Un viaggio nel cuore del “funk proibito” di San Paolo. Dalle origini all’attuale rivisitazione in chiave sfacciata dei complessi temi politico-sociali che interessano il Paese.

Dobbiamo essere onesti, la ricerca sociale in Rete comporta una turisticizzazione dello sguardo. L’omicidio di MC Daleste, ripreso dai cellulari tra le urla della folla, entra a far parte del cimitero virtuale del baile funk (ostentação), senza restituire la complessità del fenomeno. È un indicatore della conflittualità del Brasile, che “conosciamo” anche attraverso altre forme di rappresentazione. City of God? Per esempio. Lo stesso vale per la musica. Un suono intercettato su YouTube è oggetto di una valutazione più estetica che antropologica; cosmopolita, più che meticcia. È la distanza a collocarci in quella posizione opaca, in cui interpretare non coincide esattamente con conoscere. Nonostante ciò, la comunicazione parla, la Rete avvicina, le culture si rendono disponibili all’appropriazione.
Che cosa racconta MC Bin Laden, il volto più noto del funk proibito di San Paolo, nel suo primo video, provocatoriamente intitolato Bin Laden Não Morreu, dove il terrorista iracheno viene iconizzato da un kalashnikov placcato d’oro? O in Ta Tranquilo Ta Favorável, che lo ha reso popolare su scala globale, con quasi cento milioni di visualizzazioni su YouTube?
Ne abbiamo parlato con Simone Bertuzzi (Palm Wine), che ha curato il suo intervento in occasione dell’anteprima del festival milanese MASH 2017, realizzata in collaborazione con Linecheck. “Da più di dieci anni mi occupo delle cosiddette ‘transculture del suono’. Ossia di come i suoni viaggino attraverso i media, determinando la crisi di concetti come origine e autenticità. La prima volta che ho sentito parlare del funk proibidão è stato grazie a una compilation di Sublime Frequencies, che raccoglieva delle registrazioni fatte ai party nelle favelas, dove si udivano colpi di fucile, mitragliatrici, sirene, cani. Elementi che sono diventati parte integrante di un immaginario sonoro che deve molto alla bass culture di Miami, tanto quanto al gangsta rap americano e che Bin Laden ripropone attraverso la parodia”.

DALLA DITTATURA AL DISIMPEGNO

Se il baile funk delle origini, nato nel clima della dittatura militare conclusasi negli Anni Ottanta, era un fenomeno legato ai movimenti politici di fine Anni Sessanta, con la loro presa di coscienza dell’identità nera, quello evoluto nel corso degli Anni Novanta fino e oltre i Duemila ha cambiato pelle e significato. La situazione politica e sociale è stata determinante – le lotte tra le gang e le rivalità tra i funkeiros, la denuncia di corruzione dei costumi da parte dei media, la repressione e il ruolo ambivalente della polizia, l’impatto del consumismo sulle generazioni nate con la televisione e Internet – per ispirare un approccio più disimpegnato e incline al gioco comunicativo.
Il funk proibito del nuovo millennio”, riprende Simone, “affronta i temi della criminalità, della droga, della strada, dell’ostentazione, trasformandoli in una farsa sfacciata. Se noleggiare auto di lusso o aerei per un videoclip diventa la regola per molti MCs paulistanos, MC Bin Laden, al contrario, si fa ritrarre a petto nudo, in angoli angusti della metropoli, prendendo l’autobus anziché una Mustang”. Si tratta di una sensibilità generazionale, un’antropofagia brasiliana 2.0 che relega nel passato lo sguardo post-coloniale tanto quanto il romanticismo post-culturale. Caso emblematico è la modalità attraverso cui le MC donne si appropriano della “misoginia” del funk ostentação, per dichiarare con orgoglio e spirito ludico la liberalizzazione dei costumi.

Renato Barreiros, still del documentario NO FLUXO!
Renato Barreiros, still del documentario NO FLUXO!

CONFLITTI E CONSAPEVOLEZZA

Nel “global-ghetto” vale tutto. La musica lo insegna: campionare è sempre una forma di appropriazione culturale e di ridefinizione identitaria, a maggior ragione quando saltano le logiche centro-periferia e l’alterità diventa un concetto potenziale, che prende le distanze dall’immagine cristallizzata e silenziosa dell’Altro. Criticare e glorificare la violenza sono la faccia della stessa medaglia, come spingere all’estremo il consumo delle culture non rappresenta necessariamente una nuova forma di colonialismo, ma uno dei tanti approcci possibili all’interno delle “Comcities”, le città attraversate dalle reti, come le ha definite Paola Bonora, dove all’esacerbarsi dei conflitti corrisponde un rafforzamento della self consciousness, ossia della capacità del soggetto di tornare a immaginare il futuro.

Carlotta Petracci

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #43

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.