Night (Layl) racconta le storie di amanti che sono stati uccisi, o che si sono separati per motivi amorosi (può essere in relazione al sesso, alla religione o alla politica). Ai giorni nostri, sembra che l’amore sia il messaggio, ma che il messaggio in sé contenga anche morte.

Ali Chahrour. Photo Gilbert Hage
Ali Chahrour. Photo Gilbert Hage

Qual è il suo nutrimento umano e artistico? Da cosa attinge per le sue creazioni?
Di solito effettuiamo un enorme lavoro di ricerca sui testi e sui video, prima di iniziare le prove. Ma la parte più importante sono le interviste alle persone intorno a me; hanno una grande influenza su di me soprattutto quelle piccole storie intime, magari di quegli eroi nascosti che vivono tra di noi, ma di cui non ci accorgiamo mai (per esempio le madri, i parenti). Persone che lottano per imporre un ordine alle loro vite quotidiane.
Noi guardiamo dentro questo tipo di estetica e la mettiamo in evidenza, nulla di più.

Dal suo punto di osservazione, come vede la situazione attuale della danza nel suo Paese? La danza contemporanea ha una sua identità? C’è scambio, confronto, sinergia con altre compagnie e colleghi?
Credo che il pubblico di Beirut ami guardare le performance di danza! Ma sono tante le sfide nel produrre, o le condizioni, che rendono il panorama degli spettacoli di danza un po’ scarno. Vi sono alcuni coreografi a Beirut che sono sempre lì a lottare per nuove creazioni, ma sono in genere iniziative individuali senza sostegno o finanziamento alcuno da parte del governo o di enti pubblici.

Cosa vuole trasmettere al pubblico con la sua danza? E cosa rappresenta per lei la danza?
La danza è come se fosse il mio unico potere, un potere che sono orgoglioso di avere. I movimenti e i corpi sul palco parlano direttamente al cuore, e possono condurre a cambiamenti anche nella mentalità. La danza è il mio strumento politico, intimo, poetico, con cui combattere e tentare una resistenza.

Giuseppe Distefano

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).