Il Macbeth visionario di Lenz Rifrazioni

In occasione dei quattrocento anni dalla morte di William Shakespeare, il Festival Natura Dèi Teatri presenta l’esito della nuova ricerca artistica guidata da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto. Che coglie e assume come stimolo creativo un momento storico di particolare rilevanza in Italia per la gestione sociale della follia.

Lenz Fondazione, Macbeth - photo © Francesco Pititto
Lenz Fondazione, Macbeth - photo © Francesco Pititto

MACBETH, OGGI
Nel vasto, e spoglio, spazio-contenitore della sede teatrale di Lenz Rifrazioni, luogo vivo di non convenzionali epifanie sceniche e performative, risuonano ancora più potenti le parole di un Macbeth di cui rimangono solo alcune schegge impazzite che esplodono in inquietanti visioni. Sono sequenze video che invadono le pareti laterali e, soprattutto, l’enorme parallelepipedo centrale che domina come un monolite lo spazio neutro, facendosi corpo pulsante di parole, volti, luoghi, che attrae ed espelle la fisicità di Lady Macbeth, incarnata dall’attrice Sandra Soncini con una lunga treccia a comporle la postura regale. È lei – dapprima chiusa in pannelli modulabili, poi aperti e dispiegati a liberare il corpo e la coscienza, quindi vagante in zone di penombra e infine dentro un cerchio di luce – la protagonista di quel mondo distorto nato dalla sete di potere. È sempre lei a riprendere l’eco di parole, ripetute ossessivamente, provenienti dall’etere, da pertugi di celle, da angoli impercettibili, o generate visibilmente dal re consorte presente in video – il performer Germano Baschieri –, il cui volto e la cui voce tormentano la sua mente vicina alla follia. Ed è il tema della follia a essere ulteriormente indagato nel nuovo attraversamento shakespeariano di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto con questo Macbeth, che li ha visti impegnati con alcuni “attori sensibili” ospiti degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, in particolare di Mezzani, vicino a Parma.

IMMAGINI E PROFEZIE
Ripresi in video, diventano le tre streghe della profezia, quindi ombre della mente, presenze di una sofferenza che stringe lo sguardo e lo proietta nell’immaginare, noi, cosa c’è dietro occhi e parole pulsanti sangue e paure, messaggeri di verità che ci riguardano. Il dilatarsi delle immagini in movimento vedranno cancelli e caseggiati prendere il posto del castello, alberi secchi e non più la fitta foresta di Birman che avanza, mani che si lavano nevroticamente dentro un lavandino consumato alle quali se ne aggiungono altre per mondare l’irreparabilità delle proprie e altrui azioni nefaste.

Lenz Fondazione, Macbeth - photo © Francesco Pititto
Lenz Fondazione, Macbeth – photo © Francesco Pititto

TRA FOLLIA E CONSAPEVOLEZZA
Ed è nella reiterazione di frasi emblematiche come “Chi è stato? Non dirmi che sono stato io!”, “L’ho fatto io il fatto”, “Vieni, è l’ora giusta. Bussano. Chi è?”, riecheggianti tra paure e allucinazioni, lucidità e follia, dentro le sonorità cupe del musicista Andrea Azzali, che si condensa il battito inconsolabile della consapevolezza in questo Macbeth rimembrato, rielaborato, e rimesso a fuoco da una drammaturgia performativa che lo espone “all’atto irrimediabile del crimen sine voluntate”, restituendoci una visione contemporanea della tragedia di Shakespeare. E ci ricorda, senza finzione, che la vita è davvero un’ombra che cammina e l’attore un povero idiota, un demente, che fatica a raccontarci il niente.
Ecco dunque il tema per eccellenza (artistico e umano): la consapevolezza. Consapevolezza di ciò che ci accade, di ciò che facciamo in risposta, di ciò che ne consegue. Tutti siamo parzialmente ciechi, tutti cioè possiamo riscoprirci padroni a metà del nostro io, ospiti di un corpo che ci condiziona. Come reagire, allora? La domanda rimane – per fortuna – aperta.

Giuseppe Distefano

http://lenzfondazione.it/natura-dei-teatri/

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).