I lager vanno in scena. Alla Fondazione Lenz

A Parma la ricerca teatrale passa da Fondazione Lenz. Debutta, al centro di via Pasubio 3, Kinder, spettacolo che racconta la vicenda dei bambini ebrei parmigiani vittime dello sterminio nazista. Ecco l’ultimo affondo scenico di Francesco Pititto e Maria Federica Maestri.

Kinder, Lenz Fondazione - © Francesco Pititto
Kinder, Lenz Fondazione - © Francesco Pititto

UN PROGETTO LUNGO TRENT’ANNI
Un uomo diventa folle perché non riesce a tenere il passo con il suo tempo, o viceversa il suo tempo non riconosce la sua opera. Si chiama Lenz ed è il protagonista di una novella di Georg Büchner. Francesco Pititto e Maria Federica Maestri hanno chiamato come quest’uomo il loro progetto di ricerca che da trent’anni, nella periferia di Parma, dialoga con una sensibilità differente per produrre “una condizione creativa ed espressiva impossibile da ritrovare nella finzione richiesta dall’arte teatrale”. Quella missione, quell’opera, che dalla diversità (psichica e fisica) va dritta alla sincerità dell’arte, è stata riconosciuta lo scorso anno dalla Prefettura di Parma come Ente Culturale.
La Fondazione che raccoglie l’eredità storica dalle Associazioni culturali Lenz Rifrazioni e Natura dei Teatri, ora svincolata dai sistemi di transito dei circuiti teatrali, vive nell’oasi felice di un ex spazio industriale dove organizza eventi e programmazioni che possono essere visti solo lì.

LIBERTÀ E SPERIMENTAZIONE
Si tratta di progetti monotematici attorno ai classici, di laboratori integrati con i disabili intellettivi o ancora di sperimentazioni di riscrittura drammaturgica, installazioni sceniche, “drammaturgie” dello spazio e della materia che Maestri e Pititto trasformano in rischi, viaggi incerti e insicuri ai confini tra performance e installazioni. Tant’è che qui la libertà di seguire piste concettuali ardue è diventata una prassi operativa a prescindere dalle logiche di mercato. E anche dal linguaggio è bandita certa vecchia retorica da Terzo Teatro. Con orgoglio e freschezza si conia il sostantivo imagoturgia, per coinvolgere anche lo spazio nella sua dimensione plastica e dinamica.

Kinder, Lenz Fondazione - © Francesco Pititto
Kinder, Lenz Fondazione – © Francesco Pititto

DALLA STORIA AL PALCOSCENICO
E Kinder, spettacolo sui bambini ebrei di Parma vittime dello sterminio nazista, ne è un esempio evidente. Una storia entrata nella memoria collettiva di Parma, una storia che porta cucita addosso la cifra stilistica di Pititto e Maestri. Almeno negli effetti ana-emotivi, raffreddati dai colori che si addicono alla memoria: il bianco e il nero. Un’eco, un riflesso perché, come ci ricorda Adorno, citato dalla regia, “di Auschwitz non se ne può parlare se non in maniera riflessa”. O dietro un velatino di plastica che sfuma, liquefà i contorni seriosi e rigorosi dei piccoli attori del corso Ars Canto.
Lo spazio è appunto plastico, non tanto perché quei letti citano le gabbie di Mona Hatoum ma perché a quello spazio è stato sottratto il tempo e quindi anche l’azione teatrale, il drama. Il tempo non produce azione perché i bambini internati ripetono ossessivamente riti di conoscenza reciproca mentre Teresa, una di loro, amplifica la compulsione spiroide delle frasi in un reiterato disegno di casa sui muri della cella.

IL PASSATO, OGGI
I microfoni allungati davanti alle bocche dei bambini riverberano con le voci registrate, amplificando l’eco della finzione. Il recitato si trasforma in uno stentoreo elenco epigrafico, una enunciazione funebre che dilata il rapporto tra presenza e parola, separando l’una dall’altra, definitivamente. I bambini, avvolti dalle loro ossessioni ripetitive, corrono su tre fasce in cui lo spazio è stato diviso, tre corridoi luminosi, tre ordini di visione attinenti a un tempo immobile: memoria, presente, passato remoto.
La musica di Andrea Azzali ne detta i tempi anti retorici. Perché non c’è nemmeno narrazione, piuttosto un unico quadro che si anima di fantasmi e presenze larvali, ora su lettini a castello ora in lavelli disposti come bare in proscenio. Lenz si espone ai rischi della contemporaneità che spesso è estetica o incomprensibilità. E forse questo è il rischio dell’ultimo movimento: Teresa, in una liturgia lisergica di luci instabili e rotatorie. C’era già tutto prima, senza un avvallo virtuosistico.
Il cartellone a Lenz prosegue il 17 e 18 maggio con Hamlet Solo, sempre con testo di Francesco Pititto e regia di Maria Federica Maestri.

Simone Azzoni

www.lenzfondazione.it

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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.