Figlio d’arte, Jonah Bokaer afferma che la danza è sempre sembrata il suo destino naturale. La fusione di eredità (due nonni prodigio nel teatro e nella ginnastica) si proietta spontaneamente nella sua opera, nel connubio di forme e generi differenti, nell’apertura a ogni potenzialità espressiva. E fusione è proprio il termine che Bokaer preferisce per definire il suo ultimo lavoro.

Nella presentazione al Guggenheim Museum di New York, il 31 ottobre scorso, Rules Of The Game, l’ultima creazione del coreografo americano Jonah Bokaer (1981), che celebra la decennale collaborazione con l’artista Daniel Arsham, richiama piacevolmente Matthew Barney e la visionarietà postmoderna di The Cremaster Cycle. Suggestione?
Le pareti lattee e tondeggianti della scena, i costumi rosa cipria (disegnati da Stamp), le musiche (composte da Pharrell Williams e David Campbell e arrangiate dalla Dallas Symphony Orchestra), compartecipano alla restituzione di una opera stratificata, “a puzzle of artistic layers” scrive il New York Times.
Ispirato a Il giuoco delle parti di Pirandello, lo spettacolo è preceduto da un solo di Bokaer, RECESS (2010) – concettuale, ermetico, gestuale – minimalista nella sua interazione con l’unico elemento scenico, un lungo rotolo di carta che assume man mano una tridimensionalità scultorea, e dal più ludico Why Patterns, quattro performer e 10.000 palline da ping-pong (2011), in un graduale crescendo di elementi scenici e plasticità compositiva.
La première ufficiale, presentata al Howard Gilman Opera House of the Brooklyn Academy of Music, regala una fruizione inaspettatamente differente: la complessità del disegno luminoso e il video che riempie l’intero fondale conferiscono all’opera tonalità nuove, la risvegliano dall’immaginario postmoderno e la riportano alla contingenza del contemporaneo presente.

Jonah Bokaer, Rules Of The Game – photo © Sharen Bradford
Jonah Bokaer, Rules Of The Game – photo © Sharen Bradford

Qual è la relazione tra i tre lavori RECESS, Why Patterns e Rules Of The Game? Ho personalmente apprezzato il progressivo climax: un graduale aumento di elementi scenici, vibrazioni, energie, tonalità…
La logica che risiede nel trittico è stata quella di presentare tre lavori nati dalla collaborazione con Daniel Arsham. Abbiamo deciso di presentare Rules Of The Game – l’ultima creazioneinsieme a due repertori per noi iconici.
I tre pezzi sono molto diversi tra loro: ritmi, toni e dinamiche concedono allo spettatore lo spazio e il tempo per apprezzare ogni singola forma differente. Le scenografie di Why Pattern sono state create da Snarkitecture, la Design Firm di Daniel Arsham e Alex Mustonen.

Nel tuo lavoro è possibile notare fortissimi richiami all’arte pittorica e scultorea, che dà vita a un dialogo necessario e vibrante. Qual è la tua relazione con le arti visive? Come in molti tuoi numerosi lavori precedenti, sembri inoltre affascinato dall’inclusione di elementi digitali nella scena.
Il mio lavoro è stato influenzato dalle arti visive per molti anni, fin dal principio direi: la modalità stessa con la quale approccio la corografia proviene dalle arti visive.
Per ogni produzione mi piace coinvolgere un artista, tendenzialmente nella creazione delle scenografie (tra i tanti ho lavorato con Anthony McCall al BAM, o più recentemente con Lynda Benglis su una coreografia video per il nuovo Toyo Ito’s Museo Internacional del Barroco, in Puebla, Messico).
Io stesso porto avanti una mia personale ricerca lavorando con il video applicato alla danza, con l’installazione, con le opere digitali, ecc. Sono stato recentemente invitato al 2016 Artist for the Parrish Art Museum Annual Platform, un vero onore. Il mio lavoro sarà in mostra fino al 13 gennaio 2017.

Quali sono gli elementi cardine che compongono Rules Of The Games?
Questa volta ho scelto Daniel Arsham, collega e amico, con il quale abbiamo dato vita a Rules Of The Game, la più grande pièce mai realizzata insieme: otto danzatori, un’intera orchestra sinfonica, diversi produttori e un vasto team di collaboratori.
ROTG si basa su elementi visivi molto forti, tra i quali il video. È un’interazione molto particolare, in quanto esso riempie l’intero spazio scenico. È stato concepito come un vero e proprio personaggio: è al servizio della coreografia, e viceversa. Sono l’uno eco dell’altro, in un dialogo continuo e totale.
In RECESS and Why Patterns, altrettanto iconici, abbiamo incluso elementi visivi con i quali i danzatori interagiscono continuamente: essi sono in movimento e, al contempo, generano movimento.

Jonah Bokaer – photo © Michael Beauplet
Jonah Bokaer – photo © Michael Beauplet

IN ROTG, l’intenso duello tra James McGinn e Wendell Gray (Miglioriti e Venanzi?) richiama una capoeira molto poetica… A quali elementi ti sei ispirato nella concezione della coreografia?
La scena tra James McGinn e Wendell Gray s’ispira proprio al duello presente nell’opera di Pirandello, durante il quale due uomini si sfidano per la contesa della donna amata: è un riferimento, ma anche un omaggio al duello nella danza. Le mie ispirazioni derivano da ogni forma d’arte, dall’architettura al cinema alla scultura. Talvolta utilizzo riferimenti espliciti, altre volte essi risultano più inconsci e sottili.

Perché Pirandello? Credi rifletta sulla contemporaneità?
Spesso m’ispiro alla letteratura, come Camus o Rimbaud, e in ROTG ho deciso di utilizzare Pirandello per via dell’atmosfera politica nella quale ha concepito le sue opere.
E sì, credo abbia ancora molta risonanza. I temi sviluppati nell’interezza della sua opera sono senza tempo e di conseguenza contemporanei; l’attenzione politica rende la sua voce ancora attuale, soprattutto in un contesto globale come quello che stiamo vivendo. L’ho scelto per la sua texture complessa e altamente drammatica: anche ROTG è un’opera dentro l’opera, e questo è quanto ho cercato di esprimere, evidenziato anche dal diamante grigio presente sul pavimento della scena. E la composizione di Pharrell si sposava benissimo con l’architettura del testo…

Jonah Bokaer, Rules Of The Game – photo © Sharen Bradford
Jonah Bokaer, Rules Of The Game – photo © Sharen Bradford

Come hai sviluppato la coreografia con i danzatori? Quanto le loro personalità hanno interagito con quelle dei personaggi?
Inizialmente abbiamo lavorato sull’improvvisazione. Parallelamente ho condotto la mia personale ricerca su ogni singolo danzatore e sul tema del gioco. Insieme abbiamo esplorato le varie forme di danze popolari, street dance, o studiato movimenti che si ispirassero alla lotta, alle arti marziali.
Gran parte del lavoro è sicuramente frutto di questi studi collettivi, durante i quali ciascuno ha contribuito con la propria personalità.

Giulia Palomba

www.jonahbokaer.net

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Giulia Palomba
Specializzata in arte contemporanea e multimediale, è una curatrice indipendente. La sua esperienza si articola trasversalmente nel mondo del cinema indipendente e dell'arte. Ha lavorato in qualità di assistente del Direttore Artistico per Cagliari Capitale Italiana della Cultura 2015, Franz Paludetto al Museo d'Arte Contemporanea Castello di Rivara (Torino) e WhiteBox (New York). Ha precedentemente collaborato con festival cinematografici quali Filmmaker Festival e Across Asia Film Festival e lavorato in qualità di assistente alla regia per Enrico Pau e Stefano Odoardi.