La Biennale Musica 2020, l’ultima a essere curata dal maestro Ivan Fedele e conclusasi il 4 ottobre, si è rivelata “di prossimità”. Con ampio spazio agli autori italiani e ai grandi maestri del Novecento.

La Biennale Musica 2020, l’ultima a essere curata dal maestro Ivan Fedele, si è rivelata assai consona agli strani tempi che stiamo vivendo, benché questa edizione e il suo programma siano stati definiti prima dello scoppio della pandemia e abbiano poi subito, a causa del Covid, solo minimi aggiustamenti. Si è trattato infatti, dopo annate che hanno proposto panoramiche su scala continentale (l’Estremo Oriente, l’America, l’Europa), di una Biennale “di prossimità”, in cui ampio spazio hanno avuto gli autori italiani, così come i nostri esecutori (integrati da musicisti e ensemble provenienti da Paesi limitrofi, come Svizzera e Germania); questa impressione è stata rafforzata dagli omaggi a grandi maestri italiani, anzi, veneti e veneziani, del Novecento (Bruno Maderna, Luigi Nono, Franco Donatoni), di cui cadono quest’anno gli anniversari. Gli autori stranieri non erano comunque assenti: dal padre della modernità Ludwig van Beethoven, di cui si celebra quest’anno il 250esimo anniversario della nascita, omaggiato con tre concerti pianistici in cui sue composizioni sono state affiancate a opere di grandi autori del XX secolo, allo spagnolo Luis de Pablo e al francese Raphaël Cendo, vincitori rispettivamente del Leone d’Oro e del Leone d’Argento.

INCONTRARE LA MUSICA DOPO L’ISOLAMENTO

Anche il titolo di questa edizione, Incontri, e le idee sottese a tale intitolazione sono apparsi quanto mai in linea con l’attuale Zeitgeist, con quest’epoca in cui è stato a lungo impossibile incontrarsi e ancora oggi è difficile farlo. Incontri dunque di musicisti che sono tornati finalmente a suonare insieme (e la scelta delle ensemble è risultata, come sempre, molto azzeccata) e a incontrare il pubblico (il tema di come gli artisti abbiano affrontato il confinamento è stato peraltro uno dei più affrontati nelle chiacchierate che hanno preceduto i concerti, nelle quali sono emersi la trepidazione per le possibilità che il ritrovato silenzio e la libertà dagli impegni lavorativi hanno offerto ai compositori e il disagio per il blocco della vita musicale e dell’attività concertistica). Ma incontri anche di stili, tendenze, personalità diverse, a evidenziare che esistono, per dirla con le parole del direttore artistico Fedele, “forti differenziazioni stilistiche e concettuali tra gli autori più significativi del nostro tempo” e che “la musica di scrittura non soltanto non è ‘tutta uguale’, ma è ben vitale”. In questo senso, l’obiettivo è stato pienamente raggiunto: nessun concerto si è assomigliato all’altro, e talvolta in una stessa serata si sono ascoltate cose molto diverse, a restituirci un’immagine di grande varietà e curiosità della scena musicale contemporanea.

Biennale Musica Venezia 2020. Il concerto dell'Ensemble Fractales. Courtesy La Biennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù
Biennale Musica Venezia 2020. Il concerto dell’Ensemble Fractales. Courtesy La Biennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù

FABIO NIEDER

Non potendosi qui dare conto di tutti i concerti seguiti (spiace in particolare di non poter raccontare il bel recital pianistico di William Greco, la serata su Bruno Maderna, l’ottimo concerto dei ragazzi dell’Ensemble Fractales, encomiabile per la scelta del programma e per l’equilibrio tra accuratezza e giovanile baldanza raggiunto nell’esecuzione), ci limitiamo a focalizzare l’attenzione su alcune delle serate. Il 30 settembre, al Teatro alle Tese dell’Arsenale, l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, diretta da Timothy Redmond, ha eseguito un programma molto suggestivo, costituito da due lavori di ampio respiro di Fabio Nieder e Fabio Vacchi, seguiti dal Concerto per flauto dolce di Dai Fujikura. La creazione di Nieder per soprano e orchestra, commissionata dalla Biennale ed eseguita in prima assoluta, è una sorta di poema sinfonico che prende ispirazione dalla tradizione popolare slovacca, come evidenziato nel titolo della composizione (Z truhle mojej prababky – Slovenské l’udové piesne, Dalla cassapanca della mia bisnonna – Canti popolari slovacchi). L’idea dell’opera è venuta a Nieder, come egli stesso ha dichiarato nel corso dell’incontro con il pubblico che ha preceduto il concerto, durante una sagra di paese, nella quale si potevano ascoltare sovrapposti i suoni e le melodie prodotti da vari complessi e dalla folla dei passanti, galvanizzati da abbondante slivovitz. Nel brano di Nieder abbiamo ritrovato queste sovrapposizioni, con i temi popolari rielaborati dalle varie famiglie di strumenti. Il risultato complessivo è stato convincente: la trasposizione del clima popolare e bucolico (con tanto di campanacci) si è risolto in un grande affresco dalle tinte cangianti, che trovava nella varietà timbrica il suo aspetto più interessante.

FABIO VACCHI E DAI FUJIKURA

Il Concerto per violino e orchestra di Vacchi (del 2016, rivisto nel 2018) era una composizione che denunciava la sua matrice classica già nella suddivisione nei canonici tre tempi (veloce-lento-veloce): questo aspetto, e l’incedere maestoso e avvolgente, ne hanno fatto quasi un concerto tardo-tardoromantico, che ha coinvolto emotivamente lo spettatore, in ossequio alla convinzione dell’autore che la musica, lungi dall’essere una mera creazione cerebrale, deve poter arrivare alla mente e, prima ancora, al corpo di chi l’ascolta.
Il concerto di Fujikura, che ha chiuso la serata, riportava alle atmosfere del brano di Nieder, con le linee musicali proposte dai tre diversi flauti dolci suonati in successione dal solista che si riallacciavano per un verso alla tradizione popolare giapponese e per l’altro ai suoni naturali (il canto degli uccelli). Solida è stata la prova offerta dall’orchestra, e notevole la performance dei solisti, in particolare la violinista Haruka Nagao e il flautista Jeremias Schwarzer.

Biennale Musica Venezia 2020. Konstantia Gourzi dirige l'Ensemble Oktopus. Courtesy La Biennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù
Biennale Musica Venezia 2020. Konstantia Gourzi dirige l’Ensemble Oktopus. Courtesy La Biennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù

L’ENSEMBLE OKTOPUS E FILOTEI E FILIDEI

La sera successiva l’Ensemble Oktopus, fondata e diretta da Konstantia Gourzi, proponeva un ricco programma chiuso da due composizioni della stessa Gourzi, in cui ben evidenti risuonavano le sue radici mediterranee ed elleniche, l’appassionato Rezitativ Antigone per soprano e pianoforte e Wunde / Wunder (2018), successione di sette frammenti per percussioni ed ensemble strumentale, in cui il solista si è cimentato con percussioni di ogni tipo, dapprima restando fermo e poi muovendosi sul palcoscenico. Gli altri strumentisti hanno raccolto il suo invito al moto e la composizione si è conclusa, novella Sinfonia degli Addii, con i musicisti che lasciavano il palco e la sala continuando a suonare. Il programma della serata comprendeva anche, oltre a due composizioni di un’altra autrice greca, Sofia Avramidou, due opere di compositori italiani, Marcello Filotei e Francesco Filidei. Del primo è stato eseguito il brano nuovo di zecca, composto su commissione della Biennale, In marcia seguendo le nuvole, una riflessione sul tempo musicale, simboleggiato da una serie di metronomi presenti sul palco, che in un primo momento procedevano sfalsati e da un certo punto in avanti battevano tutti lo stesso ritmo, con le lancette spostate manualmente dai musicisti. Di grande fascino la Ballata n. 7 di Filidei, un brano che ‘montava’ lentamente fino a raggiungere una solennità e una densità di impasti da far pensare a certe albe alpine di Bruckner o Richard Strauss, screziate da un’infinità di colori strumentali e gestuali (dalle campane tubolari ai richiami per gli uccelli alle pagine degli spartiti sfogliate a tempo).

L’ENSEMBLE INTERFACE

Il concerto della sera del 2 ottobre ha visto l’Ensemble Interface impegnata con due ampie composizioni, un nuovo lavoro di Giovanni Verrando (Instrumental Freak Show – A Manifesto on Diversity) e De près di Jean-Luc Hervé, caratterizzato quest’ultimo dal ruolo importante dell’elettronica, che attraverso una serie di altoparlanti dislocati in vari punti della sala amplificava la dimensione spaziale dei suoni prodotti dagli strumentisti. Più coinvolgente la composizione di Verrando, articolata in quadri di sapore surreale e contraddistinta da una scrittura ridotta ai minimi termini, che ben dialogava con la voce recitante (la brava Giulia Zaniboni) e con i video, scanzonati e pop. Alla calorosa accoglienza che il pubblico ha riservato al brano di Verrando ha fatto da contraltare la veemente contestazione del maestro Adriano Guarnieri, che prima ha disturbato l’esecuzione con un paio di sonori “Basta!” e poi è salito sul palco, infortunandosi nell’ascesa, e ha iniziato a inveire fuori di sé contro la musica appena eseguita, la Biennale e il pubblico. Un inatteso siparietto che ha riportato, in piccolo, ai tempi in cui la prestigiosa istituzione veneziana subiva ben più ampie contestazioni, come racconta la bella mostra Le muse inquiete allestita nel Padiglione Centrale, ai Giardini.

Fabrizio Federici

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.