Coreografie del mondo contemporaneo. Intervista alla direttrice artistica del festival Interplay

Nuova edizione del festival Interplay, in arrivo a Torino con un denso calendario di eventi. Ne abbiamo parlato con la direttrice artistica Natalia Casorati.

Festival Interplay 2018. Photo Andrea Macchia
Festival Interplay 2018. Photo Andrea Macchia

Per gli amanti della giovane danza contemporanea, sempre alla ricerca di novità dal mondo, dal 21 al 31 maggio sbarca a Torino la 19esima edizione dell’ormai storico festival Interplay. Conosciuto per il suo ruolo di scouting, il festival presenta quest’anno il lavoro di 23 compagnie provenienti da dieci nazioni diverse, che abiteranno non solo teatri, ma anche musei, gallerie, centri commerciali e spazi pubblici. Abbiamo incontrato la curatrice e ideatrice, Natalia Casorati, per discutere con lei dell’edizione alle porte, ma anche degli orizzonti e delle pratiche di questa giovane danza internazionale.

La giovane danza italiana e internazionale è sempre stata la vocazione del festival, quali sono le tendenze nello scenario nazionale e estero?
Non è facile incasellare le tendenze artistiche dello scenario attuale, nel senso di includerle in una sorta di corrente artistica comune. Ma si potrebbe dire che i coreografi, ognuno a modo proprio, portano in scena le fragilità. Le fragilità di un mondo che non sa più dare certezze, le fragilità di un clima che cambia, di un’economia instabile, di rapporti umani che si sgretolano…

Quali i Paesi emergenti? Le proposte arrivano dalla Bosnia ed Erzegovina, dall’Ungheria, dalla Corea, dal Costa Rica e dalla più conosciuta (coreograficamente parlando) Grecia.
Effettivamente alcuni Paesi “producono” coreografi molto interessanti, e forse sono proprio quei Paesi dove le urgenze sono più vive. Quelli dove i supporti governativi per il sostegno alla mobilità e alla creazione, rivolti ai giovani artisti, sono più carenti. In particolare se rapportati alle risorse di Paesi del nord Europa, o della Svizzera o della Francia…
E penso al portoghese Marco da Silva Ferreira con Brother (sette interpreti e musica live), che porta in scena una danza assolutamente libera, che coniuga i linguaggi del contemporaneo, della tradizione folklorica, dell’hip hop e del mimo. Eppure, in tanta vitalità, anche lui ci racconta della fragilità della vita umana.
O il greco Christos Papadopoulos, che arriva da un Paese coreograficamente molto interessante [Interplay ha ospitato nel 2015 Patricia Apergi e nel 2016 Euripides Laskaridis, N.d.R.], quanto complesso. Opus è un lavoro dove musica e danza sono strettamente connessi, la performance è incentrata sulla resa visuale degli schemi delle partiture musicali, ipnotizzando lo sguardo dello spettatore. Così come la coppia franco ungherese di Giuseppe Chico & Barbara Matijevic, in Forecasting: un duetto per danzatrice e pc, che indaga l’oscuro mondo del web. Barbara modella il suo corpo come estensione dei video (tutorial amatoriali), che vengono proiettati sullo schermo, innescando inevitabilmente nel pubblico sentimenti di ironia e malessere. Di fragilità ci parla anche lo spettacolo della compagnia coreana Goblin Party. In scena solo donne, che ci rivelano un universo femminile in continuo conflitto per affermare la propria identità. Un tema molto vivo in Corea, dove le donne faticano a smarcarsi da un modello femminile di aurea perfezione.

Marco da Silva Ferreira, Brother. Photo José Caldeira
Marco da Silva Ferreira, Brother. Photo José Caldeira

Il festival quest’anno si arricchisce di una “scena diffusa” che porta la danza in gallerie d’arte (galleria Noire), musei (GAM, Polo del ‘900) ma anche nelle piazze (I Blitz Metropolitani) e in centri commerciali (Carlo Massari al Parco Dora). Qual è lo scopo o la scommessa?
Portare la danza fuori dai contesti usuali è un po’ una scommessa, nel tentativo di avvicinare pubblici diversi, sperando di stupirli, incuriosirli. Interplay ha sempre avuto una sezione di “danza urbana”, che quest’anno ho amplificato raggiungendo contesti assolutamente antitetici, come il centro commerciale, la nuova agorà delle periferie metropolitane e gli spazi asettici di una galleria d’arte, dove i linguaggi del contemporaneo sono di casa, o di un museo ‒ quest’anno la GAM, l’anno scorso eravamo a Rivoli, qualche anno prima al MEF ‒, ma anche nelle strade e piazze di Barriera di Milano. È il mio progetto di audience engagement, un progetto di diffusione culturale e di inclusione sociale dove è lo spettacolo che incontra lo spettatore.
Ad esempio A peso morto di Carlo Massari, in doppia replica al centro commerciale Parco Dora e alla galleria Noire, è una sorta di fotogramma di una periferia senza tempo e identità. Il protagonista si sente una comparsa passiva di una città che non riconosce, di una periferia voluta, desiderata, ma sottratta a morsi nell’inutile e alquanto misteriosa nuova definizione di “Città Metropolitana”, che significa tutto e il suo contrario e che sprofonda nell’oblio.

Il progetto più audace?
Interplay quest’anno ospita 23 spettacoli, tra long e short format. Spesso mi viene chiesto quale sia lo spettacolo da non perdere. Non so mai cosa rispondere. Per me sono tutti diversi e belli, proprio nella loro estrema diversità, originalità, e quindi tutti da vedere. Però non mi è mai capitato che mi venisse chiesto quale fosse lo spettacolo più audace, ed effettivamente, occupandosi di danza più contemporanea, gli spettacoli audaci sono diversi. Anche solo tutti quelli che ho già citato prima. Per cui ti segnalo un giovane gruppo italiano (con base anche a Berlino): Enrico e Ginevra, che lavorano in tandem con il giovane musicista Demetrio Castellucci [uno dei figli di Romeo Castellucci, N.d.R.]. Al loro secondo spettacolo, Harleking (selezionato anche per Aerowaves ’19), sono già riconosciuti dalla critica come le punte di diamante della scena nazionale. Aprono il festival il 21 maggio al Teatro Astra di Torino, condividendo il palco con la compagnia portoghese di Marco da Silva Ferreira, una serata da non perdere!

Festival Interplay 2018. Photo Andrea Macchia
Festival Interplay 2018. Photo Andrea Macchia

Due compagnie fanno parte del network Aerowaves. Il focus Aerowaves, che ha avuto luogo a Parigi poche settimane, fa ha ospitato tantissimi operatori e artisti internazionali, tra cui molti italiani. Cosa pensi del peso e ruolo di network come Aerowaves nel panorama di circuitazione della danza italiana in ambito internazionale e viceversa?
Seguo la Spring Forward di Aerowaves dalla prima edizione, cioè da quando il network ha deciso di presentare gli spettacoli più meritevoli tra tutti quelli che venivano selezionati, in una sorta di “festival itinerante”, che ogni anno si svolge in un Paese diverso. È una bellissima opportunità di visibilità per le compagnie selezionate, gli operatori ospiti sono moltissimi e vengono da tutta Europa. Per i coreografi italiani selezionati (generalmente una o due compagnie) è importante esserci. Ma non è la stessa opportunità che offre la NID/Italian Dance Platform, dove il focus è solo sulle compagnie italiane; gli operatori internazionali sono cresciuti esponenzialmente, quindi anche le occasioni di visibilità e di circuitazione.

Cosa è OPEN SOURCE, il progetto conclusivo del festival?
È un progetto che abbiamo chiesto di curare al collettivo di BlaubArt ‒ Dance webzine. Volevamo chiudere il festival facendo in modo che danzatori e pubblico potessero interagire. Blaubart ci ha proposto una performance condivisa e interattiva, aperta a tutti, ma coordinata dagli artisti dell’ultima serata del festival. Una sorta di party finale alternativo, con tanto di drink & food, dove il pubblico diventerà protagonista e danzerà con gli artisti, i macchinisti, i tecnici, i critici, noi…

Chiara Pirri

www.mosaicodanza.it/interplay2019/

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Chiara Pirri
Esperta di arti performative e arti visive, particolarmente interessata al dialogo tra i diversi linguaggi artistici. Svolge attività di ricerca, è curatrice indipendente e si occupa di comunicazione. Sperimentatrice di formati ibridi tra performance, cultura pop e produzione editoriale, ha realizzato numerosi e diversi progetti di scrittura sperimentale attorno alla produzione artistica contemporanea. Ha collaborato con festival quali Romaeuropa e Drodesera - Centrale Fies, ideando e dirigendo progetti di mediazione, comunicazione e approfondimento critico. Dal 2016 è responsabile dell'area "Arti Performative" per Artribune.