A cinquant’anni dalla pubblicazione, continuano a fare storia due album che hanno fotografato un’epoca. “Sgt. Pepper” e “Between the Buttons” svelano i diversi aspetti della controcultura, raccontati da due gruppi “rivali” per antonomasia.

Quell’auto fracassata dopo aver bruciato un semaforo rosso, una piccola folla assiepata a guardare il corpo di un giovane morto sul colpo, e quel trafiletto sul giornale a proposito di “un uomo che ce l’ha fatta”. Un fotogramma narrativo fra i più incisivi e coinvolgenti di A day in the life, il brano più letterario dell’album Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band, con cui i Beatles rivoluzionarono la storia della musica. E quando, alle sei del mattino di un giorno di primavera – appena concluso il lavoro ad Abbey Road –, Paul McCartney lo sparò a tutto volume dalle finestre dell’appartamento di Mama Cass Elliott a Chelsea, in King’s Road, un nuovo sentiero era stato tracciato: un album musicale espandeva i suoi confini e, al pari di un romanzo, diventava luogo di riflessione sociale espressa per tramite di un concatenarsi di note e parole attraverso le quali incarnare lo spirito di un’epoca, destinata però a chiudersi, per ironia della sorte, appena un anno dopo. Ma intanto la liberalizzazione dei costumi, giunta sulla spinta dei movimenti giovanili particolarmente attivi negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, lasciava intuire un cambiamento epocale.
Se la controcultura “dura e pura” era stata il soggetto di Revolver, Sgt. Pepper va oltre e si fa portavoce di un approccio civile che parte dal pacifismo, per poi toccare la concordia fra generazioni, l’auspicio del progresso civile, un’entusiastica curiosità per la vita, e un moderato indulgere agli stupefacenti intesi come mezzi di espansione della coscienza,
Sgt. Pepper è un romanzo musicale intriso dei lirici squarci autobiografici di Penny Lane, della difficoltà di esprimere se stessi e della nostalgia per l’infanzia di Strawberry fields forever – che insieme costituirono il singolo di lancio –, e al quale A day in the life e With a little help from my friends donano una non comune profondità: piccole short stories di vita vissuta, permeate di ironia dolceamara.
Sgt. Pepper raggiunse un equilibrio affascinante quanto precario: riuscì per un istante nell’impresa di far accettare la controcultura anche alle generazioni più anziane, compiendo una sottile operazione di carattere sociologico: inseguendo con ottimismo un’utopia, parve che l’angoscia novecentesca di Nietzsche potesse finalmente dissolversi, e che il conflitto generazionale lasciasse il posto a un’umanità più matura, che un ritrovato benessere avrebbe dovuto rendere meno violenta.
Non poteva accadere, ma lo spirito con cui fu realizzato l’album sottolinea il clima di eccitazione e di fiducia di quell’irripetibile 1967.
Per capire come i tempi siano rapidamente cambiati, basti ascoltare il primo album di Lennon senza i Beatles (Two virgins) che sta a Sgt. Pepper come il teatro di Beckett e Ionesco sta al Living Theater.

La copertina di Sgt. Pepper dei Beatles
La copertina di Sgt. Pepper dei Beatles

GLI STONES

“Rivali” per antonomasia dei Beatles, i Rolling Stones avevano aperto il 1967 con la pubblicazione in gennaio di Between the Buttons, un album di cui si parla poco, ma che oltre ad aver riscosso un grande successo all’interno del movimento hippy americano (al punto da essere il più ascoltato a Height Ashbury), rappresenta l’approccio più maturo dei Rolling Stones verso la psichedelia, e sancì la loro crescita artistica oltre l’r&b, anche sulla scorta di quello che era stato il 1966, con album quali Revolver dei Beatles, Pet Sounds dei Beach Boys e Blonde on Blonde di Bob Dylan, che avevano ridefinito i canoni del pop/rock.
Permeato di ironia, di blues, di malinconia, di sesso e sentimento, l’album si rivela un urlo viscerale di sensazioni, fra libertarismo sessuale e ridicolizzazione della morale di stampo vittoriano.
Anche se non intellettualmente intenso come Sgt. Pepper, Between the Buttons riecheggia qua e là, a livello emotivo, le suggestioni letterarie richiamate dalla controcultura anglosassone, a metà fra Oscar Wilde e A. A. Milne; in particolare, l’oscura atmosfera neoromantica di She smiled sweetly e Backstreet girl, con la loro sofferta passionalità, ricordano certe pagine di Milne, un autore particolarmente caro a Brian Jones, forse il più enigmatico del gruppo. Ma l’impostazione generale, sia musicale sia in termini di approccio alla controcultura, guarda agli Stati Uniti d’America, dove il movimento giovanile era assai più articolato che in Gran Bretagna, e, a causa della guerra in Vietnam e della questione razziale, anche molto più politicizzato; un particolare che implicava una maggiore, forzosa distanza fra generazioni, e una dialettica radicale, al limite dell’azione violenta. Il “rude” r&b degli Stones era il più adatto per rispecchiare uno stato d’animo assai diffuso: l’insofferenza, che di lì a poco sarebbe esplosa nelle manifestazioni e nelle violenze del ’68, lasciando capire come la distanza generazionale fosse ben lontana dall’essere colmata.
Il graffiante r&b di My Obsession e Miss Amanda Jones attacca l’establishment nella morale sessuale, mentre Connection è un blando atto d’accusa al rifiuto borghese della controcultura, il cui solo aspetto esteriore era malgiudicato a prescindere. Atmosfere che si scontrano con l’ironico approccio al vaudeville di Cool, calm and collected e Something happened to me yesterday per satireggiare sui rigidi costumi vittoriani; sperimentazioni musicali lontane dalle raffinatezze tecniche di Sgt. Pepper, ma così vive da assomigliare al ruggito delle strade londinesi.
Meno utopisti dei Beatles, gli Stones sfogavano nella musica e in una vita sopra le righe la loro insofferenza verso la morale borghese.

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.