Natura Dèi Teatri. Il punto cieco dei linguaggi

“Natura Dèi Teatri” giunge alla ventunesima edizione dividendosi in due momenti, uno estivo a giugno, e uno invernale e dicembre. I direttori artistici di Lenz Fondazione, Francesco Pititto e Maria Federica Maestri, curatori del Festival parmense dedicato alle arti della scena, ai linguaggi coreografici e musicali, si concentrano sul concetto di “Punto Cieco”, ulteriore snodo teorico del progetto triennale 2015-2017 “Materia del Tempo”.

Il Furioso, La Morte - Lenz Fondazione - © Francesco Pititto
Il Furioso, La Morte - Lenz Fondazione - © Francesco Pititto

Natura Dèi Teatri è un progetto di arti performative che, dal 1996, è occasione di dialogo tra i diversi linguaggi della creazione, dalla performance ai live electronics, dalla danza all’installazione. Le creazioni presentate sono ispirate a una tematica, suggestione filosofica e visuale indicata dalla direzione artistica di Francesco Pititto e Maria Federica Maestri, tema che ha lo scopo di indagare le differenti modalità e forme che un concetto può assumere nell’atto performativo.
Cifra distintiva del festival è la creazione di opere ad hoc da parte degli artisti invitati. La 21esima edizione, ispirata al Punto Cieco, fa parte del progetto triennale 2015-2017 sull’opera dell’artista statunitense Richard Serra, triennio dedicato alla Materia del Tempo. Richiamando gli studi di fisica quantistica sulla materia e le neuroscienze in ambito visivo, il Punto Cieco si configura come quel luogo della creazione in cui la visione si arresta o moltiplica le sue strade. Non c’è entrata, non c’è uscita. C’è solo un’ombra della visione. La riflessione inizia, allora, dalla materia umana e dalle mille sfaccettature che l’atto creativo può donare all’uomo, plasmandolo, scavandolo o, semplicemente, presentandolo per quello che è. Inizia dall’ensemble degli attori sensibili di Lenz – in collaborazione con AUSL e REMS, il coreografo austriaco Simon Mayer, che agisce una follia consapevole sul proprio corpo, la performer Ilaria Drago, che scava nell’emissione vocale delle architetture di materia sonora, o i corpi delle giovani attrici di Lenz sulla partitura per voce di attrice del M° Carla Delfrate.
Poi vengono gli spazi, ovvero la materia che rimane, il gesto umano che si propaga nel tempo e oltre il tempo. L’architetto Janek Schaefer che, lavorando sui riverberi del pulviscolo, crea rifrazioni di spazi elettronici, l’ossessiva ricerca del luogo mentale nel folle Iperione, la creazione di un concerto di spazializzazione del suono del duo Andrea Azzali e Claudio Rocchetti, il performer croato che versa il liquido vitale sulle mappe geografiche europee. Ecco, allora, il ricco programma del Festival – da quest’anno diluito in due momenti: estivo ed autunnale – addensarsi attorno a due filoni linguistici: quello performativo e coreografico, quello musicale e vocale. Oltre ai debutti delle nuove creazioni di Lenz – ispirate ad Ariosto e Shakespeare – il festival prevede una costellazione di ospiti e artisti residenti, dall’Italia e dall’estero. Numerose anche le sperimentazioni, nella forma della collaborazione tra ensemble con radici differenti. Ne abbiamo parlato con i direttori artistici.

Simon Mayer - photo Niko Havranek
Simon Mayer – photo Niko Havranek

La nuova edizione del festival è ispirata alla Materia del Tempo, in particolare a quel luogo della visione che si configura come un Punto Cieco. Potete indicare in che senso?
Il Punto Cieco è nei nostri occhi, uno a destra e uno a sinistra. Il campo visivo di ogni occhio ha un piccolo buco che dovrebbe essere nero, ma non lo è perché l’altro occhio invia informazioni su quella parte di campo che il primo non può vedere. Se poi un occhio viene chiuso, il cervello riempie comunque quel buco, servendosi di informazioni che provengono dai campi vicini. Dal punto cieco, il nervo ottico buca la retina e raggiunge il cervello e il cervello provvede, crea una visione. Non necessariamente corrispondente alla realtà, il cervello solo suppone che quella sia la realtà. Quel punto è perciò illusione, immagine irreale, miraggio somigliante il reale, concatenazione tra corpo, cervello e invenzione. Così è l’arte, l’arte di ognuno nella sua Materia del Tempo. In The Matter of Time a Bilbao, Richard Serra ha dato forma allo spazio, anche a quello che non si vede. Occorre percorrerlo, viverlo, abitarlo come camminando dentro un poema. A ogni curva un Punto Cieco, e in ciò che manca o non si vede, arriva subito chi provvede. A ogni curva, dentro le enormi ellissi e spirali d’acciaio, il Punto Cieco viene di continuo riempito/sostituito da spazio in movimento, da spazio che diviene corpo fisico e la vertigine del percorso impegna il cervello in una frenetica ricostruzione della fisicità del vuoto, del corpo a corpo tra essere umano e opera d’arte, all’interno della scultura stessa. Questo Punto Cieco è la materia d’indagine per gli artisti della ventunesima edizione di Natura Dèi Teatri, un cul-de-sac della visione come condizione necessaria per il Tempo e la Materia della contemporaneità.

Novità dell’edizione 2016 è la distensione temporale in due momenti: estate e autunno. A cosa è dovuta questa scelta?
L’influenza del pensiero di Serra – Materia del tempo – si è riverberata anche nella forma organizzativa del festival: abbiamo voluto restituire al progetto la distensione creativa delle prime edizioni – quasi esclusivamente dedicate alla ricerca laboratoriale – per liberarlo dalla costrizione delle convenzioni, molti eventi in un tempo ristretto, e rimettere al centro l’esperienza processuale, il dialogo artistico, la dimensione dell’abitare anziché del transitare in un luogo per disegnare intrecci percettivi in una dimensione temporale in movimento.

Il Furioso, La Morte - Lenz Fondazione - © Francesco Pititto
Il Furioso, La Morte – Lenz Fondazione – © Francesco Pititto

Lenz apre il Festival con due grandi progetti sensibili, Il Furioso (2) e Macbeth. Come si relaziona la società alla follia nella contemporaneità?
La gestione sociale della follia è un complesso sistema di pratiche socio-sanitarie finalizzate alla riabilitazione e al reintegro nella comunità delle persone con disagio mentale. Ma lo sconfinamento dell’esperienza artistica di Lenz nei territori della psichiatria è la trasduzione estetica di due elementi fondamentali del pensiero etico di Franco Basaglia: la convinzione che la follia non sia una malattia ma una condizione di crisi vitale e un’irriducibile tensione alla trasformazione del reale. Alla fine degli Anni Novanta abbiamo sentito maturare in un processo naturale la necessità di fusione con l’essere sociale in condizione di fragilità, vulnerabilità, debolezza, sofferenza, alla ricerca di una nuova resurrezione artistica. La riunificazione tra esperienza estetica radicale e comunità vivente può restituire al teatro la funzione etica originaria della tragedia. Questa ricerca ci pare ancora oggi necessaria per una costante riscrittura della nostra lingua teatrale, intesa come fisica dell’immaginazione, chimica di corpi sociali, differenziati ed esaltati nella soggettività del proprio agire estetico.

A partire da queste linee, sono tre linguaggi differenti che diagnosticano le dimensioni della follia. Parliamo delle residenze internazionali: la follia come dimensione del corpo nello spazio, il punto cieco della materia, la partitura sonora del folle Iperione…
Abbiamo chiesto a tre artisti con sensibilità linguistica molto diversa di convergere sul tema del festival e di approssimarsi alle opere oggetto della nostra indagine: al giovane coreografo austriaco Simon Mayer di riscrivere la follia dell’Orlando Furioso, nella sua grammatica corporea estrema e nuda. A Paul Wirkus, sofisticato musicista elettronico polacco – in residenza triennale – abbiamo proposto di comporre un’opera musicale ispirata all’Hyperion di Hölderlin, un viaggio sonoro tra le rovine del pensiero postrivoluzionario. Il Blind spot del Macbeth shakespeariano sarà l’oggetto drammatico che il dispositivo performativo/installativo dell’inglese Tim Spooner, giovanissimo talento inglese al suo secondo anno di residenza a Parma, indagherà in rapporto agli spazi del museo Amedeo Bocchi.

Macbeth, Lenz Fondazione - © Francesco Pititto
Macbeth, Lenz Fondazione – © Francesco Pititto

Componente dominante del festival è l’indagine vocale e sonora, frutto di ospitalità, creazioni ad hoc e collaborazioni.
Sono ormai dieci anni che il festival mette in programma il lavoro dei musicisti più interessanti della scena elettronica internazionale – solo per citare alcune presenze recenti, Robin Rimbaud aka Scanner, Maja Ratkje, Carla Bozulich – molti dei quali tornano a Parma presentando dei live electronics creati ad hoc, ispirandosi al tema concettuale proposto. Quest’anno siamo davvero felici del ritorno di Lillevan e Janek Schaefer, due artisti multiformi che indagano il suono come visione, spazio architettonico, campo percettivo, profondamente in sintonia con il progetto materia del tempo.

Punto Cieco è un luogo della visione. Quali sono gli spazi del Festival?
Il dialogo con gli spazi architettonici e naturali – caratteristica delle primissime edizioni di Natura Dèi Teatri – si è rafforzato con una pratica di intervento in luoghi irregolari ma di grande potenza simbolica: quest’anno realizzeremo la macro-installazione del nostro Furioso (2) nel complesso architettonico del Tempio della Cremazione di Valera, a pochi chilometri da Parma, opera monumentale progettata una decina d’anni fa da Paolo Zermani, luogo cerimoniale del passaggio finale del corpo umano e della sua trasformazione, non uno spazio cieco, ma un campo immaginativo dinamico. Poi Tim Spooner nelle magnifiche sale del Museo Bocchi e naturalmente gli spazi postindustriali di Lenz Teatro. Dal Tempio della Cremazione per gli ultimi episodi del nostro Furioso ci sposteremo in autunno nell’ex-carcere napoleonico di San Francesco e lì installeremo una libera interpretazione dell’Autodafé dal Don Carlo di Giuseppe Verdi, un altro luogo della vita e della memoria, di sofferenza e di riscatto, un altro punto cieco che dovrà trovare la propria porzione di immagine mancante. E ritrovare un’epifania supplente, altrettanto potente dei molteplici rimandi storico-sentimentali del luogo, sarà la nuova grande sfida da affrontare.

Tempio della Cremazione di Valera, Parma
Tempio della Cremazione di Valera, Parma

La cecità, lo stallo, la dislocazione. Quale anticipazione per Scia, l’edizione 2017, che concluderà il progetto triennale ispirato a Richard Serra?
In fisica la scia è definita “un fenomeno fluidodinamico che si verifica quando un corpo solido si muove attraverso un fluido: con il suo passaggio, esso perturba e trascina il fluido in modo che, dietro al corpo, il fluido si muove nella stessa direzione del suo moto”. Con Scia si concluderà il progetto dedicato a Serra e sarà ispirato alle turbolenze espressive, ai vortici artistici nei linguaggi performativi contemporanei.

Valeria Borelli

http://lenzfondazione.it/natura-dei-teatri/

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Valeria Borelli
Giovane studiosa di arti performative e studi di genere, dopo un triennio in Beni Culturali all’Università di Parma, si laurea con Lode in Discipline dello Spettacolo dal Vivo all’Università di Bologna. Durante gli anni bolognesi svolge un semestre di ricerca all’Université Sorbonne Nouvelle di Parigi; parallelamente, collabora con Gianni Manzella per alcune pubblicazioni su Art’O Web e su Il Manifesto. Nell’autunno 2015 a Lenz Teatro cura, assieme ad Enrico Pitozzi, il convegno internazionale Teatri del Suono e Cinema e neuroscienze, con Vittorio Gallese e Michele Guerra, nella cornice del Festival Natura Dèi Teatri.