Il ritorno di Stromae, fenomeno della musica belga

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Dopo il successo fulminante e l’allontanamento dalle scene per la pressione causata dalla notorietà, Stromae è tornato con un singolo che dovrebbe precedere un nuovo album e un tour.

Gli artisti erano insopportabilmente noiosi. e miopi. se sfondavano credevano alla loro grandezza anche se valevan poco. Se non sfondavano credevano nella loro grandezza anche se valevan poco. Se non sfondavano la colpa era di qualcun altro. e non perché non avevano talento, per merdosi che fossero credevano nel loro genio. Potevano sempre tirar fuori Van Gogh o Mozart o altre due dozzine di artisti che erano finiti sotto-terra prima che la Fama gli leccasse il sederino. Ma per un Mozart c’erano 50.000 idioti insopportabili che continuavano a vomitare opere schifose. Soltanto quelli in gamba mollavano – come Rimbaud o Rossini”. Chi scrive questo articolo si è trovato spesso a pensare a questa frase di Charles Bukowski, contenuta in uno dei racconti di Compagno di sbronze, ascoltando le canzoni di Stromae. Come Rimbaud e Rossini infatti, anche il cantautore belga ha per anni dato l’idea di un artista che ha preso una decisione inderogabile: rinunciare al proprio talento, o almeno a renderlo di pubblico godimento, in favore di una vita diversa, per certi versi migliore, ma decisamente più privata. Dopo un’attesa di otto anni Stromae è tornato a pubblicare un brano che dovrebbe essere apripista di un album e di un tour (la data di ritorno sulle scene, a Parigi, è già fissata) e questa è una notizia ottima per tutti gli amanti della sua musica. Ma è anche un’occasione per guardare al suo percorso e rileggerne alcuni passaggi come casi di studio sul rapporto tra l’artista e la fama, finanche a chiederci se nel binomio stereotipato di “arte e sofferenza” si possa fare la scelta di non soffrire.

LA STORIA DI STROMAE

Paul Van Haver nasce in Belgio nel 1985. Nonostante il nome da pittore fiammingo, nelle sue vene scorre l’Africa del padre ruandese, Pierre Rutare, architetto di professione, oltre che della madre belga Miranda Van Haver da cui prende il cognome. La figura del padre infatti è caratterizzata soprattutto dalla tragica assenza (raccontata anche in musica in uno dei suoi brani più celebri) e ha il suo triste epilogo durante il genocidio dei tutsi, durante il quale muore insieme a quasi tutta la sua famiglia allargata.
All’età di undici anni, Paul inizia a studiare musica presso l’Accademia Musicale di Jette, e nel 2000 esordisce nel mondo del rap con il nome di Opsmaestro, ridotto poi in Maestro e tradotto in verlan (la lingua delle periferie in cui si invertono le sillabe) nella forma di Stromae. Mentre cerca di sfondare lavora nella catena di fast food belga Quick, e con i soldi finanzia i propri studi nel campo del cinema.
Il successo giunge tra il 2010 e il 2011 con il singolo Alors on danse contenuto nel suo primo album, che arriva a posizionarsi ai vertici delle classifiche di vendita anche all’estero, come ad esempio in Francia, Germania, Svizzera e Québec, e insieme ai premi piovono anche gli endorsement dei grandi: oltre al duetto con Kanye West, la canzone è reinterpretata da The Lost Finger, e tradotta in inglese da Kellylee Evans in una versione jazz con il titolo And so we dance, mentre un’altra sua canzone, Te Quiero, viene remixata dal leggendario dj techno Paul Kalkbrenner.

IL SUCCESSO DI STROMAE

Ma è tra il 2013, con l’uscita dell’album Racine carrée, che Stromae diventa qualcosa di mai visto: un cantautore in lingua francese capace di riempire palazzetti in tutti gli States, in Canada, in Brasile in Asia e in tutta l’Africa. Nelle sue canzoni si toccano tematiche complesse come il peso dei social, il cancro, il rapporto con il padre e si omaggiano cantanti africane sconosciute al mainstream come Cesária Évora, e nonostante questo il mondo lo segue con passione e ammirazione. Nella sua musica si mischiano elettronica (in particolare il new beat nato in Belgio) e musica congolese, mentre nell’interpretazione il cantante viene paragonato a Jacques Brel per il linguaggio del corpo e il fraseggio. La sua comunicazione visiva nei video è stravolgente, e mentre si veste da donna o si finge ubriaco, il pubblico ne ammira il genio con crescente interesse.

Adele
Adele

I PROBLEMI DI STROMAE

Poi in lui qualcosa si rompe. Il 1° dicembre 2016 annuncia di volersi prendere una pausa dalla sua carriera. Il motivo inizialmente dato in pasto ai media è la volontà di restare un po’ più “nell’ombra” e di dedicarsi alla sua etichetta Mosaert (ennesimo anagramma del suo nome), che ha fondato con il fratello, ma ben presto la verità comincia a venire a galla. La pressione enorme a cui è stato sottoposto per anni, il continuo crescere delle attenzioni su di lui, lo hanno lentamente consumato dall’interno, portandolo a un burn out lavorativo e umano. Poco prima del ritiro, nel 2015, dovette interrompere in tour in Africa per via degli attacchi di ansia causati ufficialmente dal medicinale per la malaria Lariam (Meflochina).
Solo tra il 2017 e il 2018 Stromae ha affrontato pubblicamente il tema della pressione sociale, dichiarando di soffrire ancora di attacchi di panico, e di aver bisogno di tempo per ricongiungersi alla passione, e soprattutto a immaginarla di nuovo come un lavoro. Compare nel video di un amico, il rapper Orelsan, nello stesso anno, e lo troviamo un po’ ingrassato e con i capelli lunghi. Poi, fino a qualche giorno, molto silenzio.

IL RITORNO DI STROMAE

Se chiedete a chiunque lavori nel mondo della musica cosa tutti attendevano il 15 ottobre, la risposta è una sola: il ritorno di Adele. Dopo cinque anni d’assenza, infatti, la cantante inglese ha pubblicato il suo nuovo brano dal titolo Easy on me. Il fatto che Stromae abbia deciso di uscire lo stesso giorno può essere ovviamente letto come puro caso oppure come necessità delle case discografiche, ma ingenuamente ci piace dare un’altra lettura: Stromae ha approfittato dei riflettori puntati da un’altra parte per tornare in punta di piedi, e poco importa che in realtà la luce sia stata abbagliante anche su di lui, forse quello che conta è il messaggio. E il messaggio è che l’arte è una cosa fragile, e la sensibilità umana da cui scaturisce è necessariamente un terreno da tenere a maggese per farlo tornare fertile.
E al contempo che, in un periodo in cui un album all’anno pare d’obbligo per restare in un mercato della musica orientato al binge listening e poi all’abbandono, se il valore dell’opera musicale è importante il tempo diventa una variabile superflua.

‒ Federico Silvio Bellanca

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Federico Silvio Bellanca
Classe 1989, scrive per diverse testate italiane (Gambero Rosso, Forbes). In ambito enogastronomico ha firmato diversi libri editi "Il Forchettiere" e "Giunti". Ha condotto e produtto per WineTv (canale 815 di Sky) varie trasmissioni a tema distillati.