A cinquant’anni dall’uscita, l’album dei Pink Floyd non smette di affascinare per la sua enigmaticità, per l’impossibilità di associarlo a un genere e per la copertina concettuale. Fu il loro primo album a raggiungere il vertice nella classifica britannica degli LP, ma soprattutto segnò l’inizio di una maturità artistica rivoluzionaria.

Nel mondo del rock ancora scosso per la scomparsa di Janis Joplin, ci voleva qualcosa di straordinario per riportare l’attenzione sulla musica. Il destino volle che fossero i Pink Floyd a scuotere l’ambiente con un album monumentale, un’esplosione siderale che nacque per caso, dopo innumerevoli ore di improvvisazione in studio e un’occhiata ai giornali; a ispirare il titolo Atom Heart Mother fu infatti una notizia di cronaca adocchiata da Nick Mason su una donna incinta cui era stato impiantato uno stimolatore cardiaco a propulsione atomica. Dietro, una lunga jam session (già più volte suonata dal vivo) da affiancare a quattro brani di atmosfera ancora vagamente psichedelica.
Archiviati gli Anni Sessanta con eccessi e utopie, adesso era arrivato il momento di tirare le somme, serviva una nuova base di ragionamento musicale, e non solo. L’album rimane a metà fra la sperimentazione e la tradizione, ma quella parte di novità è sufficiente a dilatare i confini del rock. Come un taglio di Fontana, la title-track apre una nuova dimensione musicale in cui la maturità intellettuale si accompagna a soluzioni estetiche di ampio respiro che contrastano con la malinconia di fondo delle riflessioni proposte.

Restio alle definizioni, Atom Heart Mother attrae e respinge, si mantiene ambiguamente a metà fra la psichedelia e il rock progressivo, nel tentativo di ridefinire l’idea di “composizione”. In particolare Alan’s Psychedelic Breakfast e Atom Heart Mother toccano l’apice della destrutturazione musicale, la cui durata, nel concetto temporale di Bergson, è fatta di strati coscienti compenetrati in un flusso continuo e in perenne mutamento. Un’idea di simultaneità il cui risultato finale, se tradotto in immagini, assomiglierebbe alle tele futuriste di Boccioni.

I BRANI DI ATOM HEART MOTHER

La suite che dà il titolo all’album è un lunghissimo brano strumentale che occupa tutto il lato A del vinile, dove la musica classica incontra il rock progressivo, la chitarra elettrica e la batteria dialogano con la tromba e l’ascoltatore è letteralmente trasportato in quella regione musicale dove la potenza della musica accarezza le speculazioni dell’intelletto. Ebbe una lavorazione tormentata sul piano delle parti orchestrali, che il gruppo non sapeva gestire troppo bene e che infatti affidò al compositore irlandese Ron Geesin. Ma il risultato finale è un grande affresco di una nuova genesi, concettualmente paragonabile al Giudizio Universale della Cappella Sistina, proteso verso l’infinito, ma insieme conscio della finitezza umana. Sul lato B quattro canzoni e uno strumentale, con rapidi passaggi jazz e funky. E, anche visivamente, quella copertina bucolica (forse parzialmente ispirata alla Cow Wallpaper di Andy Warhol), senza il titolo né il nome della band, affascina e disorienta, incuriosisce e allontana.

La copertina di “Atom Hearth Mother” (1970) dei Pink Floyd firmata da Storm Thorgerson
La copertina di “Atom Hearth Mother” (1970) dei Pink Floyd firmata da Storm Thorgerson

LA BELLEZZA DELL’IMPERFEZIONE

Come qualsiasi impresa intellettualmente e artisticamente complessa e ambiziosa, nemmeno questa raggiunge la perfezione. I Pink Floyd lo sentivano e in particolare Roger Waters, del resto sempre onestamente critico sul lavoro della band, non ha mai espresso troppo entusiasmo per questo lavoro. Tuttavia, nonostante alcuni limiti (ad esempio la coerenza stilistica d’insieme della suite d’apertura), Atom Heart Mother è quello che i Beatles non riuscirono a fare con il White Album (ma forse ci sarebbero riusciti dopo, se non si fossero sciolti); infatti, non solo sviluppa il rock progressivo, ma ha nel campo musicale lo stesso peso che in letteratura ebbero, nei primi Anni Quaranta, libri come Paesi tuoi e Conversazione in Sicilia, o Lo straniero, capaci di riflessioni introspettive radicali su un’intera epoca, con straordinaria semplicità narrativa, reminiscenze di vita vissuta e malcelati rimpianti. Germogliava infatti quel maturo atteggiamento di riflessione esistenziale che avrebbe toccato l’apice con Dark Side of the Moon.

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.