Nella musica e nella meditazione: così si era raccontato Franco Battiato in questa intervista

Il rapporto con la musica, con il cinema, con la meditazione e con la spiritualità: ecco le idee del maestro Battiato, recentemente scomparso, riportate in questo estratto dell’intervista rilasciata nel 2007 a Cyberzone.

Franco Battiato - photo Leandro Manuel Emede
Franco Battiato - photo Leandro Manuel Emede

Quello che segue è un estratto di una lunga intervista che con Emanuele Pistola e Enzo Macaluso facemmo al compianto Franco Battiato nel 2007 per Cyberzone (n°21). In chiare ed efficaci parole, Battiato espone le sue idee sulla musica popolare e di ricerca, sul misticismo che fin da giovane ha perseguito, sul ruolo dell’arte e dell’artista nel mondo d’oggi, e sul cinema. Ne viene fuori un chiaro e netto profilo delle idee poetiche ed estetiche del cantautore e compositore che non hanno perso d’attualità.

Sei uno dei pochi musicisti che non ha ceduto alle formule tipiche della musica leggera, operi contaminazioni a più livelli. Qual è il destino di questa operazione, può estendersi senza trasformarsi anch’essa in cliché o in formula?
Non conta la quantità, anche se viviamo nel regno della quantità. Mi viene in mente la battuta di Alexis Weissenberg: “se in una sala di mille persone riesco a emozionare anche solo uno il mio compito è esaurito”. Dal punto di vista teorico non dovrei vendere dischi per quello che faccio, invece la risposta economica è notevole.

Sei stato legato a Stockhausen. Puoi parlarci del vostro rapporto?
A Milano nei primi anni Settanta frequentavo molti musicisti del Conservatorio e loro mi dicevano che nella mia musica di allora esistevano influenze di Stockhausen. Nel 1972 venne a Milano per un concerto, lo incontrai e gli diedi un mio disco: Pollution. Dopo un po’ mi chiamò per propormi un lavoro. Sono stato a casa sua dove mi sottopose delle partiture che solo per aprirle ci voleva un valletto. Non aveva capito che non sapevo leggere la notazione musicale e quando se ne accorse mi dedicò un’intera serata dicendomi fra l’altro che non avrei potuto fare sempre musica pop. Tornai a casa e iniziai a studiare composizione facendo in tre anni ciò che normalmente si fa in dieci; anche se avevo alle spalle la mia esperienza di musicista.Gliene sarò sempre grato perché imparare ad orchestrare per chi fa tutto da solo come me è stato un grande vantaggio. Ho colto il suo insegnamento a studiare anche se le cose non sono andate nella direzione che lui auspicava, bensì nella mia direzione.

Considerato il fatto che la musica si declina sempre al plurale, quindi musiche, ci pare che l’aggiunta di spiritualità riferita alla musica sia strettamente necessaria in quanto essa contiene di per sé elementi di spiritualità.
Ciò che dite è vero. La disciplina ti porta a derivare elementi spirituali che lo si voglia o meno. Può succedere come a Georg Solti, direttore d’orchestra ungherese, che all’età di sessant’anni si unisce ad una giornalista televisiva della BBC con la quale fa un figlio. La bambina di circa 20 giorni lo guarda intensamente e lui di colpo diventa credente. Evidentemente non aveva percepito la stessa sensazione con la musica pur essendo un grande. La musica non è bella o brutta, semmai alta o bassa. La musica alta ha dei codici di esistenza superiore che se si riescono a percepire si vola subito in alto. Quando un compositore ha raggiunto un certo livello ti dà la sicurezza del mistero mentre lo chiarisce.

Sei d’accordo con Sgalambro quando dice che il microfono, l’effetto della sua propagazione sonora, snatura e compromette l’aspetto profondo della musica?
Sergiu Celibidache non ha mai accettato di incidere la sua musica su disco. Il figlio, dopo la sua morte, ha acconsentito di far pubblicare alcune registrazioni d’archivio. Penso che nella musica dal vivo esistano gli stessi codici che trovi in quella registrata.

Carmelo Bene usava il microfono in termini teatrali, lo usava come mezzo espressivo nuovo.
È un’osservazione giustissima. Il microfono è un mezzo che occorre sapere usare. In certi casi non si deve avvertire, anche se c’è.

Che ruolo svolge il silenzio nel tuo lavoro?
Bisogna distinguere il silenzio dal lavoro. Nel silenzio trovi cose di grande profondità, il suono interrompe il silenzio. Distinguerei la percezione del reale con i pensieri che ti ronzano in testa e la percezione del reale senza alcun pensiero. La nitidezza di quest’ultimo ha un’altra qualità. È come il vuoto dei tibetani, cioè lo spazio intelligibile.

Concettualmente qual è la differenza con il silenzio di Cage?
Pur apprezzando Cage il suo silenzio è un po dada, ha il valore della provocazione. C’è solo un po’ di Zen.

Ci puoi parlare del tuo percorso spirituale, come ha avuto luogo?
Risale tutto agli inizi degli anni Settanta. Ho iniziato con Aurobindo e Yogananda, dall’induismo al sufismo che sentivo più vicino alla mia natura, fino al buddismo. Ramana Maharshi, un grandissimo mistico, non voleva allievi, ma essendo uno andava in samadi – in estasi – aveva la casa sempre piena di gente che gli chiedeva quale tecnica usasse. Lui rispondeva che non c’era nessuna tecnica, bisognava andare dritto alla meta. Nisargadatta, il mistico indiano, a un giornalista che discettava di metafisica rispose che non aveva alcun senso parlare in questo modo visto che non conosceva neanche le ragioni della sua esistenza. Esistono varie tecniche ma la strada è sempre una. Io sono per la meditazione.

Sei arrivato a questa dimensione mistica attraverso la musica, o hai trasferito in musica le tue aspirazioni mistiche?
La musica mi ha salvato. Ero messo malissimo, sommerso dalla confusione esistenziale. Rifiutavo il mondo ma non avevo altro. Facevo concerti di improvvisazione, entrando come in trance, e così ho capito la meditazione dinamica.

Un musicista come te come si rapporta con ciò che accade nel mondo, oggi, con le sue scie di violenza?
Un artista non dovrebbe occuparsi di fatti sociali quando scrive musica. Come uomo sarei tentato di diventare un Savonarola. Se incontrassi Bush (figlio ndr) gli direi cose terribili, ma non è compito dell’arte intervenire.

Dell’arte e anche dell’artista?
Distinguerei. Ho scritto una canzone dal titolo Povera Patria che però è un tradimento per la Disciplina Musica (maiuscole di Battiato ndr). Sade ha scritto un libretto sull’Italia descrivendo cose terribili, bambine di cinque anni che si prostituivano. Ogni epoca ha i suoi lati terribili.

Stranezza d’amuri è una delle tue poche canzoni in dialetto siciliano che hai scritto e cantato. Un piccolo gioiello di poesia dialettale musicata con una melodia altrettanto delicata e coinvolgente, cosa rappresenta per te?
È il legame con la mia terra…comunque ne ho scritte tre in dialetto. Ho lasciato la Sicilia a 18-19 anni per nausea e con l’idea di fare soldi. La Sicilia era un’isola…sono stato via a lungo.

Negli anni Ottanta hai fatto un’operazione inedita nel panorama italiano. Hai introdotto tematiche nuove e anche metriche nuove. Fu detto allora che avevi introdotto la biblioteca Adelphi nella canzone italiana.
È verissimo, mi riconosco in questa battuta. Anche nell’ultimo disco ho inserito temi tipici del buddismo.

La forma-canzone, ci pare di capire, non ti basta più come mezzo espressivo, guardi al cinema.
Mi basta! Solo che dopo quarant’anni la possibilità di usare un altro mezzo tecnico è una sfida accattivante. Le critiche che mi hanno rivolto non hanno senso (a proposito di Musikanten ndr), perché provengono da persone che non hanno idea di cosa sto parlando. Ciò che ha disturbato molto è il fatto che io credo nella reincarnazione. Quando tutto questo è stato rappresentato nelle canzoni è andato tutto bene. Narrare una storia con questi parametri ha disturbato parecchia gente. Io sono qui per dare una testimonianza di cose del genere. Le mie scelte non sono fatte per provocare, non ho tempo da perdere. Ancora oggi devo sentire parlare di sintassi cinematografica, siamo alla clava!

Su alcuni critici cinematografici siamo perfettamente d’accordo: sono insopportabili, piccoli clan che usano un linguaggio compiaciuto. Come spieghi il fatto che pur utilizzando gli stessi temi con mezzi diversi, in musica sei ampiamente accettato, mentre con il cinema fortemente criticato?
Sono nella stessa situazione dei primi anni Settanta; anche allora avevo parecchie difficoltà a farmi accettare. Mi inserisco in un momento storico di completa scissione fra il cinema di ieri e quello di domani. Non mi interessa narrare delle storie…la ragazza stuprata non mi da alcuna emozione perché ogni sera vedo e sento cose inenarrabili. Non c’è film che possa superare l’orrore delle notizie di ogni giorno. Faccio arte che è dissociata dalle storie dei padri e dei figli. Posso accettare un grande regista che riesce ad emozionarmi parlando di queste storie, ma la maggior parte di essi punta a suscitare la lacrimuccia e questo non mi interessa per niente.

Se d’accordo con chi definisce il cinema italiano come cinema delle “due camere e cucina”?
Il cinema italiano è il regno degli stereotipi. Oggi si fa per lo più cinema box office.

– Marcello Faletra

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.