Da Boccioni all’Intelligenza Artificiale in musica. Intervista a Paolo Tarsi

Il singolo electro-dance “Seven Nights Awake” ha scalato le classifiche iTunes svedesi. È tratto dall’ultimo album del compositore marchigiano che vanta collaborazioni eccellenti, dai Kraftwerk ai Radiohead. Lo abbiamo intervistato.

Paolo Tarsi - DobiaLab. PHoto © Erin McKinney
Paolo Tarsi - DobiaLab. PHoto © Erin McKinney

A due anni di distanza dalla pubblicazione dell’EP Petit Wunderkammer, un breve lavoro strumentale, il produttore marchigiano (nonché firma della redazione musicale di Artribune) Paolo Tarsi dà alla luce un album doppio che, oltre a confermarne il talento, lo consacra tra i nomi di punta di un filone sperimentale italiano in grado di varcare confini non solo nazionali, ma anche sonori.

A Perfect Cut in the Vacuum, ultimo tuo lavoro e secondo da solista, mi pare caratterizzato da una natura più elettronica e ritmica rispetto al precedente. Come nasce e in che modo si è venuta a tessere la rete di eccellenti collaborazioni di cui ti sei avvalso?
Ho iniziato a lavorare a questo album subito dopo l’uscita di Furniture Music for New Primitives (Cramps/Rara) nel 2015. Nei miei piani c’era l’idea di realizzarlo in un lasso di tempo davvero ristretto, in maniera tale da pubblicarlo alla fine del 2016. Fu presto evidente che così non sarebbe stato, per vari motivi. Desideravo innanzitutto dare un seguito di spessore all’uscita precedente, questa volta ampliando il raggio d’azione anche con degli interventi vocali. Nel frattempo sono stati pubblicati altri lavori – tra cui l’EP Petite Wunderkammer (Coward, 2016) e Loops In Cage (Bau, 2017), quest’ultimo coi Fauve! Gegen A Rhino ‒ e il libro L’algebra delle lampade (Ventura, 2018). Mi sono ritrovato così alla fine dell’estate 2017 con un album in cantiere che aveva degli ottimi momenti, ma in larga parte ancora tutto da costruire. Solo dopo l’incontro con il cofondatore dei Kraftwerk Eberhard Kranemann ‒ poi nei Neu! ‒ sono riuscito a trovare la giusta direzione per arrivare a destinazione. In un tempo davvero ristretto si sono messe in moto tutta una serie di collaborazioni prestigiose con altri due ex musicisti dei Kraftwerk fino a coinvolgere membri di Tangerine Dream, Elektric Music, Afterhours, Tuxedomoon, King Crimson, Ulan Bator, Area, Scanner, Andrea Tich, sessionmen dei Radiohead, Brian Eno, faUSt, Bryan Ferry, Soft Machine e tantissimi altri ancora.

Questo album si divide in due parti, la prima, Unique Forms Of Continuity In Sound, viene suddivisa a sua volta in due metà, con l’uomo di oggi in rapporto con la condizione primordiale di quello primitivo attraverso un crescendo di sonorità che diventano sempre più ritmiche e intense. Da quali riflessioni è nata questa idea e quali le ispirazioni che ti hanno suggestionato?
Il titolo della prima parte dell’album si riferisce alla scultura Forme uniche nella continuità dello spazio di Umberto Boccioni. Ogni brano presente in questa sezione è stato concepito come un tassello, un susseguirsi di singole parti di cui si compone un mosaico più ampio, la cui percezione globale rivela una visione unica nella continuità del suono. Una metamorfosi sonora che vede contrapposti una sorta di horror pleni – un orrore del troppo pieno – in contrasto non solo con l’antico horror vacui dell’uomo preistorico di cui parlava Gillo Dorfles, ma anche con i ritmi che scandivano la nostra vita prima dell’avvento della rete. Siamo solo all’inizio di qualcosa che ancora non abbiamo imparato a mettere a fuoco fino in fondo, non a caso il mio album precedente si intitolava Furniture Music for New Primitives.

Nella seconda parte, Artificially Intelligent, il pezzo omonimo che si ripete remixato per tutto il CD, mi fa pensare alla continua rielaborazione dei dati nel nostro quotidiano iperinformatizzato. Questo anche per dire che l’ascolto si dilata nel ragionamento su vari aspetti della modernità. Me ne puoi parlare?
Le possibilità infinite che ci riserverà il prossimo futuro, che in parte stiamo già vivendo grazie alla tecnologia sempre più avanzata e allo sviluppo dell’intelligenza Artificiale, rappresentano una sfida irrinunciabile. Le nuove frontiere tecnologiche stanno conquistando un ruolo di primissimo piano nella vita di tutti noi e i rischi legati a un loro utilizzo sempre più invasivo sono del tutto aperti e non prevedibili fino in fondo, ma evidenti. Siamo a un punto di non ritorno e di certo non si può più ‒ né si deve ‒ tornare indietro, ma siamo tutti chiamati a una profonda riflessione etica e civile. Panorami già ampiamente preannunciati nel lontano 1981 dai Kraftwerk nel loro capolavoro Computer World e, da quanto mi ha rivelato lo stesso Emil Schult, il germe iniziale del brano Artificial Intelligence era stato preso in considerazione proprio per quel disco. Per me è stato davvero un grande privilegio poter portare a compimento qualcosa di così importante in collaborazione con Andrea Tich, Lothar Manteuffel e Violres. Sono profondamente grato, poi, a DJ Ralf e a Daniele Baldelli per i loro remix, che stanno già facendo il giro dei principali club di tutto il globo.

Vorrei riferirmi ora all’immagine che, in un certo senso, è spesso evocata nel tuo lavoro, anche attraverso avvolgenti dilatazioni cosmiche. Tu che hai lavorato per gallerie e musei, in che rapporto sei con l’arte e con il panorama visivo in genere? D’altronde la pubblicazione dell’album è stata preceduta da una mostra a Genova, di cosa si trattava?
Bad Consumers è il titolo dell’esposizione che ha anticipato l’uscita dell’album A Perfect Cut in the Vacuum, ispirato in parte al lavoro di due artisti Fluxus: Nam June Paik (Pushpanjali in the Cathodic Garden) e Geoffrey Hendricks (Texture of Clouds). Ospitata negli ampi spazi di Sala Dogana a Palazzo Ducale, e documentata nell’omonimo catalogo edito da Ventura, la mostra presentava in anteprima l’artwork e i visual legati al nuovo album, ma racchiudeva anche partiture grafiche, video-opere, così come artwork e videoclip realizzati per accompagnare lavori precedenti. È stata l’occasione ideale per mettere in luce le opere realizzate da Luca Domeneghetti, Emiliano Zucchini, Roberto Masotti, Roberto Rossini, Emil Schult ‒ artista e musicista co-autore di brani come Talk dei Coldplay e designer di alcuni dei maggiori successi dei Kraftwerk (tra cui Autobahn, Radio-Activity, Trans-Europe Express, Computer World) ‒ e Ahmed Emad Eldin, autore della cover dell’album The Endless River dei Pink Floyd. Il messaggio sotteso? Un invito a non lasciare che il supporto fisico diventi solo un antico ricordo, la musica nella sua forma liquida è utilissima se affiancata al formato fisico, quasi inutile e persino dispersiva, per via della sua inconsistenza, se isolata da quest’ultimo.
Siamo destinati a dimenticare ciò che non vediamo ed è paradossale che proprio nell’era dell’immagine la musica stia diventando da un lato schiava dei video, dall’altro impalpabile e invisibile.

Mi parleresti un po’ delle collaborazioni con i musei e delle musiche composte per le esposizioni? 
Tutto iniziò con una monografica dedicata all’artista Paolo Cotani, per la quale scrissi delle musiche originali. Nel tempo ho avuto modo di suonare in occasione di mostre dedicate al lavoro di Philip Corner e altri esponenti del movimento Fluxus, così come dell’arte analitica. Contemporaneamente ho iniziato a stringere un rapporto più stretto con alcuni video-artisti, tra cui Emiliano Zucchini, Roberto Rossini, Emil Schult e altri ancora. Con loro ho avuto la possibilità di lavorare a video-opere e installazioni presentate alla Herbert Art Gallery & Museum di Coventry (UK) e all’ultima edizione dell’Athens Digital Arts Festival, ma anche al Musma di Matera, a Palazzo Ducale di Genova e in altri spazi ancora.

A voler tentare un’ampia lettura del percorso che hai intrapreso, in che termini parleresti della ricerca che stai sviluppando?
Il mio è un avant pop elettronico in cui l’esperienza del Minimalismo americano si amalgama con l’electro-pop, l’ambient, il krautrock e la techno. Sono assolutamente convinto, inoltre, che oggi la sfida più grande sia quella di riuscire a racchiudere la sperimentazione nello spazio ristretto e immediato di una canzone. Ed è qui che è rivolto ora il mio spirito di ricerca.

Domenico Russo

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AutorePaolo Tarsi
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Domenico Russo
Domenico Russo è laureato in Beni Artistici, Teatrali, Cinematografici e dei Nuovi Media presso l’Università di Parma. Ha collaborato con il Teatro Lenz e con la Fondazione Magnani Rocca. È impegnato come curatore in una ricerca che lo spinge alla continua scoperta dei linguaggi emergenti dell’arte contemporanea.

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