Parola a Raffaella Giordano, che dal 12 al 16 settembre condurrà a Cà Colmello, sull’Appennino bolognese, il workshop “La bellezza (o dell’inverosimile)”, inserito nel cartellone “Sottili Innesti amorevoli”.

Occorre ammaestrarsi alla semplicità delle cose, innescare relazioni e avere tempo e spazio per attendere nel presente l’epifania degli incontri”. Raffaella Giordano (Torino, 1961) parla del suo lavoro nel workshop a Ca’ Colmello sull’Appennino bolognese.

Inverosimile come impossibilità o come meraviglia?
È un concetto inafferrabile e ineffabile, la bellezza ha radici, è connessa con il presente ma va anche al di là delle capacità di poterla afferrare, è anche manifestazione incredibile.

Cos’è allora per lei la bellezza?
Quando posso percepire che quello che si vede è solo la punta di un iceberg, quando ciò che vedo mi lascia presagire, presentire, pre-odorare e intuire quel “tutt’altro” che sta provocando questo. La bellezza è frutto di connessioni “altre”, si porta dentro ciò che non si vede ma ci fa sentire che c’è. Tutta la manifestazione, nella sua semplicità elementare, lascia presagire e presentire che non è tutto lì.

Anche l’uomo può produrre bellezza o, come dice Toni Negri, è un’eccedenza impossibile per i suoi limiti?
Io penso di sì, penso che l’uomo stesso sia meraviglia, penso all’essere nella sua condizione e alla possibilità di dare qualità alla relazione.

Ma come è possibile mediare la complessità del reale con una semplicità che non sia banalità o riduzione?
Nel mio lavoro è importante sollevare. Prendiamo ad esempio un gesto semplice come sollevare un braccio. Un braccio che si alza è qualcosa che tutti facciamo, consapevoli o meno. Ecco, è una somma di complessità, però è anche molto semplice. Come tutte le cose che si manifestano nella realtà, ci sono tanti piani di lettura, tanti bordi. Non è male ammaestrarsi alla semplicità delle cose, non caricare, stare con quello che c’è nel presente.

Raffaella Giordano. Photo Andrea Macchia
Raffaella Giordano. Photo Andrea Macchia

Lasciar accadere la relazione?
Sì, reciprocità. Siamo in relazione. Questo è bellissimo. Relazioni con il paesaggio, l’ambiente, gli altri. Arrivano le vibrazioni, se ne fossimo pienamente consapevoli non le potremmo gestire. Ma ci basta osservare le cose togliendosi dall’io, dal “mio -mio” che gioca ripiegato su se stesso. È vero che abbiamo una responsabilità da singoli, ma guardare, posare gli occhi in questo modo apre a un altro tipo di sensibilità, ed è necessario rendersi e farsi sensibili a questo sporgersi fuori da sé.

Il presente è il momento dell’incontro. Ma come gestire nel corpo la memoria degli incontri precedenti?
Ho sempre bisogno di stare nell’atto, anche le parole sono successive all’accadimento. Costituisco me stesso nello scambio continuo tra azione e relazione. In quest’ultima c’è la conoscenza. Tocco o non tocco, mi avvicino o mi allontano, siamo un coacervo di esperienze che si accumulano anche nel viaggio dentro di noi, ma il potere che il presente esercita sul corpo è importante. È importante il presente, l’istante, dimentico del prima e del dopo.

Nella sua poetica il vuoto e il silenzio sono due momenti importanti. Ce ne dia una definizione.
Il silenzio non esiste, usiamo questa parola come tentativo per individuare, attraverso la sottrazione di rumore, di cicaleccio generale, una possibilità di essere in ascolto.
Il vuoto è dove il corpo si espande. Il corpo, un grande organismo unito, trova nel silenzio del vuoto la possibilità di essere più sensibile alle cose che emergono e su cui si può fare luce. La libertà del corpo in questo vuoto stordisce: è essere sempre in accoglienza. È entrare in connessione con lo spazio.

Quale vuoto deve avere lo spettatore per entrare in relazione con ciò che vede davanti a sé?
Già predisporre il corpo, la globalità dell’essere, in uno spazio ricettivo sarebbe una buona cosa. C’è poi un problema vecchio come il mondo: capire e non capire la danza. La danza è linguaggio autonomo, racconta a modo suo ciò che non si può raccontare altrimenti. La parola indica, il corpo esperisce, sono mondi paralleli. Il corpo in scena è de-funzionalizzato, non è quello della quotidianità. Occorre abbandonarsi, senza essere schiavi della comprensione logica. C’è un tempo per capire e uno per non capire nulla.

Raffaella Giordano. Photo Gianni Fiorito
Raffaella Giordano. Photo Gianni Fiorito

Il rischio è che lo spettatore applauda ai vestiti dell’imperatore. Come difendersi dalla gratuità di certi concettualismi contemporanei?
C’è una credibilità generata dalla visione: cosa spinge l’artista a “fare” e come si prende la responsabilità delle scelte estetiche, innanzitutto. Poi, anche se la danza non è narrativa, ci sono dei temi e delle tematiche. E il senso di armonia e una credibilità comunicata anche se non si riesce a spiegarla.

Ha senso oggi dividere ancora gli ambiti e parlare di danza, performance e teatro quando nei festival le tre forme sono continuamente mescolate?
Molto è cambiato, in scena non ci sono più le gerarchie, nemmeno dei ruoli. Gli spettacoli sono una commistione di generi confusi. Oggi si può stare in scena, seduti su una sedia e dire per un’ora blop. Credo che sia interessante piuttosto riconoscere le filiazioni. La storia dell’artista rimane importante comunque, capire il suo studio, da dove viene, su cosa si è applicato. È interessante capire la sua provenienza. Quale storia ha generato quella visione. Le domande, le urgenze, la prospettiva da cui si è partiti per l’indagine.

Perché molti ragazzi di talento si formano fuori dall’Italia? Cosa manca o cosa presumono che manchi qui?
Nel nostro Paese mancano dei luoghi di studio importanti. Ci sono sforzi, iniziative. Ma tanta formazione viene strumentalizzata e questo è un peccato. Mancano il tempo e l’ampiezza dello sguardo. Ai giovani si chiedono tempi stretti, viene meno così la possibilità di studiare il passato. Il mercato strumentalizza, il giovane deve far presto, consumare presto. Si fa fatica, in questa velocità forzata, a scavare in profondità e a generare di conseguenza una visione. Manca il tempo dedicato allo studio, il tempo di stare sulle cose e quando si perde questa dimensione la danza è un corpo afono che parla su se stesso. È importante invece che gli spettacoli creino, generino universi possibili.

Si sente una maestra, lei cha da Pina Bausch e Carolyn Carlson ha imparato molto?
Non lo so se la parola sia quella giusta. So che attraverso l’insegnamento ho imparato molto, devo molto a questa esperienza. Gli incontri sono sempre una epifania, la forza incredibile della relazione.

Simone Azzoni

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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.