Alla 21esima edizione del festival Natura Dèi Teatri a Parma, Maria Federica Maestri e Francesco Pititto hanno presentato lo spettacolo conclusivo del trittico realizzato tra il 2014 e 2016. Opera spirata all’omonimo romanzo di Friederich Hölderlin, autore fondamentale per la definizione del pensiero filosofico-teatrale della compagnia parmense.

È ad alta densità poetica l’Hyperion di Lenz Fondazione, spettacolo-installazione o mise-en-site che apre l’immaginazione a molteplici possibilità di collegamento, di visioni, di rifrazioni sceniche. Maria Federica Maestri e Francesco Pititto ritornano così a indagare l’opera del tedesco Friederich Hölderlin, il poeta-filosofo-scrittore romantico verso cui nutrono da sempre interesse e passione. Questo ritorno è stato preceduto negli ultimi due anni da due performance visual e musicali, sempre intorno alla mitografia hölderliniana: una ispirata alla figura di Diotima, l’altra al rapporto tra desiderio di rivoluzione e realtà della storia. Hölderlin, che non trovò mai pace e morì folle sulla torre circolare dove si era ritirato negli ultimi anni della sua vita, vide nella Grecia antica soprattutto il luogo in cui si erano realizzate quell’armonia tra uomo e natura, quella divinizzazione del cosmo che erano per lui, come per altri romantici, oggetto di dolorosa aspirazione.

LA STORIA DI IPERIONE

Hyperion è il giovane rivoluzionario che, partito per andare a combattere contro i Turchi e per ridare la libertà al suo popolo, rimane sconvolto dall’orrore della guerra e comprende che non è quella la strada giusta da intraprendere. Nel racconto epistolare – quasi un romanzo di formazione – il protagonista, Iperione, racconta all’amico Bellarmino la storia della sua vita, divisa tra l’utopia di una nuova società e il suo amore per Diotima, incarnazione della bellezza ideale, la cui morte ha vanificato in lui anche la speranza di un’arcadica vita a due. Deluso, trova rifugio, isolandosi per il resto della vita, in una panteistica fusione con la natura, in un’unione estatica fra l’io e il cosmo. In Grecia, dove inizia una vita da eremita, riscopre la bellezza della natura, nella quale risuona la voce della sua amata Diotima, balsamo alla tragicità della propria solitudine.

Paul Wirkus + Lenz Fondazione, Hyperion © Francesco Pititto
Paul Wirkus + Lenz Fondazione, Hyperion © Francesco Pititto

UN POSTO NEL MONDO

La questione di fondo posta da Hölderlin è la ricerca del proprio posto nel mondo. Il protagonista cerca l’isolamento per fare tabula rasa e affrontare le domande fondamentali. Con una mirabile sintesi poetica elaborata da Lenz, i versi – prevalentemente amorosi –, attraverso cui Iperione e Diotima proferiscono con dolore la fine del loro amore, risuonano con struggente forza espressiva nella voce e nei corpi dei performer Adriano Engelbrecht e Valentina Barbarini. Le loro figure sorgono come ombre, prima l’uno poi l’altra, dietro un grande cerchio luminoso. L’installazione che domina la nuda scena è un universo mentale, proiezione di pensieri, di desideri, di luoghi, di segni del passato, di visioni. In un cerchio luminoso si materializza, per lentamente decomporsi nel formicolio di una sequenza in dissolvenza che si annerisce, la mappa di Atene, del Partenone, della Grecia, mentre Iperione ne declama la magnificenza e poi ne osserva il suo frantumarsi. Il vagare di Iperione ha l’incedere lento della sofferenza d’amore, cui risponde l’amata col suo “canto del cigno”. Entrambi con indosso una coperta scura si avvicinano e si allontanano, si tengono per mano, rotolano, sdraiati si parlano a distanza; si lavano le mani, le braccia e il viso dal sangue con un’anfora; seguono traiettorie di sottili linee luminose a terra mentre il suono live electronic, creato dal musicista polacco Paul Wirkus, percuote lo spazio, lo avvolge, quasi a dare forma pulsante alla “follia della Poesia, al Caos del Tempo”.
La musica suggellerà le ultime parole del peregrinare di Iperione:

Edifico una tomba per il mio cuore, per riposare, mi faccio un bozzolo perché fuori è inverno, mi avvolgo nei ricordi, perché fuori è tempesta. Le mie parole erano soltanto una sillaba.

Il finale di Hölderlin è sfuggente: apparentemente e dopo tanti tentativi e fallimenti, Iperione si ritrova al punto di partenza, che è in realtà un nuovo inizio. Tutto questo alzarsi e cadere, che è proprio dell’uomo, questo continuo errore che è la vita, è un costante progredire.

Giuseppe Distefano

http://lenzfondazione.it

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CuratoriMaria Federica Maestri, Francesco Pititto
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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).