Il Victoria & Albert Museum dedica alla band che ha scritto la storia della psichedelia una mostra destinata a far parlare di sé. Un itinerario attraverso l’immaginario visivo e sonoro dei Pink Floyd, a cinquant’anni dalla pubblicazione del loro primo singolo.

E dopo David Bowie tocca ai Pink Floyd. E tutto questo sempre a Londra, che sarà anche nell’occhio del ciclone per via della Brexit, ma quando si parla di cultura pop-rock e dell’influenza che la musica ha avuto sull’arte visiva a partire dagli Anni Cinquanta, beh non c’è proprio partita.
Come per la straordinaria mostra dedicata al Duca Bianco – nel suo tour è transitata anche per il MAMbo a Bologna –, l’omaggio a Waters, Gilmour & Co. parte dal Victoria & Albert Museum. Una garanzia, in tal senso. Al bellissimo e multiforme spazio di Knightsbridge è da poco finita Revolution, che partendo dalla canzone dei Beatles pubblicata nel 1968 sul White Album ha analizzato l’epoca più rivoluzionaria del secondo Novecento, segno che davvero il mondo della musica è definitivamente entrato in quello del museo. Londra, peraltro, nel 2015 ha voluto a tutti i costi celebrare il punk, che di accademico non ha davvero nulla. Eppure è espressione della cultura britannica, giusto dunque analizzarne storia, contenuti e ricadute attuali, nonostante il suo potere sovversivo si sia scontrato più volte con l’establishment. Di questa moda delle mostre a “tema musicale” si può innanzitutto dire che i risultati, in termini di biglietti venduti, sono straordinari. Soggetti graditi a un pubblico “adult”, perché il R’n’R ormai è un paese per vecchi.

LA MOSTRA

The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains apre il 13 maggio – indifferente alla concomitanza con la Biennale di Venezia, altri pubblici evidentemente – per chiudere il 1° ottobre. Immaginiamo un percorso sonico-psichedelico del gruppo, almeno inizialmente, più lisergico della storia inglese, quando leader riconosciuto era Syd Barrett, la cui misteriosa scomparsa ha retto le ipotesi letterarie più incredibili (bisogna citare almeno Rosso Floyd di Michele Mari). Dagli Anni Settanta la band londinese ha inanellato una serie di album epocali: Ummagumma, The Dark Side of The Moon, Wish You Were Here (dedicato proprio a Barrett, scivolato via nel 1968), Animals e The Wall, accompagnati da show altrettanto fondamentali, uno soltanto Pink Floyd at Pompeii.
Tutti, non solo i fans del R’n’R, conoscono la loro storia. La voce di Roger Waters, gli assoli di chitarra di David Gilmour, le enfatiche tastiere di Richard Wright (morto nel 2008). Ben più interessante, e la mostra del V&A non mancherà di farlo, studiare i rapporti tra la loro musica e l’immagine, cominciando da copertine e artwork disegnati dallo Studio Hipgnosis fondato da Storm Thorgerson e da Aubrey Powell.

Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd
Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd

IL POTERE DELLE IMMAGINI

Uno stile davvero rivoluzionario, il loro, che rende più popolare la psichedelia adottando immagini enigmatiche: cosa significa la placida mucca pezzata di Atom Heart Mother? Quale simbolo per il prisma luminescente di The Dark Side of The Moon? Thorgerson è stato per i Pink Floyd ciò che Klaus Voorman ha rappresentato per i Beatles fino a Revolver, precursore dell’arte digitale, vicino alla grafica Anni Sessanta di Archizoom.
In mostra troveremo anche oggetti appartenuti ai Pink Floyd, ricostruzioni delle loro più importanti scenografie, complesse eppure artigianali se paragonate a ciò che si vede oggi nei concerti, tanto materiale fotografico, gli schizzi di Waters che hanno ispirato il regista Alan Parker e il disegnatore Gerald Scarfe nella versione cinematografica di The Wall.

UN ESEMPIO PER L’ITALIA

Tra le curiosità, lo scatto in cui Johnny Rotten, leader dei Sex Pistols, indossa la t-shirt con la scritta “I Hate Pink Floyd”. Perché proprio il punk iniziò quel processo di pulizia e di sintesi estrema nella musica, liberandola dall’ampollosità retorica del progressive e del rock sinfonico. Ma sarebbe semplicistico liquidare i Pink Floyd soltanto come un’espressione di quel tempo. Molto di più hanno detto, scritto, suonato e, quando pensiamo ai vertici assoluti della musica di almeno un decennio, non possiamo non considerarli tra i numeri uno.
Certo, che invidia per il mondo anglosassone capace di celebrare i propri miti senza troppe distinzioni di appartenenza. In Italia le poche mostre che hanno tentato di lavorare sulla nostra storia musicale sono state finora un mezzo flop. Persino Renato Zero (rassegna allestita un paio d’anni fa alla Pelanda a Roma) era floscia, poco immaginifica. Pensare che gli spunti non mancherebbero per contaminare (scusate la brutta parola) i generi e attraversare le arti.

Animals © Pink Floyd Music Ltd
Animals © Pink Floyd Music Ltd

3 CURIOSITÀ SUI PINK FLOYD

È legato a Wish You Were Here l’episodio più triste dei Pink Floyd. Siamo nel giugno 1975 e il lavoro sul disco dedicato a Syd Barrett sta volgendo al termine. Per i mitici Abbey Road Studios si aggira un personaggio strano, obeso, con la testa e le sopracciglia rasate: quell’uomo è proprio il loro ex leader Barrett e quasi nessuno della band lo riconosce.

Il maiale rosa volante che compare sulla copertina di Animals è un’idea di Roger Waters: ne fa costruire uno gonfiabile per issarlo tra le ciminiere della famosa centrale elettrica Battersea Power Station Roger di Londra e fotografarlo. Ma un colpo di vento fa volare via il pallone che va a intralciare il corridoio di volo per l’aeroporto di Heathrow: la fotografia è quindi ritoccata, con l’aggiunta del maiale aerostatico.

Nel luglio del 1977 il tour di Animals porta i Pink Floyd in Canada, allo stadio Olimpico di Montréal. Qui un fan troppo agitato esaspera a tal punto Roger Waters che, per sedarlo, gli sputa in faccia. Da quel gesto, di cui Waters si vergogna profondamente perché è il sintomo della barriera che si è ormai creata tra la band e il pubblico, nascerà l’album The Wall.

Luca Beatrice e Claudia Giraud

Dal 13 maggio al 1° ottobre 2017
The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains
a cura di Aubrey Powell con Paula Stainton e Victoria Broackes.
VICTORIA & ALBERT MUSEUM
Cromwell Road – Londra
www.vam.ac.uk

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #4

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Luca Beatrice
Nato juventino a Torino nel 1961. Docente in Storia dell'arte all'Accademia Albertina di Torino. Presidente del Circolo dei lettori di Torino. Scrive orgogliosamente sulle pagine de Il Giornale. Critico d'arte, ha pubblicato diversi libri: tra i più recenti, "Nati sotto il Biscione" (Rizzoli 2015), "Robot" (24ore cultura, 2016), "Per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino. Vita e opere di Lucio Dalla" (Baldini Castoldi, 2017). Tra le ultime mostre di cui è curatore, "Andy Warhol" (Palazzo Ducale, Genova), "Edward Hopper" (Vittoriano, Roma), "Crossroads" (Mauto, Torino), "Dai '60 ai '60" (Museo del Risorgimento, Torino).

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