Intervista al musicista Alessandro Cortini dei Nine Inch Nails

È uscito l’ultimo album solista del polistrumentista Alessandro Cortini, membro della band industrial rock capitanata da Trent Reznor, accompagnato da video visivamente curatissimi. Lo abbiamo intervistato.

Alessandro Cortini. Photo Emilie Elizabeth
Alessandro Cortini. Photo Emilie Elizabeth

In occasione dell’uscita del nuovo album, Scuro Chiaro, con l’etichetta Mute, lo scorso 11 giugno, abbiamo parlato con il musicista e compositore Alessandro Cortini (Bologna, 1976), noto ai più per le sue collaborazioni con i Nine Inch Nails, che gli hanno permesso di guadagnarsi un posto nella Hall of Fame del rock, molto amato all’estero e in Italia anche per il suo percorso solista. Ripercorriamo in questa intervista la sua storia e la sua musica.

INTERVISTA AD ALESSANDRO CORTINI

Sei partito da Forlì e approdato a Los Angeles per studiare al famoso Musicians Institute. Possiamo considerare questa esperienza come uno spartiacque fra un trascorso musicale legato al rock e un percorso orientato alla composizione elettronica?
Da quando avevo undici anni ho sempre suonato la chitarra. I chitarristi sono stati i miei idoli ed ero convinto di voler intraprendere quella strada. Già in Italia però mi ero avvicinato alla musica elettronica e avevo, in un certo senso, oltrepassato il rock, tanto che quando sono arrivato a Los Angeles ho acquistato subito un portatile. Ho capito che la chitarra non era lo strumento a cui volevo dedicarmi quando ho cominciato le lezioni. Ho studiato con i migliori insegnanti del genere, ma quando tornavo a casa e venivo lasciato a me stesso non la suonavo, bensì mi dedicavo alle mie composizioni. Non sono mancati i sensi di colpa, ma la mia fortuna è stata vivere negli Stati Uniti, un contesto in cui si è più liberi di scegliere. La verità è che ognuno di noi riesce nel campo in cui si riscopre bambino.

La copertina dell'album Scuro Chiaro di Alessandro Cortini, Mute Records 2021
La copertina dell’album Scuro Chiaro di Alessandro Cortini, Mute Records 2021

Trovare se stessi non è mai un percorso lineare.
Esatto. Ogni tappa consente di apprendere qualcosa, funzionale allo sviluppo del proprio dialogo. Si è trattato, come dicevo, di un passaggio molto graduale. Con Ghosts dei NIN però è avvenuto un cambio di rotta importante. Ho iniziato con loro a fare musica strumentale e ho capito che avrei potuto dedicarmi esclusivamente a quello, estrapolandola da qualsiasi altro contesto.

Tra le tue influenze c’è un immaginario sonoro legato agli Anni Ottanta. È così?
È stato un periodo fondamentale. Ricordo il primo walkman, le prime cassette con i Duran Duran, gli Arena, gli Spandau Ballet, i Depeche Mode, i Pet Shop Boys, i New Order. Gli Anni Ottanta musicalmente sono stati questo. Per me soprattutto: l’entusiasmo provato da bambino e l’opportunità che ho avuto, grazie al mio lavoro, di riconnettere molti punti in seguito.

L’ALBUM SCURO CHIARO

Passiamo al tuo ultimo album, Scuro Chiaro. Ha risentito del periodo che abbiamo vissuto?
L’anno che abbiamo passato non è stato facile, per la pandemia ma anche perché ho perso mio padre. Non mi sono sentito quindi molto ispirato a creare da zero, bensì più orientato a riscoprire materiale che avevo prodotto negli ultimi quattro anni e fare in modo che, una volta scelti, i pezzi stessero bene insieme. È un modo di concepire un album molto diverso da Avanti, Sonno o Risveglio, dove le composizioni facevano tutte parte dello stesso periodo o processo.

In realtà io vedo una relazione tra Scuro Chiaro, Sonno e Risveglio. Scuro Chiaro è più introspettivo e cupo rispetto a Volume Massimo, per questo lo ricollego agli altri due.
Scuro Chiaro parte da due composizioni realizzate per Volume Massimo: Chiaroscuro e Lo Specchio, che però non erano in linea con quell’album. È probabile che l’evoluzione meno levigata di Scuro Chiaro sia dovuta emotivamente all’anno appena trascorso. Per quanto Volume Massimo sia un album istintivo, risente della consapevolezza di voler fare un lavoro più brillante a livello di frequenze, essendo un biglietto da visita per Mute.

I titoli delle tue tracce sono evocativi. Li assegni con un criterio concettuale o emotivo?
Sono uno spunto per ciò che associo a livello emotivo. Faccio un esempio: Gloria, che è una composizione di Forse, e Momenti, di Volume Massimo, sono due titoli che uniti richiamano Momenti di gloria, che è un film con la colonna sonora di Vangelis. Il tema è molto famoso. Se lo ascolti e riascolti le mie due tracce, troverai una connessione a livello di umore ed emotività.

Carlotta Petracci

https://mute.com

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Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.