Performing PAC: incontri, performance e proiezioni sul gender. Intervista a Diego Sileo

Fino al 3 Marzo il Pac di Milano si interroga sulle questioni legate all’identità e al “gender” attraverso incontri, proiezioni e performance. Ne abbiamo parlato con il curatore Diego Sileo.

Melanie Bonajo Night Soil Economy of Love, 2016 still video
Melanie Bonajo Night Soil Economy of Love, 2016 still video

“Ogni anno il PAC organizza un momento di riflessione e confronto su temi e tematiche della nostra contemporaneità, partendo da ciò che gli artisti con i quali abbiamo lavorato – e quelli con i quali stiamo lavorando – ci hanno lasciato e ci hanno insegnato. Insieme al nostro Comitato Scientifico, composto da Ferran Barenblit, Silvia Bignami, Emanuela De Cecco, Iolanda Ratti, per il 2019 abbiamo pensato al Genere, di qualunque natura o forma esso sia, in parte per una certa predisposizione e una particolare attenzione del nostro programma espositivo di questi ultimi anni verso l’argomento in questione e in parte per via anche dell’importante anniversario dei moti di Stonewall, 1969”. A raccontarsi ad Artribune è Diego Sileo, curatore del PAC di Milano e della manifestazione Performing Pac, la tre giorni che ogni anno vede il Padiglione di Arte Contemporanea di Via Palestro impegnato nell’analisi, attraverso incontri, azioni e proiezioni, di un tema nevralgico nella cultura delle arti performative. Quest’anno il sottotitolo è DeGenere perché attraversa i discorsi sull’identità, non solo legata al gender. Ne abbiamo parlato con Sileo che ci ha spiegato cosa accade a Milano.

DeGenere in che senso?
Non volevamo delimitare l’intero convegno sotto la categoria “gender studies”, comunque evocati nel titolo che gioca tra la formula latina del complemento di argomento e una certa accezione “negativa” che le cronache di oggi stanno dando al tanto temuto gender, pertanto ci è sembrato da subito più opportuno parlare d’identità, sia essa sessuale, politica, culturale e sociale. Dalla scala della città a quella dei corpi stessi, in che modo lo spazio pubblico diventa strumento performativo? Quali forme di presenza di genere, sessuata e queer, nello spazio pubblico assumono un significato politico? Come possiamo superare una concezione binaria che, ad esempio, strumentalizza e vittimizza le donne e che non tiene conto delle omosessualità, delle transessualità e di altre comunità stigmatizzate in ragione del loro genere o della loro sessualità? Come indagare l’impatto delle politiche urbane gender mainstreaming?

Artaud aveva teorizzato un “corpo senza organi”, ripreso poi da Deleuze e Guattari per significare il corpo come campo aperto, terreno di gioco di funzioni sociali, politiche, soggettive, luogo di rappresentazione. Oggi con Judith Butler si parla di un corpo che esprime il genere in senso performativo: “Gender is performative. Nobody is really a gender from the start”. In che modo la relazione tra la riflessione sul genere e il performativo cambia il nostro modo di guardare al genere?
La performance dispone di un potenziale narrativo che nessun altro linguaggio artistico possiede; per tutti i performer è importante conoscere la relazione che si instaura tra i diversi modi di concettualizzazione della sessualità nell’arte. Nel momento in cui la sessualità si configura come rappresentazione perde il potenziale sovversivo che per sua natura la caratterizza. In termini artistici e secondo alcune categorie di analisi che affronteremo nel nostro convegno, ciò significa una conversione dell’estetica in ideologia. La sessualità nell’arte si trasforma in un sistema di controllo e di raffigurazione del potere che costruisce la sua retorica nella soddisfazione immediata del desiderio e attraverso la semplificazione del piacere nei limiti della fantasia e nel territorio della rappresentazione.

Come ne usciamo quindi?
Il registro simbolico che presuppone lo studio psicoanalitico dell’arte e delle sue relazioni con il desiderio, l’erotismo e la sessualità si sviluppa – come bene hanno osservato Deleuze e Guattari – dai concetti di proibizione e di legge (del simbolico); ciò, in altre parole, significa che la pulsione è sempre codificata e, in questo senso, dominata dai sistemi di rappresentazione e di controllo sociale. Si configura così una nuova dimensione della corporeità, che mette in crisi l’idea stessa dell’identità. Nell’immagine corporale che ci propongono molti artisti nelle loro performance noi non ci riconosciamo (o abbiamo paura di riconoscerci): assistiamo alla fusione dell’animale e dell’umano, all’ambivalenza delle frontiere e alla debolezza dell’esistenza.

Cioè?
I loro “mostri” non giungono dall’esterno, non sono prodotti della magia, ma al contrario sono dentro di noi, sono i nostri stessi corpi. L’artista oggi porta all’estremo le forme del desiderio e della perversione, mettendo in circolazione l’idea di una “nuova carne”, una sorta di superamento del limite corporale e psicologico dell’individuo. La nuova carne designa un fenomeno di natura mista e volubile, dal momento che il processo di metamorfosi rende possibile l’esistenza di un ente ibrido in cui possono combinarsi simbioticamente parti di categorie opposte, come il maschile/femminile, l’umano/animale, il naturale/artificiale o il vivente/inerte.

La programmazione è iniziata con un talk di Paul B. Preciado filosofo, attivista transfemminista, tra i più importanti studiosi di genere e politiche sessuali. In Testo tossico. Sesso, droghe e biopolitiche dell’era farmopornografica, Preciado nota come con le tecnologie del corpo (biotecnologie, chirurgia, ingegneria genetica…) e della rappresentazione (fotografia, cinema, web, social, videogames) appaia «un nuovo tipo di corporalità (…) biologica, molecolare, carnale, numerica, sinaptica e digitalizzabile». La studiosa Ilenia Caleo, utilizza il concetto di post-umano a riguardo. Che rapporto c’è, oggi, tra i Gender Studies e gli studi sul corpo-cyborg? Quali sono le nuove prospettive degli studi di genere?
È possibile disegnare una cronologia delle trasformazioni della produzione industriale dell’ultimo secolo prendendo come punto di riferimento la gestione politica e tecnica del corpo, del sesso e della sessualità. In altri termini, è oggi filosoficamente pertinente intraprendere un’analisi biopolitica dell’economia mondiale. La mutazione del capitalismo alla quale stiamo assistendo è caratterizzata non solo dalla trasformazione delle categorie “gender”, “sesso”, “sessualità”, “identità sessuale” e “piacere” in oggetti di gestione politica della vita, ma anche dal fatto che questa gestione si realizza attraverso le nuove dinamiche del tecno-capitalismo avanzato, del sistema dei media globali e delle biotecnologie. L’avvento della nozione biochimica dell’ormone e lo sviluppo farmaceutico delle molecole sintetiche per usi commerciali ha modificato radicalmente la tradizionale definizione delle identità sessuali normali o patologiche. Nel corso della seconda metà del XX secolo (proprio come racconta lo stesso Preciado), i meccanismi del sistema farmaco-pornografico si sono materializzati nel campo della psicologia, della sessuologia e dell’endocrinologia.

Spiegaci meglio….
La tecnoscienza ha stabilito la sua autorità materiale trasformando i concetti di psichismo, libido, coscienza, femminilità e mascolinità, eterosessualità e omosessualità in realtà tangibili, sostanze chimiche, molecole commercializzabili, corpi, biotipi umani, valori mercantili gestibili dalle multinazionali farmaco-pornografiche. La nostra società contemporanea è abitata da soggettività tossico-pornografiche: soggettività che si definiscono per la sostanza o le sostanze che dominano il loro metabolismo, per le protesi cibernetiche che permettono loro di agire, per il tipo di desideri farmaco-pornografici che orientano le loro azioni. Nella nostra attualità non si tratta più di rivelare la verità occulta della natura, ma di esplicitare i processi culturali, politici, tecnici attraverso i quali il corpo come organismo tecnicamente potenziato (corpo-cyborg) acquisisce statuto naturale. Non c’è più nulla da svelare, nel sesso come nell’identità sessuale.

P.B. Preciado, photo Catherine Opie
P.B. Preciado, photo Catherine Opie

Claire Fontaine è in un collettivo di artisti, che agisce con spirito attivista e attraverso opere ready-made, concettuali, appropriazioniste… torna il tema dell’identità, quella dell’artista, la proprietà dell’opera d’arte e l’originalità dell’idea… cosa volevate portare in discussione attraverso quest’artista?
Claire Fontaine parte dalla tradizione del ready-made per proporre un insieme di opere legate dalla preoccupazione di dar senso al nostro mondo frammentario, in cui la solitudine tecnologica domina sulla realtà materiale del contatto umano.  Per esempio, Untitled (Naked after beating) e Untitled (They sexually harass and torture then photograph and publish) sono due light-box che riprendono l’estetica pubblicitaria di aeroporti e centri commerciali ma presentano due immagini trafugate dalle prigioni yemenite in cui i detenuti denunciano per iscritto e tramite incredibili disegni i soprusi cui sono sottoposti. Le fotografie appaiono smagliate da un reticolo di fratture e ci restituiscono ingrandita un’esperienza tipicamente contemporanea: quella dell’osservazione del mondo attraverso uno schermo di telefono rotto…

Grada Kilomba, ILLUSIONS Vol. II, OEDIPUS, 2018
Grada Kilomba, ILLUSIONS Vol. II, OEDIPUS, 2018

E con Tracey Rose, artista sud-africana molto nota in America e in Europa ma ancora (quasi) sconosciuta al pubblico italiano. Il suo è un lavoro sul femminismo (il Black Feminism) e sul web. Cosa ci dici?
Partendo da una riflessione su come le politiche femministe intersezionali possano essere mobilitate per sfidare la violenza strutturale perpetrata dall’ideologia capitalista occidentale, Tracey Rose presenta uno spettacolo di burattini dal titolo Pussies with Dicks. La sceneggiatura è una versione modificata e integrata con i commenti presenti nel web dell’intervista video a Chimamanda Ngozi Adichie, in cui la celebre scrittrice nigeriana risponde alla domanda “Cos’è il femminismo?”. Tracey Rose appartiene a una generazione di giovani artisti che si sono proposti di reinventare il gesto artistico nel Sudafrica post-apartheid. Tracey Rose ha costantemente messo in dubbio e sfidato l’estetica prevalente dell’arte contemporanea internazionale, l’emergere di una narrativa culturale dominante di lotta e di riconciliazione in Sudafrica e anche di questioni post-coloniali, razziali e femministe nel resto del mondo. Lavorando soprattutto con la performance Tracey Rose colloca il suo corpo al centro della sua pratica. Abita i ruoli assegnati agli africani, alle donne africane e alle donne in un mondo dominato dagli uomini, ingoiando interi stereotipi.

Sebastiano Mauri, Milano 2018_© Stefano Ferrante
Sebastiano Mauri, Milano 2018_© Stefano Ferrante

Anche performance musicali nei tre giorni e una selezione video, nonché una collaborazione con uno stilista, Antonio Marras, che per l’occasione crea una performance site-specific… vuoi parlarcene?
Un verso di una canzone di Rita Pavone dà il titolo a questa performance site-specific che racconta tanto della poetica di Antonio Marras, un artista che strappa, cuce, prende in prestito, ricrea immagini, visioni di cultura popolare, narrazioni della memoria di oggetti dimenticati. Calvino, Shakespeare o una strofa di una canzone dimenticata che riemerge dalla mente e diventa improvvisamente importante se si è innamorati. 10 uomini, 10 donne e 10 cuori vestiti di niente o con gli abiti appoggiati come se si trattassero di corpi estranei, elementi inutili o imposti dal comune senso del pudore. Nella sua arte Marras tende ad accostare gli opposti: globale – locale – civilizzato – primitivo – maschile – femminile – ricco – povero – vecchio – giovane. Innesti che sono ricerca e che si amplificano e moltiplicano nella contaminazione tra arti visive, teatro, cinema, musica danza.

Chiara Pirri

Evento correlato
Nome eventoPerforming PAC deGENERE
Vernissage01/03/2019 ore 14.30
Duratadal 01/03/2019 al 03/03/2019
Generiperformance - happening, incontro - conferenza, serata - evento
Spazio espositivoPAC - PADIGLIONE D'ARTE CONTEMPORANEA
IndirizzoVia Palestro 14 - Milano - Lombardia
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Chiara Pirri
Esperta di arti performative e arti visive, particolarmente interessata al dialogo tra i diversi linguaggi artistici. Svolge attività di ricerca, è curatrice indipendente e si occupa di comunicazione. Sperimentatrice di formati ibridi tra performance, cultura pop e produzione editoriale, ha realizzato numerosi e diversi progetti di scrittura sperimentale attorno alla produzione artistica contemporanea. Ha collaborato con festival quali Romaeuropa e Drodesera - Centrale Fies, ideando e dirigendo progetti di mediazione, comunicazione e approfondimento critico. Dal 2016 è responsabile dell'area "Arti Performative" per Artribune.

1 COMMENT

LEAVE A REPLY