Biennale Musica 2017. Oriente e Occidente a Venezia

Come lascia intendere con sottile allusione il titolo dell’edizione 2017 (“Est!”), quest’anno la Biennale Musica ha guardato a Oriente. Venezia, si sa, è il luogo ideale per farlo: da qui partiva (o qui arrivava) la Via della Seta, e veneziano fu Marco Polo, al quale il Leone d’Oro di questa edizione ha dedicato, nel 1996, un’opera lirica. Ecco il report delle prime tre date.

Festival Internazionale di Musica Contemporanea, Venezia 2017. Un momento dell'esecuzione di Inori di Stockhausen. Photo © Andrea Avezzù
Festival Internazionale di Musica Contemporanea, Venezia 2017. Un momento dell'esecuzione di Inori di Stockhausen. Photo © Andrea Avezzù

Il concerto inaugurale della sezione della Biennale di Venezia consacrata alla musica contemporanea (o “musica di scrittura”, come preferisce chiamarla il suo direttore artistico Ivan Fedele) vede in programma la composizione più ‘antica’ del festival, un lavoro del 1973-74 di uno dei maestri della musica della seconda metà del Novecento, Karlheinz Stockhausen. Con Inori, “preghiera per solista e orchestra”, siamo di fronte a un compositore occidentale che trova ispirazione nella tradizione musicale e religiosa dell’Estremo Oriente, cui rimandano alcuni degli strumenti inclusi nell’organico strumentale (come le percussioni giapponesi rin) e diversi dei gesti devoti che il mimo solista, la brava Roberta Gottardi, ripete nel corso dell’esecuzione. L’interazione tra i suoni e la gestualità è fortissima, al punto che lo spettatore si trova al centro di una situazione ambigua: la tessitura musicale è originata dalla preghiera del solista, o questi è come mosso dalle evoluzioni dell’orchestra? L’atmosfera generata dai gesti ripetitivi e incessanti e da una partitura minimale, dai toni ombrosi, è ipnotica e inquietante: in un misterioso tempio (cui allude la struttura scenica sormontata da un doppio frontone, concepita dal compositore stesso e rivisitata per l’occasione da Alberto Oliva), l’ascoltatore si trova a fare sua la disperata ritualità dell’orante, solo al cospetto di una natura primordiale e imperscrutabile.

IL LEONE D’ORO TAN DUN

La situazione è completamente ribaltata nella serata seguente (30 settembre), in cui si svolge la cerimonia di premiazione del maestro cinese Tan Dun, cui viene assegnato il Leone d’Oro alla carriera: ribaltata perché sono invertite le traiettorie geografiche (in questo caso siamo di fronte a un musicista di nascita e formazione orientale che è profondamente imbevuto delle forme e dei linguaggi della musica ‘colta’ occidentale, e che peraltro risiede soprattutto a New York); e ribaltata perché si passa dalla tenebrosa sobrietà di Stockhausen a una vera esplosione di colori. Tan Dun muove infatti da un convinto naturalismo, inteso come volontà di ricreare in musica l’infinita varietà dei suoni naturali, dai quali il nostro mondo caotico si va sempre più allontanando. Come lo stesso Tan Dun ha ricordato nel corso dell’incontro con il pubblico che si è tenuto presso la sede della Biennale, a Ca’ Giustinian, la sua ‒ nella povera provincia dello Hunan ‒ è stata un’“infanzia scalza”: al pari degli altri bambini, scorrazzava a piedi nudi per giornate intere, completamente avvolto dalla natura; la prima cosa che ha ‘suonato’ è stata l’acqua di un fiume (e il pensiero va a un bel video che si può vedere alla Biennale Arte di quest’anno, Atrato di Marcos Avila Forero, nel quale alcune persone, immerse fino alla cintura nell’omonimo fiume colombiano, ne suonano le acque, battendole ritmicamente con le mani). Naturalismo dunque, ma nessun luddismo: Tan Dun ricorre ampiamente alla tecnologia, come dimostra, tra le altre cose, il fatto che il concerto prenda avvio con un variopinto canto di uccelli prodotto dagli smartphone degli spettatori (che hanno potuto scaricare dalla rete l’apposito file musicale), e poi riproposto dai telefoni degli orchestrali.

Festival Internazionale di Musica Contemporanea, Venezia 2017. Tan Dun e Simone Rubino. Photo © Andrea Avezzù
Festival Internazionale di Musica Contemporanea, Venezia 2017. Tan Dun e Simone Rubino. Photo © Andrea Avezzù

RADICI LONTANE

Il brano ha radici lontane, come dimostrano i rimandi formali a un’antica danza, rievocata fin nel titolo dell’opera (Passacaglia: Secret of Wind and Birds) e il fatto che ad aver ispirato il compositore sia stato un pensiero di Leonardo da Vinci (“Per dare vera scienza del moto delli uccelli in fra l’aria, è necessario dare prima la scienza dei venti […]”). La tessitura orchestrale è, come si diceva, un rincorrersi dei più diversi timbri, dei più cangianti colori: i riferimenti primari della musica del Leone d’Oro 2017 sembrano da ravvisare, più che nella tradizione orientale, nella musica da film e nella produzione dei grandi maestri americani del Novecento (viene in mente Leonard Bernstein, ricordato da Tan Dun, nel corso dell’incontro con il pubblico, tra i direttori d’orchestra che sono stati anche sommi compositori). Con il secondo brano in programma, Percussion Concerto: The Tears of Nature del 2012, la serata raggiunge il suo vertice emotivo: la straordinaria presa sul pubblico è assicurata non solo dalla sfavillante musica di Tan Dun, ma ancor più dall’eccezionale performance del solista, il percussionista ventiquattrenne Simone Rubino, in moto perpetuo da uno strumento all’altro (pietre incluse). Fra tanto, seducente strepito il movimento centrale del concerto rappresenta una pausa sognante, scandita dai rintocchi smorzati del vibrafono e dalla melodia degli archi, in cui riecheggia l’arte di un altro grande del passato, Gustav Mahler.

Festival Internazionale di Musica Contemporanea, Venezia 2017. Il concerto di Parco della Musica Contemporanea Ensemble. Photo © Andrea Avezzù
Festival Internazionale di Musica Contemporanea, Venezia 2017. Il concerto di Parco della Musica Contemporanea Ensemble. Photo © Andrea Avezzù

UNA GRANDE VITALITÀ

Insomma, come si capisce da questi esempi, Est! sì, ma fino a un certo punto. Riferimenti più marcati alla tradizione orientale sono emersi nel concerto del primo ottobre, dedicato alle musiche di due compositori sudcoreani, il caposcuola Isang Yun (scomparso nel 1995) e la berlinese d’adozione Unsuk Chin, presente in sala. A ogni modo tutte e tre le serate, così diverse l’una dall’altra, hanno presentato molteplici motivi d’interesse e dimostrato come la veneranda Biennale Musica (la prima kermesse ad essersi affiancata, nel 1930, all’“Esposizione Internazionale d’Arte”) vanti ancora una notevole vitalità. E questo in un anno nel quale la musica gioca un ruolo fondamentale nella stessa Biennale Arte, in cui numerose sono le installazioni basate sul suono e addirittura un padiglione nazionale, quello della Francia, è costituito da uno studio di registrazione.

Fabrizio Federici

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.