Un Requiem per i terremotati. Al Festival dei Due Mondi di Spoleto

La compositrice Silvia Colasanti presenta la sera del 2 luglio in anteprima mondiale al Festival dei Due Mondi di Spoleto il suo Requiem dedicato ai terremotati del Centro Italia. Un lavoro che ha coinvolto una poetessa e un pittore. Ecco l’intervista ai protagonisti.

Silvia Colasanti
Silvia Colasanti

Il 60esimo Festival dei Due Mondi di Spoleto ha commissionato alla compositrice Silvia Colasanti un Requiem dedicato alla memoria delle vittime dei terremoti del Centro Italia.
Stringeranno nei pugni una cometa (Oratorio per Soli, Coro e Orchestra) sarà trasmesso da Rai Radio3 la sera del 2 luglio alle 20,30 in diretta da Piazza Duomo. Un lavoro che ha visto coinvolti la poetessa Mariangela Gualtieri, la mezzo soprano Monica Bacelli e il bandoneista Richard Galliano e, non ultimo, l’artista romano Vincenzo Scolamiero. Abbiamo chiesto a Colasanti e Scolamiero le origini del progetto e della loro collaborazione. Una doppia intervista, a cavallo tra musica e pittura, per sondare due punti di vista contigui ma specifici.

INTERVISTA A SILVIA COLASANTI

Nata a Roma, si forma al Conservatorio Santa Cecilia e all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Le sue composizioni sono eseguite nelle principali istituzioni musicali internazionali. Vincitrice di premi internazionali, è stata nominata da due Presidenti della Repubblica Italiana Cavaliere della Repubblica e Ufficiale della Repubblica. Le sue opere sono pubblicate da Casa Ricordi.

Hai scelto un Requiem come forma musicale da dedicare ai terremotati.
Negli ultimi mille anni sono stati scritti cinquemila Requiem, vi si sono misurati tutti i grandi.

Ti sei dovuta confrontare con Mozart e con Verdi immagino.
Il primo mese ho scritto molte note ma le ho buttate, mettere dei suoni su Lacrimosa dopo che lo ha fatto Mozart è difficile. Dopo mi è venuto istintivo scrivere.

Hai coinvolto la poetessa Mariangela Gualtieri, per raccontare cosa?
Non soltanto la morte ma la fine delle cose, non volevo raccontare il terremoto ma creare un rito in senso laico, in un momento in cui la dimensione rituale va scomparendo, purtroppo.

I riti dell’arte resistono.
Vero. Ascolto poco le registrazioni, mi piace l’aspetto rituale dei concerti dal vivo, l’emozione della condivisione, la presenza fisica degli altri.

Vincenzo Scolamiero, Stringeranno nei pugni, 2017
Vincenzo Scolamiero, Stringeranno nei pugni, 2017

Nella tua musica il rapporto con il passato è fondamentale.
Lo affronto in modo analitico ed emotivo, ma poi uso l’istinto. In tutto il mio Requiem non uso citazioni, ma ci sono riferimenti alla polifonia delle origini.

Cosa cercavi dal punto di vista strettamente musicale?
Un suono primordiale.

È la prima volta che scrivi qualcosa di sacro come una messa da Requiem.
Il sacro mi attrae perché è lì da sempre, non fa parte di questo mondo. Sembra non subire neppure l’evoluzione del linguaggio.

Ed è la tua prima collaborazione con un pittore, Vincenzo Scolamiero.
La musica per me deve raccontare una storia. Nel mio Requiem c’è una temperatura emotiva generale che può tradursi in immagine. Però vedo con scetticismo coloro che partono da un quadro per tradurlo in suoni.

Perché?
È una forzatura, nel mio caso io raccontavo la musica e lui lavorava sui dipinti. Non c’è stata subordinazione ma vera collaborazione. Anche con la Gualtieri è stato così. Ciò ha dato al lavoro una coerenza che abitualmente non mi capita di trovare.

C’è stata e c’è una moda che prevede di usare riferimenti programmatici al di fuori della musica.
Ma la musica ha qualcosa che la pittura non ha: il tempo. La musica racconta nel tempo, ne hai una visione dapprima analitica, momento dopo momento, poi attraverso la memoria hai una visione sintetica d’insieme. Nella pittura è il contrario: hai una visione sintetica dell’insieme e poi una visione analitica dei dettagli.

La poesia è una via di mezzo, offre immagini che sono istantanee come illuminazioni e unisce il tempo del verso alla sinteticità della visione.
E possiede un suono.

Forse, vi siete ritrovati tutti nella poesia.
Sì, condividiamo la passione per la poesia, credo si tratti di una sensibilità comune. Infatti Vincenzo ha lavorato leggendo anche i testi di Mariangela.

Vincenzo Scolamiero, Stringeranno nei pugni, 2017
Vincenzo Scolamiero, Stringeranno nei pugni, 2017

Hai chiamato anche un musicista non classico come Richard Galliano al bandoneon, dimostrando notevole apertura.
Il confronto mi stimola e alla fine l’opera è corale, la cosa importante è trovare le persone giuste, sapere cosa apporteranno al progetto. Sapevo che Mariangela avrebbe trovato le parole, entrambe non amiamo la retorica.

L’ultimo testo letto nel tuo Requiem dalla Gualtieri è accompagnato dal bandoneon.
L’ho voluto per il suo suono nostalgico e anche popolare, poi ho scoperto che è uno strumento sacro, nato come organo portatile per accompagnare i canti processionali.

Scolamiero ne ha tratto grande ispirazione.
Sì, per me il soffio del mantice è leggero mentre per lui è un pieno di colore, qualcosa di compatto e pesante.

Nel finale è molto presente.
Nel finale, Lux Aeterna, con il coro e l’intera orchestra, il bandoneon assume il ruolo di voce di speranza e di malinconia insieme, avvolte da armonie che arrivano dal Rinascimento.

Hai avuto un rapporto diretto con il terremoto?
A mio modo sì e posso solo dirti che mi sono accorta che questa distruzione improvvisa ha cambiato la vita delle persone nel loro rapporto con tutto.

Che idea te ne sei fatta?
È un evento che ti spinge a essere te stesso perché ti accorgi che da un momento all’altro tutto può finire e che quindi devi vivere. È come se questo dolore servisse a qualcosa.

Come hai lavorato con la mezzo soprano?
A un certo punto l’umano si confronta e parla con la divinità, la affronta. È difficile scrivere un’aria oggi, ne sono state scritte tante e anche la voce è un problema importante. La musica è a servizio del testo e quello della Gualtieri esprime la nostra complessità e contraddittorietà, che passa dalla vanità al timore al coraggio o alla pietà. Ho scelto Monica Bacelli perché ha una vocalità antica. Nel grave diventa molto carnale, poi va su e diventa soave, offre coerenza a situazioni molto lontane tra loro. L’uomo è un caos ordinato.

Anche il disegno mette ordine, che rapporto hai con esso?
Quando costruisco un’idea musicale faccio schizzi su fogli di carta. Il primo momento di scrittura è fatto di immagini e non di note. Giro con taccuini pieni di disegni, ma restano privatissimi.

Cosa hai imparato dallo scambio con un pittore come Scolamiero?
Entrambi normalmente procediamo da una complessità di cose verso una rarefazione e una semplificazione. Ho avuto conferma ulteriore che la cosa più importante in arte è asciugare, raggiungere l’essenziale.

Less is more.
Siamo così complicati che ci sembra di rispecchiarci solo in una grande complessità, ma occorre dominarla per raccontarla, e devi essere nitida. È il processo usato da entrambi, credo che sia un mood dell’epoca.

Vincenzo Scolamiero
Vincenzo Scolamiero

INTERVISTA A VINCENZO SCOLAMIERO

Dopo un incontro casuale ma illuminante con le sue opere, Silvia Colasanti chiama Scolamiero a collaborare per la creazione della veste grafica del suo Requiem. Nasce così una serie di lavori su carta che sono ritmici ed evocativi, come tutta la sua pittura, ma anche tellurici e con elementi di novità in cui l’artista cerca di dare immagine alle parole di Gualtieri e alle note di Colasanti. Vincenzo Scolamiero (classe 1956; vive a Roma) insegna all’Accademia di Belle Arti di Roma, ha esposto in mostre personali e collettive in Italia e all’estero.

Cosa significa dipingere per un Requiem?
Confrontarsi con il testo e con la musica, il che mi ha aperto nuove possibilità di sviluppo del linguaggio.

Una pittura, la tua, che evoca un mondo naturale che si fa astrazione.
In questa serie di lavori cerco di cogliere momenti, attimi, è una questione di respiro. La musica di Silvia mi ha molto influenzato nella conduzione sensibile del segno.

La copertina della partitura è una corona di spine con una scia di cometa. Come vi sei giunto?
Ho disegnato molti bozzetti, poi ho voluto dipingere sulle partiture originali che stava stendendo Silvia, così sono sorti lavori a quattro mani con le note autografe e i miei disegni.

Nella tua ricerca la poesia ha un ruolo importante. Cosa cercavi in questo caso?
Una coerenza sinestetica tra poesia, musica e segno.

Che cosa hai trovato?
Mi sono accorto che la mia pittura ha assunto uno sviluppo timbrico e una temporalità diversi dal solito, ma coerenti con il mio lavoro di sempre.

Vincenzo Scolamiero, Stringeranno nei pugni, 2017
Vincenzo Scolamiero, Stringeranno nei pugni, 2017

Hai usato gli spartiti della composizione di Silvia come supporto.
Il segno dentro lo spartito è come se scandisse un tempo, un ritmo che è quello della pittura. Ho voluto rendere con pochi tratti la musica di Silvia che è ricca, piena di narrazioni, piena di eventi improvvisi, d’imprevisti e accadimenti.

Che si muovono su un tono continuo dello sviluppo della musica.
La pittura è diventata una narrazione di questo senso del fluire musicale. Sono uscite queste pagine che vedi.

Hai alternato i tuoi tipici segni di natura con bande di pittura colta in un tremito.
Ho dipinto i movimenti del bandoneon, così importante in questo Requiem. Tra di loro ho lasciato degli spazi per inserire la scrittura di Silvia, altre volte è stato il contrario.

Ascolti musica quando lavori?
Sì molto, ascolto tutto da Arvo Pärt a Pergolesi, e Silvia naturalmente. In alcuni dipinti ho voluto comporre piccoli tocchi come note.

Su alcune pagine compaiono anche i testi di Gualtieri. Sono molto complete, accolgono le tre dimensioni: musica, poesia e immagine.
La scelta della copertina è caduta però su una pagina più vuota che permetteva maggiore lavorazione grafica.

Presenta una corona di spine, quasi un simbolo.
Ma amplificato, con petali che si muovono, è più una ghirlanda. Questo Requiem ha un testo potente, ma laico.

I tuoi dipinti hanno molto ritmo.
Ho voluto evidenziare questa linearità ornata dalle tante situazioni musicali che si aprono nella partitura.

A volte coprono intere zone dello spartito dedicate a gruppi di strumenti e sembrano la registrazione dei tremori della terra.
Io pensavo al movimento del mantice del bandoneon.

Sono dipinti sismografici, come li realizzi?
Con una pittura fondata sulla pressione del pennello e sul respiro, qui non posso cancellare gli errori, quindi devo avere un’idea esatta e realizzarla al primo colpo di pennello.

Una pittura che richiede una preparazione spirituale.
Un ciclo di miei dipinti hanno per titolo i nomi di due pennellate tradizionali cinesi che vengono codificate e chiamate con locuzioni evocative tipo “foglie di salice” o “corda di ferro”. Viaggio in quella direzione.

Spesso nella tua pittura astratta compaiono forme naturali effimere, come ramoscelli, piccole foglie e fiori.
Mi piace dipingerli, sono simboli della fragilità e forza della vita. Molti credono che siano impressi, in realtà li dipingo tutti usando pennellini che costruisco io stesso.

Sembrano quasi partiture visive, forse un musicista potrebbe suonarle. Penso a Daniele Lombardi o a Giuseppe Chiari e alle loro ricerche sul campo di una notazione musicale differente e molto più libera: pittorica o concettuale. Farete altri progetti con Silvia?
Sì, abbiamo già pensato a un progetto con Piero Varroni di Eos Edizioni per fare un libro d’artista di alto livello tecnico con partiture appositamente studiate da Silvia e mie opere su carta. Se ne parlerà dopo l’estate.

Sarà un libro d’artista con partitura eseguibile, quindi con una ancora maggiore integrazione tra suono e immagini?
Richiamerà idealmente le vecchie carte medievali con musica e immagine, le pergamene chiamate Exultet.

Nicola Davide Angerame

Spoleto // 2 luglio 2017 –ore 20,30
Silvia Colasanti
Stringeranno nei pugni una cometa
Oratorio per Soli, Coro e Orchestra
su testi di Mariangela Gualtieri e testi latini dalla liturgia
prima esecuzione assoluta
Voce recitante Mariangela Gualtieri
Mezzo soprano Monica Bacelli
Bandoneon Richard Galliano
Coro International Opera Choir diretto da Gea Garatti
Orchestra Orchestra Giovanile italiana
Direttore d’orchestra Maxime Pascal
Dipinti originali Vincenzo Scolamiero
FESTIVAL DEI DUE MONDI
Piazza Duomo
www.festivaldispoleto.com

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Nicola Davide Angerame
Nicola Davide Angerame è filosofo, giornalista, curatore d'arte, critico della contemporaneità e organizzatore culturale. Dopo la Laurea in Filosofia Teoretica all'Università di Torino, sotto la guida di Gianni Vattimo con una tesi sul pensiero di Jean-Luc Nancy, inizia la collaborazione con quotidiani e riviste scrivendo d'arte ma anche di cinema, architettura e cultura contemporanea. In vent'anni di attività ha fondato e diretto, su modello delle Kunsthalle tedesche, la Galleria Civica di Alassio e la Galleria Civica di Andora. Ha fondato e diretto l'associazione culturale "whitelabs. Culture in progress" con sede e spazio espositivo a Milano. Fino ad oggi ha progettato e curato decine di eventi culturali e più di cento mostre personali e collettive di artisti e fotografi, italiani e stranieri, collaborando con istituzioni private e pubbliche in Italia e all'estero. Ha tenuto conferenze sui temi dell'arte e della filosofia in istituzioni italiane e straniere ed ha curato progetti culturali e mostre a New York, Seoul, Bangkok, Parigi, Berlino e Londra. Dopo aver vissuto e lavorato tra Milano e New York, attualmente vive e lavora a Torino, dove insegna Storia dell'Arte Contemporanea presso il Collegio Universitario Luigi Einaudi e dove tiene seminari presso l'Università degli Studi di Torino (cattedra di Estetica). Suoi articoli sono apparsi su Robinson (La Repubblica), L'Unità, Il Manifesto, Art Presse (Paris), Il Mucchio Selvaggio, Exibart, Arte e Critica, Artribune, Segno, FC Fotografia e [è] Cultura.