Danza. La Bella addormentata secondo Diego Tortelli

La rilettura di Diego Tortelli della celebre favola di Perrault ha come sfondo le strade frenetiche di una metropoli, dove tutti sono sempre di corsa alla ricerca disperata di realizzare il loro sogno perfetto. Uno scrittore solitario vive in una stanza segreta, dove coltiva i propri sogni e immagina la sua Aurora, rappresentazione tanto perfetta quanto irreale dell’amore.

Diego Tortelli, La Bella addormentata. Photo Marco Caselli Nirmal
Diego Tortelli, La Bella addormentata. Photo Marco Caselli Nirmal

Non serve ricordare la sintetica trama della favola della bella principessa Aurora, caduta in un sonno profondo per cent’anni perché vittima di un maleficio lanciato dalla strega cattiva, ma che non muore grazie alla Fata dei Lillà che modificherà il sortilegio, e sarà risvegliata solo dal vero bacio d’amore del principe Désiré. Del plot del celebre balletto La bella addormentata di Marius Petipa tratto dalla fiaba di Charles Perrault sulla musica di Čajkovskij, pietra miliare del repertorio ballettistico tardo-romantico, in cui la dialettica tra bene e male viene risolta dalla forza invincibile dell’amore, non rimane traccia nella nuova, bellissima versione coreografica di Diego Tortelli, giovane coreografo in ascesa per capacità di rigenerare un vocabolario tecnico e drammaturgico di fattura neoclassica, innervandolo di segni estetici ed emozioni con sensibilità tutta contemporanea. Scaligero di formazione, nutritosi dei più diversi linguaggi per frequentazioni importanti che spaziano da Frederic Flamand a Ohad Naharin, da Nacho Duato a Angelin Preljocaj, da William Forsythe a Lucinda Childs fino a Olivier Dubois e Richard Siegal, il trentenne coreografo bresciano ha avuto l’attenzione di Cristina Bozzolini, appassionata e riconosciuta talent scout di giovani artisti, che per il suo Junior Balletto di Toscana, di cui è direttore artistico, ha commissionato una nuova versione del “balletto dei balletti” (come lo definì Nureyev), che ha debuttato al Teatro Comunale di Ferrara.

Diego Tortelli, La Bella addormentata. Photo Marco Caselli Nirmal
Diego Tortelli, La Bella addormentata. Photo Marco Caselli Nirmal

LO SPETTACOLO

Al suo primo lavoro a serata, e per di più con la rilettura di un titolo classico – pratica nel teatro di danza che ormai accomuna coreografi di ogni latitudine –, Tortelli plasma sui corpi dei bravissimi e giovanissimi interpreti del JBT una storia di inquietudine giovanile in cui ritroviamo sì la dialettica tra bene e male risolta dalla forza invincibile dell’amore, ma attraverso passaggi e sfumature più umani. Privato, nel nuovo titolo, dell’originario articolo determinativo La Bella addormentata diventa la ricerca di una dimensione ideale, di Armonia, di Arte, di Assoluto. È la Bellezza addormentata, che va risvegliata nel cuore dell’uomo. Specie in quello del poeta. È lui il protagonista della storia, non descrittiva, di Tortelli, che – ispirandosi a una frase di P.D. Ouspensky da Frammenti di un insegnamento sconosciuto – si chiede: “Che cosa può conoscere un uomo che dorme? Se ci pensate… subito vi diverrà evidente che un uomo, se vuole realmente conoscere, deve innanzi tutto riflettere sulla maniera di svegliarsi, cioè sulla maniera di cambiare il suo essere”. In una scena dominata dal bianco e dal nero di velari, oggetti e costumi – questi ultimi sostituiti anche dal rosso acceso della passione e della ferita –, vibra il sogno a occhi aperti del giovane poeta insoddisfatto e smarrito, attratto, quando desto dal sonno e nell’alternarsi dello stato di veglia, da quella che egli immagina la sua Aurora, rappresentazione tanto perfetta quanto irreale dell’amore. Le apparirà irraggiungibile nella grande scatola lattiginosa con uno schermo nero che si apre e si chiude interrompendo la visione, nel tentativo di tendere le braccia per raggiungerla. Sinuosa e seducente nelle linee tese e flesse, continuamente sospesa e fluttuante, la donna ricomparirà a più riprese affrontando un duetto infuocato di rosso, che Tortelli costruisce con un esemplare e articolato intreccio di gambe e di piedi, di braccia e di teste che s’incastonano senza sosta creando forme di dinamica plasticità tra i due.

Diego Tortelli, La Bella addormentata. Photo Marco Caselli Nirmal
Diego Tortelli, La Bella addormentata. Photo Marco Caselli Nirmal

GLI INTERPRETI

Altre forme plastiche assumono il duetto con Carabosse, l’altro personaggio in rosso e speculare, con una maschera bianca: l’alter ego del poeta che ripete movenze o ne intralcia il ritmo ingaggiando anche una lotta con se stesso scacciando le resistenze dell’anima, o assecondandone il languore. Dentro quella stanza, luogo mentale dei sogni, si materializzano altre figure osservate prima da fuori, poi entrate in relazione: un maggiordomo e cerimoniere, e tre cameriere, i cui intrecci, compresi gli assoli di ciascuna, ricordano l’estetica del costruttivismo balanchiano di La Chatte. Sono tutte sequenze dal nitido segno neoclassico piegato a un vocabolario astratto ma denso di reminiscenze liriche, capace di evocare riconoscibili moti dell’animo, palpiti intimi e fisici, e raccordi narrativi carichi di tensioni contemporanee (nessuna citazione da Petipa ma semplici riferimenti come costruzione strutturale). Sono privi di gesti retorici altri passi a due o a tre, certe prese tecnicamente ardite o alcune composizioni frantumate del gruppo di ombre, di donne e di uomini agli ordini di un guardiano che muove le file del mondo attorno, personaggi legati al peso della terra. Anche qui sta l’estro creativo di Tortelli, il suo segno specifico e robusto, che rivela nell’architettura gestuale un sostrato emozionale e una ineffabile pulsione di corpi musicali. Lo si deve anche alla partitura originale di Čajkovskij, della quale Tortelli ha scelto solo alcuni brani ricollocandoli in momenti definiti, a sottolineare la connessione emotiva della drammaturgia melodica con quella espressiva del nuovo racconto. Questo è arricchito di elementi scenici e di oggetti: dal megafono futurista che emana suoni e rumori elettronici richiamando la contemporaneità del mondo reale, e che coincide, ogni qualvolta il guardiano lo mette in azione, con l’apertura del sogno; al vecchio giradischi che, gracchiando, cita alcune note della partitura ciajcovskijana, ricordo antico da abbandonare; dai fogli bianchi sparsi e collimanti coi diversi danzatori, ciascuno una storia scritta o ancora da scrivere; ai fogli rossi appallottolati e buttati, le ferite dolorose del poeta e quelle che ci portiamo dentro. Trionferà infine il bianco nel lungo tappeto dispiegato che vedrà uno struggente e malinconico passo a due finale tra il protagonista e l’amata, quella tangibile e vera che è sempre stata accanto a lui. L’artista sceglie così di non abbandonarsi al sogno ma alla realtà. Da menzionare, almeno, il Poeta Roberto Doveri, l’Aurora Matilde Di Ciolo, il Carabosse Martino Biagi, la fidanzata Veronica Galdo. Ma è l’intera compagnia di indiscussa bravura tecnica ed espressiva, in perfetta sincronia col linguaggio contemporaneo dell’autore.

Giuseppe Distefano

www.danzatoscana.it

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).