Danza e sfortuna. Lo spettacolo di Balletto Civile

“Bad Lambs” è il bellissimo titolo del nuovo lavoro del collettivo Balletto Civile guidato da Michela Lucenti, sulla parte meno innocente di ogni vittima. La performance è andata in scena a La Spezia per la rassegna teatrale “Fuori Luogo” che la compagnia organizza ormai da dieci anni con un mirabile lavoro sul territorio.

Balletto Civile, Bad Lambs. Photo Andrea Luporini
Balletto Civile, Bad Lambs. Photo Andrea Luporini

Il nuovo e già premiato lavoro del collettivo Balletto Civile guidato dalla coreografa e danzatrice Michela Lucenti, ha un titolo bellissimo: Bad Lambs. Lo si può tradurre in molti modi, anche in quello furbesco dell’ossimoro più infedele e partigiano: La colpa delle vittime. Si tratta di una performance che mette in scena un gruppo eterogeneo di freak: si fa chiamare, non senza compiaciuta agnizione, “Circolo dei poeti scapestrati e maledetti”. Così, le sfighe di ognuno sono compensate da ipotetiche ribellioni contro una vita percepita come ingiusta e avara, e che solo la poesia come rivendicazione esistenziale può in qualche modo riscattare.

TRAMA E AZIONI

La drammaturgia di Carlo Galiero è come sempre curatissima e funzionale al lavoro aperto e negoziato del collettivo; la recitazione (soprattutto quella piena di humour di Maurizio Camilli o quella noir di Emilio Vacca) sempre misurata e sobria, mai compiaciuta o, peggio, fuori tono. La modalità compositiva sorprende per l’estrema leggibilità del tema trattato a contrasto con le incredibili presenze danzate: figure ai margini, soggettività interrotte da qualche disabilità anatomica e incapaci di produrre realtà, sempre alla ricerca di una qualche risoluzione come atto di ribellione e di resistenza alle offese della vita. Tanta inerzia in fondo non nasconde che la nostalgia per l’idillio. Sullo sfondo, la vicenda di un incidente automobilistico, in realtà un suicidio del capobanda di turno, che lascia offese le anime di chi invece si è fortunosamente salvato. Il giorno della commemorazione di quell’incidente (ogni “club” che si rispetti deve celebrare nella ricorrenza della propria sfiga la ripetizione della sua identità) si ritrovano queste persone ferme, che hanno chiuso ogni elaborazione del trauma, rassegnate in un corpo incapace di contenerle: tutte con la propria ferita fantasma da cui non riescono a congedarsi. Per questo c’è bisogno di un affondo della prospettiva visiva (e dunque dell’immaginario) con le proiezioni sul fondale (la cinematografia onirica di Giorgina Pi/Blumotion) in cui i corpi sembrano esplodere in esterni di libertà e redenzione. È in fondo un lavoro, questo nuovo di Lucenti, sulle difficoltà del congedo. Sulla necessaria impossibilità del congedo. Come se la vita avesse sempre bisogno di tutti i suoi fantasmi, compresi quelli prodotti dai traumi, affinché il vivente non si riduca all’unica immagine possibile di un corpo non deformato, quella del morto. E infatti il più normale e felice in scena è lui, il poeta morto in un suicidio travestito da incidente stradale con cui ha lasciato offese altre vite a lui prossime. Questo fantasma (Emilio Vacca) crede di essere felice perché in fondo ha compiuto quella volontà che avrebbe dovuto consegnarlo ai falsi miti dei suoi idoli poetici (Majakovskij, Pavese ecc.) ma tra i quali egli stesso resterà però invisibile.
C’è la sorella del fantasma (Lucenti), che ruota su se stessa tutta l’impossibilità, anche fisica, di una direzione psichica alternativa e salvifica; c’è l’infermiera (Ambra Chiarello) che prova invece a inseguire il disordine; c’è Giacomo Curti in carrozzella ma che si distende con tutto il suo difficile corpo su un immaginario prato per riflettere inerme sui pericoli dell’immobilità contemplativa; c’è Aristide Rontini senza un arto che insegue in Natalia Vallebona la sua educazione sentimentale, mentre Giuseppe Comuniello, privato della vista, assiste spaesato. E poi c’è lo splendido assolo di Simone Zambelli, disarticolato, anarchico e sovversivo di ogni volontà affermativa. Una volontà sovrastata dalle recriminazioni di un corpo fatto solo di energia e intensità. È un gruppo di poeti dilettanti che si vorrebbero maledetti e scapestrati, secondo la più abusata delle definizioni, ma sfigati perché nel vivere come norma quell’eccentricità che li renderebbe irregolari fanno dell’invenzione anche ironica il piano di intervento più sublime del proprio istinto di conservazione. Non male: Lucenti sembra dire che al negativo, esibito come spettacolo e in attesa di catarsi, sono preferibili le strategie minime attraverso cui la vita può restare un’avventura.

Balletto Civile, Bad Lambs. Photo Andrea Luporini
Balletto Civile, Bad Lambs. Photo Andrea Luporini

GRAZIA E DOLORE

Se è perfettamente risolto il senso del loro sostare e presentarsi, agire e rivendicare, lo è meno quello del loro danzare: la parte di movimento puntualmente coreografato, che mette alla prova e “contiene” nell’ordine, anche decorativo della scrittura dei corpi, il magnifico caos di ognuno (reale o occasionale poco importa), non sembra scavare, veicolare tanta eccedenza al suo punto più critico: sembra invece affrancare “nella bella forma” il sacrificio di queste vite offese, più che riconsegnarlo, invece, al suo potenziale rivoluzionario. Ma forse perché Lucenti è maggiormente interessata alla grazia (sempre accidentale e irragionevole, proprio come la sfiga) che abita ogni sforzo e prova a dare senso al dolore mentre lo combatte. Non mette in scena la sofferenza (che ci ricatterebbe, a noi che guardiamo) ma le forme inaspettate della volontà.
Sono forse delle vie di fuga, anche in senso musicale, ossia temi esposti e riaffermati continuamente per esaurire tutto ciò che possono offrire: come quelle fastidiose luci verdi che spesso nel buio della platea indicano invariabilmente le uscite di sicurezza. Ma anche fanno da contrappunto, sfocandolo, al buio più profondo che deve essere ogni volta messo a fuoco sul nero della scena.

Stefano Tomassini

www.ballettocivile.org/it

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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini è ricercatore presso l’Università Iuav di Venezia e insegna all’Università della Svizzera Italiana. È consulente per la danza di LuganoInScena al LAC. Nel 2008-2009 è stato Fulbright-Schuman Research Scholar; nel 2010 Scholar-in-Residence all’archivio del Jacob’s Pillow Dance Festival (Lee, Mass.) e, nel 2011, Assistant Research Scholar all’Italian Academy for Advanced Studies in America della Columbia University (NYC). Fa parte della giuria per le Giornate della Danza Svizzera 2019.