L’ambiguità dell’estetica teatrale contemporanea

Marco Petroni riflette sull’“Oedipus” di Robert Wilson e sul “Macbettu” di Alessandro Serra.

Robert Wilson, Oedipus. Photo Lucie Jansch
Robert Wilson, Oedipus. Photo Lucie Jansch

Di recente, in stretta successione tra Napoli e Lecce sono andati in scena due spettacoli diversi per temperatura drammatica e climax concettuale, ma accomunati da una spinta estetica e simbolica sulla quale riflettere per cogliere canoni e codici del teatro contemporaneo.
Ci riferiamo all’Oedipus diretto da Robert Wilson e al Macbettu con la regia di Alessandro Serra, rispettivamente prodotti dal Teatro Stabile di Napoli e da Sardegna Teatro. Cominciamo dallo spettacolo diretto dal noto regista americano. L’Oedipus ha dentro di sé tutti i codici espressivi ed estetici delle produzioni precedenti di Wilson. Tutte le forme, le posture, le direzioni che hanno reso celebre il suo teatro. Slow motion, melting pot linguistico, magistrali giochi di luci e suoni. Nelle note di regia si legge una domanda che sembra suggerire una qualche possibilità di lettura dell’opera: “Siamo noi in grado di guardare la verità?”. Ma di quale verità si tratta nell’epoca dello svilimento dei valori, delle fake news e della paura dilagante? Occorre abbandonarsi alla sequenza scenica per cogliere i segni di questa verità. Nel suo impianto classico e definito come una successione di quadri, la tragedia di Sofocle secondo Wilson appare come un viatico per capire se stiamo cadendo o rimbalzando tra verità e racconto, realtà e rappresentazione. Etico, politico, sociale, artistico. Tutto sembra ridotto a pura suggestione estetica, non si percepiscono l’urgenza drammaturgica e la necessità profonda di un’opera come Oedipus. Emerge una macchina spettacolare, dove tutto è studiato fin nel dettaglio e in cui tutti i pezzi sono incastrati con una cura maniacale. L’incanto delle luci, i movimenti danzati, pochi brandelli di testo declamati in cinque lingue dal testo originale, ripetuti, a volte urlati, colpiscono gli occhi e le orecchie, ma non c’è tormento. Si perde l’animo umano come magistralmente tratteggiato e indagato da Sofocle. Robert Wilson prosciuga il mito. La richiesta di presa sul mondo, la domanda sulla verità resta inevasa, rimane l’incanto, vero e proprio protagonista, come una scia che si imprime negli occhi appena chiusi, a ricordarci che qualcosa c’è stato.

Alessandro Serra, Macbettu. Photo Alessandro Serra
Alessandro Serra, Macbettu. Photo Alessandro Serra

MACBETTU

È impastato di qualcosa di arcaico e profondamente legato alla Sardegna, invece, il Macbettu di Alessandro Serra. Vincitore del Premio Ubu 2017 come spettacolo dell’anno, l’opera è un incontro/scontro tra il dramma shakespeariano e la lingua sarda utilizzata nella sua essenza sonora. Il protagonista, uno straordinario Leonardo Capuano terrigno e sublime, incarna “quell’incedere di ritmo antico, un’incombente forza della natura che sta per abbattersi inesorabile, placida e al contempo inarrestabile”, così Serra descrive la suggestiva ascendenza da cui è scaturito il suo lavoro. La Sardegna come terreno di archetipi, luogo di pulsioni dionisiache. Gli attori sulla scena – uomini, come da tradizione elisabettiana – decantano una lingua che è pura sonorità, si allontanano dal giogo dei significati per magnificare il senso profondo del dramma. Un meccanismo scenico segnato da elementi primordiali come pietre, dalla crudezza del ferro e animato da movenze ferine dà vita a un dramma denso di una meraviglia tragica e senza tempo. Serra scandisce e declina un rito sanguigno e per certi versi violento, calando l’opera del Bardo nei carnevali barbaricini. Le streghe, autentico metronomo scenico e drammaturgico, sono esseri misteriosi e comici al tempo stesso, ricordano le prefiche di paese con tratti grotteschi e inquietanti. Sono emblema distopico e apertura al soprannaturale che si fa ferino e incomprensibile nella sua ascendenza profetica. Ogni assassinio è un atto di violenza, un corpo a corpo tra versi di maiali e altre mattanze, tra campanacci, risse e fiumi di vino. Festa, morte sono rituali che svelano i deliri del potere e di chi li subisce. Le luci, l’atmosfera calcano i tormenti interiori del protagonista in un lavoro di continuo scandaglio dell’ignoto, dell’insicurezza umana. La morte di Lady Macbeth ricorda tragiche figure caravaggesche rese con l’ambiguità di un corpo nudo che striscia su una parete fino a precipitare nel buio. E poi l’avanzare della foresta di Birnam con gli attori dal volto coperto da maschere di sughero, elfi silenziosi più simili a diavoli o mamuthones barbaricini. Una bellissima, tragica caduta che ci riguarda.

Marco Petroni

Dati correlati
AutoreRobert Wilson
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marco Petroni
Marco Petroni, teorico e critico del design. Ha collaborato con La Repubblica Bari, ha diretto le riviste Design Plaza, Casamiadecor, ha curato la rubrica Sud su Abitare.it, è stato redattore di FlashArt. Collabora con l'edizione online di Domus. Curatore senior presso il centro di ricerca museale Plart di Napoli. Sviluppa progetti curatoriali innovativi ed eventi legati ai temi della cultura del progetto con un approccio transdisciplinare come Botanica di Studio Formafantasma, Naturally combined di Mischer'Traxler, The future of Plastic di Officina Corpuscoli e altri. Ha pubblicato vari saggi tra cui Mondi Possibili, appunti di teoria del design (Edizioni Temporale), Going real, il valore del progetto nell'epoca del postcapitalismo (Planar Books). Ha tenuto lezioni presso Naba Milano, Design Academy Eindhoven, London Design Museum. Attualmente insegna Storia del design presso l'Accademia Belle Arti di Napoli e Communication for fashion al Politecnico di Milano.

LEAVE A REPLY