A Venezia riapre il Teatro La Fenice e rivoluziona i suoi spazi

Perché considerare una limitazione come un’impossibilità, quando potrebbe diventare l’espediente per sperimentare varianti drammaturgiche e architettoniche? Il Sovrintendente del Teatro La Fenice Fortunato Ortombina presenta l’installazione che, dal prossimo 5 luglio, permetterà al teatro veneziano di tornare ad accogliere gli spettatori in piena sicurezza.

Non è un relitto; non è una carcassa accidentalmente ritrovata. Sebbene si stia provando a uscire da un disastro di portata globale, l’installazione permanente che evoca la chiglia di una nave e rivoluziona lo spazio scenico della Fenice di Venezia non intende ricordare un naufragio. Piuttosto incoraggia a concepire il teatro come “un mezzo con cui tornare ad andare lontano”, lì dove solo l’esperienza dello spettacolo musicale dal vivo può condurre. A raccontarlo è il Sovrintendente del Teatro La Fenice Fortunato Ortombina, che a pochi giorni dalla riapertura della storica istituzione veneziana illustra ad Artribune il progetto Chiglia, da lui ideato e sviluppato insieme alle maestranze interne. Messo a punto nel rispetto delle regole di sicurezza post-Covid, il monumentale intervento architettonico dalle evidenti suggestioni navali annulla la convenzionale distribuzione degli spettatori e degli artisti e origina, nella “sala teatrale più bella del mondo”, un unico spazio scenografico.

L’INTERVISTA A FORTUNATO ORTOMBINA

La Fenice, come fosse una nave, è pronta a riprendere la propria rotta, dopo l’imprevista e indesiderata sosta causa lockdown. Ma nulla sarà come prima…
Con le maestranze e i tecnici, abbiamo rimodulato i tre canonici settori del teatro – platea, fossa dell’orchestra, palcoscenico. Convenzionalmente sempre divisi, ora diventano un unico grande spazio. Abbiamo rimosso le poltrone della platea e progettato un’installazione permanente che riproduce la chiglia di una nave in costruzione, da metà fino alla prua. È una struttura in legno, inclinata, della lunghezza di circa 26 metri, che dalla platea si estende fino quasi al muro di fondo del teatro. Al suo interno ospiterà parte del pubblico, circa settanta persone che così assisteranno allo spettacolo dalla prospettiva che di solito è un’esclusiva degli artisti. La consideriamo un’arca, pronta a salpare verso nuovi mondi.

Una novità che genera riflessi negli apparati scenografici e tecnici del Teatro. Cosa può anticiparci?
Assistiamo a una sorta di teatro circolare: anziché avere tutto il pubblico da una parte che guarda verso gli artisti, collocati dalla parte opposta, ora queste due entità smettono di “comprimersi” l’una l’altra. Abbiamo il pubblico intorno e lo spettacolo che si svolge in mezzo. Di conseguenza è l’intero teatro a diventare parte dello spettacolo. Opera per opera ci saranno degli elementi di scenografia che andremo a posizionare, per favorire l’interazione. Ma l’anima di questo progetto è rendere di fatto la platea e il palcoscenico un unico spazio teatrale scenografico: con l’innesto della chiglia, la struttura nella sua totalità si trasforma in scenografia.

Fortunato Ortombina. Photo © Michele Crosera

Fortunato Ortombina. Photo © Michele Crosera

Quali le conseguenze sul fronte della produzione artistica?
Si stanno aprendo orizzonti che fino a questo momento non c’era bisogno di aprire. La sistemazione tradizionale, con il pubblico da una parte e gli artisti dall’altra, inevitabilmente codifica e assesta un tipo di linguaggio. La tecnica vocale di ogni cantante, di ogni protagonista, di ogni ruolo cambia al mutare dello spazio. Un conto è avere il pubblico intorno; un altro è concentrarlo in un unico lato: è chiaro che tutta la narrazione va fatta in maniera diversa. In questi giorni di prove assistiamo già alle prime rivelazioni.

Ovvero?
Per quanto riguarda l’acustica abbiamo fatto una scoperta prodigiosa. Mentre il palcoscenico negli anni è stato rinnovato, con cemento armato, acciaio, chilometri di cavi di rame, proiettori e altri materiali che incidono nella riproduzione del suono, in platea il legno è ovunque, anche sotto il pavimento. Dunque aver tolto i “creatori del suono”, cioè gli strumenti, il coro e le voci dei solisti da una zona composta da tanti materiali per inserirli in un’altra area in cui il legno prevale, durante l’ascolto ti fa sentire come se fossi nella pancia del violoncello. L’effetto è impressionante. Naturalmente il suono della Fenice era bellissimo anche prima. E continuerà a esserlo, perché senza dubbio questa sarà una parentesi: per quanto l’attuale fase possa durare, resterà un segmento dell’eternità a cui va incontro il teatro d’opera.

Parlando di materiali, nella realizzazione dell’installazione sono state coinvolte le vostre maestranze, a partire dal laboratorio alla Giudecca. Questa operazione, che sintetizza le tante risorse e anime di Venezia, come potrà incidere nel rapporto tra la città, la sua comunità residente e il Teatro? Quali reazioni si aspetta dai veneziani?
Non siamo a Francoforte, a Novara o in un qualsiasi altro luogo lontano dal mare: siamo a Venezia, dove tutti sanno tutto del mare. Fare questa scelta, sia tecnica sia estetica, è una grande responsabilità e anche una sfida, proprio perché implica una profonda identificazione con il luogo. D’altra parte devo riconoscere che il pubblico locale ha sempre espresso curiosità rispetto alla novità. Questa è una cifra per tutta Venezia, non solo per La Fenice. La città ha un rapporto speciale con la contemporaneità, senza dubbio alimentato dalla Biennale d’arte contemporanea. D’altra parte se questa grande manifestazione si tiene qui e non altrove ci sarà un motivo…

In pochi mesi Venezia ha conosciuto gli effetti di due delle crisi emblematiche della nostra epoca: le conseguenze del cambiamento climatico con l’acqua granda del 12 novembre e, a causa della pandemia, il calo del turismo. Per alcuni osservatori, è proprio questa la “città laboratorio” dalla quale potrebbero nascere visioni e azioni per il mondo post pandemico. Forse anche il progetto della Fenice può collocarsi in tale ottica?
Venezia ha un’attitudine: rialzarsi in piedi e sempre con una proiezione verso il futuro. Altrimenti non sarebbe Venezia. Nel teatro non avevamo ancora finito di leccarci le ferite dell’acqua alta – abbiamo concluso in questi giorni di riparare i danni all’impiantistica –, quando si è aperto un nuovo fronte. È una situazione alla quale si deve reagire, per forza; altrimenti si dovrebbe abbandonare la città. Ma come potremmo farlo? Confesso anche adesso la si può vedere con un’intimità che non è mai stata possibile fin qui e che non si ripeterà più. È un momento unico per visitarla.

Teatro La Fenice, facciata vista serale. Photo © Michele Crosera

Teatro La Fenice, facciata vista serale. Photo © Michele Crosera

Quale messaggio può partire da Venezia rivolto alla comunità teatrale nazionale che in questa fase è in sofferenza?
Credo che tutti i teatri dovrebbero guardarsi bene al proprio interno. Ciascuna istituzione ha le sue regole e si pone in sintonia con la sua città; dunque è giusto che ognuno faccia come preferisce. Penso tuttavia che nei teatri d’opera all’italiana ci siano molte più risorse di quelle che convenzionalmente si è portati a credere, intendo in merito all’uso dello spazio e alla creatività. Senza contare che ci sono luoghi in cui è facilissimo lavorare all’aperto e di conseguenza avere più spettatori rispetto a noi, stando alle nuove normative. Città particolarmente fortunate su questo fronte sono Verona, che possiede un anfiteatro romano con 22 ingressi per il pubblico, o Napoli, con il Teatro San Carlo, in cui ho lavorato per anni, che si trova accanto a Piazza Plebiscito: può essere molto facile allestire un palco in quella piazza. Per non parlare di Roma, dove il Circo Massimo è nato per ospitare migliaia di spettatori. Si tratta di dover inventare nuovi progetti, ciascuno per il proprio spazio.

Cosa ci riserva il nuovo cartellone della Fenice?
Il viaggio che faremo con questa arca in costruzione inizierà con la nostra musica. Si comincia il 5 luglio con un programma di musica strumentale che si rifà alla Venezia del Quattrocento e Cinquecento, da Giovanni Gabrieli a Claudio Monteverdi. Inoltre non ci siamo voluti arrendere alle nuove regole e non abbiamo voluto rinunciare a un’opera. Quindi ci sarà un altro segmento di storia millenaria di Venezia che rappresenta un riferimento per tutto il mondo: Antonio Vivaldi. La lirica tornerà dal 10 luglio con un nuovo allestimento del suo Ottone in Villa, per la regia di Giovanni Di Cicco e la direzione d’orchestra di Diego Fasolis; cinque le recite in programma, fino al 15 luglio. Abbiamo voluto produrre qualcosa di profondamente originale per questo momento; non si tratta di un’opera precedentemente annunciata e poi cancellata. Perché alla fine, da tutte queste riflessioni, se proprio vogliamo trarre una morale è che dalle limitazioni possono sorgere anche tanti stimoli. Forse la maniera migliore per aiutare il teatro è lasciare che il teatro aiuti noi. Con tutte le risorse del pensiero che si possono trovare a ogni angolo.

‒ Valentina Silvestrini

www.teatrolafenice.it

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Valentina Silvestrini

Valentina Silvestrini

Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. È cocuratrice della newsletter "Render". Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito…

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