Se anche La Scala delude. Sul balletto di Wayne McGregor

Delude alla Scala di Milano la pluripremiata coreografia, tripartita e onnicomprensiva, di Wayne McGregor con le musiche di Max Richter, ispirata alla letteratura modernista di Virginia Woolf. Anche Alessandra Ferri, di nuovo sulle punte, è rimbalzata fra improbabili stili diversi.

Wayne McGregor, Woolf Works. Becomings. Photo Brescia e Amisano Teatro alla Scala
Wayne McGregor, Woolf Works. Becomings. Photo Brescia e Amisano Teatro alla Scala

Non c’è corrispondenza tra danza e letteratura. La danza che alle opere di quest’ultima si vuole ispirare deve produrre coreografie assolutamente autonome e inedite. Sembra invece uno spot pubblicitario di più di due ore la pluripremiata coreografia Woolf Works di Wayne McGregor dedicata al mondo modernista della scrittrice inglese Virginia Woolf. Si tratta di una produzione del Royal Ballet del 2015 approdata oggi alla Scala. Non è un lavoro astratto né narrativo, ma opera che tradisce l’ossessione del coreografo per la ricerca di temi e questioni incapace poi di trasfigurare, processare e affermare di nuovo. Molti dubbi e perplessità, del resto, si sono accumulati a partire già dal debutto. Alessandra Ferri è fra le massime interpreti della sua generazione, e siamo tutti un po’ cresciuti con il culto del suo talento, della sua disciplina e oggi della sua maturità. Infatti anche in questo lavoro non delude per nulla.

LA MANIA DELL’OPERA OMNIA

Diviso in tre parti, ispirate ad altrettanti romanzi di Woolf con incursioni nelle lettere e nei diari, l’effetto finale, che appare ambizioso oltre misura, è però quello riduttivo e banalizzante di una selezione da Reader’s Digest. McGregor tratta con la stessa dinamica interpretativa, per non scrivere con lo stesso immaginario visivo, il passo e l’espressione: la stessa Ferri scorre da vibrante interprete sulle punte a sbracciata baccante del più trito teatrodanza, mentre si conferma evidente nel progetto di movimento del coreografo britannico, qui come in altri suoi più recenti lavori, la mania dell’opera omnia, la pulsione alla mappatura integrale, la spinta all’illustrazione completa, insomma la tendenza pericolosa a un nuovo universalismo superindividualista e neutralizzante, da mercato globale, ma già superato e sconfitto perché culturalmente oppressivo e mistificante. L’utopia di corrispondenze sempre improprie tra letteratura e danza sembra qui giustificata soltanto da un bisogno di narrazione che è meramente espositivo, mai problematico né, in fondo, in qualche modo per noi oggi, significativo.

Wayne McGregor, Woolf Works. I now I then. Alessandra Ferri & Federico Bonelli. Photo Brescia e Amisano Teatro alla Scala
Wayne McGregor, Woolf Works. I now I then. Alessandra Ferri & Federico Bonelli. Photo Brescia e Amisano Teatro alla Scala

MUSICA CINEMATOGRAFICA

Così la musica di Max Richter è troppo spesso cinematografica: sempre giusta, adagiata o enfatica, ma sotto sorvegliato controllo, sempre all’altezza conveniente alla prestazione richiesta: ossia quella del pathos consumabile. Vendibile. Mercificabile. Musica che non ha nulla a che vedere con l’inquieto mondo sonoro e acustico della scrittura di Woolf. La danza è molto spesso bella, tutti passi e tutti in dinamica: il McGregor consueto e migliore. Ma vi sono anche tanti raccordi narrativi fuori controllo e più spesso improbabili: il McGregor inedito e inesperto. Ferri è sempre fluida, con un tipo di energia però differente rispetto agli altri solisti, e non si tratta solo di maturità, ma di una più profonda capacità cognitiva nella relazione con il circostante. Il suo è un corpo che non ha più dubbi né esitazioni: è un corpo nel pieno abbandono del suo immenso sapere, non più soltanto corpo performante. È un corpo andato ben oltre e che non condivide più nulla dell’energia immediata e svincolata, anche sapiente ma tutta esposta dei suoi più giovani colleghi.

ESTETICA DA STAR TREK

Nella prima parte, I now/ I then, ispirata da Mrs. Dallowey (1925), la grande enfasi della musica cresce nell’ascolto ma non vi corrisponde, se non in minima parte, una altrettanto intensità d’azione. Vi è il tempo anche per un bacio saffico, molto delicato e potente, ma praticamente in quinta e di cui nessuno quasi si accorge, in una scrittura scenica involontariamente eteronormata perché al centro del palco (e della nostra attenzione) c’è invece l’algido marito di Clarissa, Peter, l’ottimo Federico Bonelli (e sarebbe stato, questo lavoro di vigilanza, in carico alla dramaturg, Uzma Hameed). La danza che mette in scena lo stato contrastivo della percezione del tempo (una coppia di giovani vs. una coppia di meno giovani) non funziona proprio, ed è una ben piccola idea drammaturgica. Sorprende, invece, l’intensità interpretativa e l’elegante bravura di Martina Arduino (Rezia) in uno strepitoso passo a due con Timofej Andrijashenko (Septimus).
Nella seconda parte, Becomings, ispirata al romanzo Orlando (1928), ma costretta in una estetica da Star Trek, le luci di Lucy Carter sono sempre ascendenti e redentive: luci come linee del tempo lineare spezzate da un effetto di forbice senz’altro efficace. Anche ai cambi delle epoche (nel romanzo di Woolf: da quella elisabettiana al XX secolo) corrispondono cambi di timbri musicali, ma lo stile compositivo è inesorabilmente sempre lo stesso.
Soltanto nella terza parte, Tuesday, ispirata a The Waves (1931), si trova una più vera idea sulla difficile rappresentazione del tempo. Una proiezione a campo intero e in bianco e nero di onde in un mare agitato, rallentate per zone come per creare un varco di senso possibile al precipitare feroce della temporalità. Qui però il semplice motivo delle onde, dopo un passo a due straordinario di Ferri e Bonelli che sarebbe di gran lunga bastato, è riprodotto dagli interpreti in uno sbracciare didascalico e impotente, forse per indicare coi mezzi del teatro l’indicibilità della morte. E la danza? Al termine, diluvio di applausi.

Stefano Tomassini

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Spazio espositivoTEATRO ALLA SCALA
IndirizzoVia Filodrammatici, 2, 20121 - Milano - Lombardia
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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini è ricercatore presso l’Università Iuav di Venezia e insegna all’Università della Svizzera Italiana. È consulente per la danza di LuganoInScena al LAC. Nel 2008-2009 è stato Fulbright-Schuman Research Scholar; nel 2010 Scholar-in-Residence all’archivio del Jacob’s Pillow Dance Festival (Lee, Mass.) e, nel 2011, Assistant Research Scholar all’Italian Academy for Advanced Studies in America della Columbia University (NYC). Fa parte della giuria per le Giornate della Danza Svizzera 2019.