La Biennale Musica di Venezia chiude il trittico ‘topografico’ che l’ha vista esplorare, nel 2017, il panorama musicale contemporaneo dell’Estremo Oriente e, l’anno scorso, i paesaggi sonori del continente americano. Ora si “ritorna in Europa”: ecco il report della rassegna appena conclusa.

È un’Europa che si confronta con il proprio passato e con la propria immensa tradizione musicale, ma che non sdegna le sfide del presente, relazionandosi con i suoni e le culture di altri continenti e sfruttando con sapienza le nuove possibilità espressive messe a disposizione dalla tecnologia. Di quanto sta avvenendo a livello musicale sul suolo europeo la Biennale Musica di quest’anno dà conto in maniera piuttosto esaustiva, proponendo una variegata selezione di opere e di autori e avvalendosi di esecutori sempre di ottimo livello. L’intento principale della rassegna sembra essere, come denuncia la preponderanza di prime esecuzioni italiane, quello di aggiornare la comunità nostrana dei professionisti e degli appassionati su quanto succede al di là delle Alpi, piuttosto che quello di proporsi come punto di riferimento e vetrina dell’avanguardia internazionale, come avveniva ancora uno o due decenni fa. Non mancano comunque le prime esecuzioni assolute, a cominciare dai lavori commissionati direttamente dalla Biennale, come il Songbook di Tovel (aka Matteo Franceschini) e le micro-opere prodotte nell’ambito di Biennale College.

FACCIA A FACCIA CON IL PASSATO

Il dialogo con il passato è al centro del concerto del complesso vocale Ensemble Spirito di Lione (mercoledì 2 ottobre, Teatro Goldoni): nella prima parte della serata l’ensemble esegue, assieme al consort di viole da gamba I Ferrabosco, la Messa In illo tempore di Claudio Monteverdi, mentre la seconda parte del concerto è dedicata alla composizione, in prima assoluta, De l’infinito di Gianvincenzo Cresta, su testi di Giordano Bruno e con l’elettronica che interviene sulle voci. Se l’esecuzione della messa monteverdiana è fin troppo compassata, quella delle musiche di Cresta è assai più convincente, con le voci che si liberano nella resa dei moderni madrigalismi di cui è intessuto De l’infinito. Ottima l’idea di un dittico antico/moderno in cui entrambi gli elementi si possono apprezzare sia indipendentemente che nelle loro relazioni reciproche, senza che uno dei due ostacoli la fruizione dell’altro (non quindi, se è lecito aprire una brevissima parentesi, come accade in più spazi di Venezia in occasione della Biennale Arte: pensiamo in particolare alla Ca’ d’Oro, in cui la mostra di opere contemporanee Dysfunctional nuoce gravemente, tra muraglioni, portoni e specchietti ruotanti, al godimento delle splendide opere della collezione Franchetti). Dunque, si diceva, buona l’idea del dittico: solleva tuttavia qualche perplessità la scelta della composizione antica, giustificata con il fatto che sia Monteverdi che Cresta “accostano il suono delle voci umane al suono artificiale”, l’organo e le viole da gamba in un caso, l’elettronica nell’altro.
Il legame appare forzato: piuttosto, Cresta è vicino a Monteverdi per il processo compositivo, visto che nella sua creazione ricorrono, come nella musica antica, l’imitazione tra le diverse linee musicali, le dissonanze e soprattutto l’illustrazione mediante la musica delle singole parole del testo, ovvero i già ricordati madrigalismi. Perché dunque non abbinare a De l’infinito non una messa in stile severo, ma uno dei meravigliosi, immaginifici madrigali del divino Claudio?

La meccanica del colore. Courtesy of La Biennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù
La meccanica del colore. Courtesy of La Biennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù

TOVEL

Incentrato sul dialogo con il passato è anche il bel concerto di Tovel, ovvero Matteo Franceschini, preceduto dalla consegna al compositore trentino del Leone d’Argento (giovedì 3 ottobre, Teatro Toniolo, Mestre). Nelle dodici canzoni che compongono il Songbook di Franceschini il passato non è rappresentato tanto dalla musica classica e da strumenti quali gli archi e i fiati (e c’è perfino il vezzo di una tiorba sul palco…), quanto dal confronto con il genere che ha dominato la musica popolare nella seconda metà del Novecento: il rock. Facendo ricorso a una felice vena eclettica, Franceschini unisce l’eredità rock (incarnata dal quartetto chitarra e basso elettrico, batteria, tastiera) alle sonorità della musica contemporanea e dell’elettronica: il risultato è di grande piacevolezza ed efficacia espressiva, con momenti che denunciano maggiormente la matrice rock (nelle varie declinazioni del genere) e altri che si avvicinano a un minimalismo alla Nyman. Come ha sottolineato il maestro Ivan Fedele, direttore artistico della Biennale Musica, nell’incontro di Franceschini con il pubblico, a Ca’ Giustinian, questa volontà del compositore italiano di fondere il rock con altri linguaggi può essere accostata alla figura e all’opera di Frank Zappa. A sua volta Franceschini ha ricordato, fra gli esponenti della musica rock, pop ed elettronica che più ascolta e che più lo hanno ispirato, i Tool, i Nine Inch Nails, gli Elbow, Peter Gabriel, Amon Tobin.

UNO SGUARDO AL FUTURO

Accanto al passato, il futuro: un futuro in cui la tecnologia – ovvero, in musica, l’elettronica – gioca un ruolo sempre più centrale. Un futuro ipertecnologico, popolato di robot, tetro ma in cui trova comunque posto l’ironia, è quello immaginato in Thinking Things (2017) da Georges Aperghis, Leone d’Oro nel 2015 (quest’anno il Leone è invece andato a George Benjamin, la cui opera Written on Skin ha aperto, in forma di concerto, la Biennale). In un moto perpetuo di gesti robotici e di riprese video incrociate, le quattro bravissime voci, che collaborano da tempo con il maestro (Johanne Saunier, Donatienne Michel-Dansac, Richard Dubelski, Lionel Peintre), danno vita a un frenetico intreccio, in cui la voce umana interagisce con i suoni elettronici (lo spettacolo è andato in scena la sera di martedì 1° ottobre al Teatro alle Tese, all’Arsenale). L’elettronica ha avuto un ruolo importante anche nel concerto dell’Hermes Ensemble (domenica 6 ottobre, Teatro Goldoni), nel quale due dei tre brani in programma accompagnavano video. In un caso si trattava di un film d’epoca, l’Histoire du soldat inconnu di Henri Storck (1932), profetica denuncia del risorgere del militarismo e dell’aggressività politica tra le due guerre. Recente (2012) è invece il bel video Atlantic Wall di Kurt Ralske, in cui la veduta di un braccio di mare viene continuamente alterata nel colore e nella forma, dapprima mantenendone la calma, e poi trasfigurandola nel caos. Il mare è visto dall’interno di una struttura militare, a richiamare l’Atlantikwall, il sistema di fortificazioni costiere voluto dai nazisti che dà il titolo all’opera (e ad alludere anche alle chiusure della “fortezza Europa” di fronte ai fenomeni migratori contemporanei). Le ‘colonne sonore’ dei due filmati, dovute rispettivamente ad Annelies Van Parys e a Wim Henderickx, interagiscono in maniera molto diversa con le immagini: se nel primo caso la musica ricerca un rapporto stretto, di commento puntuale, con i fotogrammi, nel secondo i suoni formano una rarefatta atmosfera che si sposa perfettamente alla poetica del video.

Atlas Ensemble. Courtesy of La Biennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù
Atlas Ensemble. Courtesy of La Biennale di Venezia. Photo Andrea Avezzù

GLI STRUMENTI

Niente elettronica, ma il coloratissimo caleidoscopio degli strumenti più diversi anima, la sera del 4 ottobre al Teatro Goldoni, la performance della compagine interculturale Atlas Ensemble, impegnata nell’esecuzione di Nomaden di Joël Bons. Il solista, il violoncellista Jean-Guihen Queyras, dialoga e talvolta ingaggia vere e proprie gare con gli altri membri dell’ensemble, impegnati a suonare (ottimamente) strumenti che afferiscono a diverse tradizioni culturali, in particolare dell’Asia Centrale e dell’Estremo Oriente, come ud, sho, sheng, tar, kemençe.
Come sempre a partire dal 2013, la chiusura della Biennale è affidata ai quattro atti unici, della durata di venti minuti ciascuno, realizzati da giovani compositori e librettisti nell’ambito di Biennale College. Tra le micro-opere, da segnalare soprattutto La meccanica del colore, per l’abile scrittura musicale dell’autore, Nuno Costa, e Tredici Secondi o un bipede implume ma con unghie piatte della coppia Marco Benetti (musica) e Fabrizio Funari (libretto), sorta di stralunato Rocky Horror Picture Show in miniatura, che convince anche per le capacità vocali e attoriali dei cantanti.

TRA VENEZIA E MESTRE

Nei quattro atti unici e, in generale, nella Biennale Musica 2019 l’elettronica è molto presente, affiancandosi come terzo esecutore alle voci e agli strumenti o modificando i suoni naturali. Nelle opere di Biennale College, così come nel concerto dell’arpista Emanuela Battigella, questo aspetto è curato dal nuovo Centro di Informatica Musicale e Multimediale (CIMM) della Biennale, infrastruttura articolata in due sedi, una presso l’Arsenale e l’altra al Centro Civico della Bissuola a Mestre, dove, fino al 10 novembre, è visitabile la bella rassegna Electro, frutto della collaborazione tra la Biennale e la Philharmonie de Paris. L’elettronica a Venezia ci sta bene, nella città di don Antonio Vivaldi, maestro dell’impulso ritmico e profeta della techno, che non scrisse quattrocento volte lo stesso concerto, come disse qualcuno, ma remixò all’infinito, con vena inesauribile, lo stesso materiale. E ci sta bene la Biennale a Mestre, nella prospettiva di stringere sempre di più i legami tra la città sull’acqua e quella di terraferma, e di incrementare l’offerta artistica e culturale nell’area in cui vive la gran parte degli abitanti del comune di Venezia. D’altra parte, nell’entroterra veneziano è possibile trovare, per venire in conclusione alla musica e all’elettronica di più ampio consumo, quello che è difficile rinvenire nella città storica: ne è una prova la bella serata del 5 ottobre all’Argo 16 di Marghera, in cui al duo peruviano Dengue Dengue Dengue è seguito un set, impeccabile, di Populous.

Fabrizio Federici

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.