Kentridge regista all’Opera di Roma. Lulu di Alban Berg secondo l’artista sudafricano

Una produzione internazionale, tra Roma, Londra, New York e Amsterdam, per portare sulla scena una delle opere contemporanee più controverse e difficili. Kentridge dirige Lulu di Alban Berg, un dramma borghese sulla natura dell’amore e delle ossessioni

Lulu regia di William Kentridge Teatro dell'Opera di Roma (c) Yasuko Kageyama-Opera Roma 2016-17
Lulu regia di William Kentridge Teatro dell'Opera di Roma (c) Yasuko Kageyama-Opera Roma 2016-17

Per affrontare la regia di Lulu – controversa opera di Alban Berg, tratta da due libretti di Frank WedekindWilliam Kentridge(Johannesburg, 1955) ha piegato la sua vena epica e monumentale di cantore della storia, alla dimensione dell’indagine psicologica. E se nell’installazione a schermi multipli che l’artista sudafricano aveva dedicato alla Coscienza di Zeno di Italo Svevo sopravviveva lo sguardo esterno ed ironico del narratore, nell’opera allestita e diretta al Teatro Costanzi di Roma – ma si tratta di una coproduzione internazionale che coinvolge la Metropolitan Opera di New York, l’English National Opera di Londra e la De Nationale Opera di Amsterdam – fino al 30 maggio, si sprofonda, fin dal prologo, nelle tinte fosche dell’ossessione, della passione sensuale, stretti nelle maglie dei pensieri più intimi e delle allucinazioni più torbide dei protagonisti.

UN DRAMMA BORGHESE

Va detto che Lulu, iniziata da Berg nel 1925 e lasciata incompleta dieci anni dopo, è un dramma borghese di maschere, costruito per contrasto: da un lato sono riconoscibili tutti i cliché del periodo storico a cui appartiene, dall’altro sopravvive una vena dolente che salva l’opera dal diventare una crudele farsa.
Una sofferenza profonda segna tutti i personaggi di Berg, ad iniziare dalla protagonista, il cui nome dà il titolo all’opera, splendido esemplare di ammaliatrice innocente e consumata, in grado di evocare, fin dal suo ingresso in scena, tutto un immaginario primonovecentesco di donne voraci e crudeli, di Melusine incontentabili, disperate e senza anima, di quelle castranti – per dirla con Freud – o addirittura assassine. Non è da meno il circo di uomini che si contende Lulu, cinici, fatui, volgari, truffatori, eppure nostalgici nel loro proprio disincanto, nella solitudine che li ritaglia dalla realtà: e se Berg aveva scelto il timido antieroe Alwa come suo alter ego, la stessa cosa fa Kentridge, modellando il personaggio a partire da una foto del compositore e procedendo con gli altri per simmetrie; laddove Berg aveva giustapposto tonalità e motivi ricorrenti, Kentridge affida agli attori doppi ruoli e li veste sempre allo stesso modo in modo che siano immediatamente riconoscibili, per quanto inquietanti nella loro alterità.

LA NATURA DELLE OSSESSIONI

Sulla scatola scenica Kentridge è intervenuto utilizzando pannellature scorrevoli e videoproiezioni: i suoi disegni – quelli che lo hanno reso celebre – che si modificano in divenire, questa volta sono attraversati da pennellate di inchiostro: “Un segno deciso di inchiostro nero” ha spiegato l’artista “evoca all’istante un colpo di lama tagliente, come uno di quelli che nell’epilogo uccidono Lulu”. Così mentre l’opera procede nel suo crescendo drammatico, i disegni proiettati – trattati da Kentridge come burattini – materializzano i pensieri contrastanti che attraversano la mente dei protagonisti: su tutto, il corpo di Lulu, nudo, disarticolato o avvolto nelle spire di un serpente, è il motivo che sempre ricorre, perché, come dice l’artista, “L’opera di Berg si focalizza su questo tema: la natura delle ossessioni”.

L’INTERMEZZO IN FORMA DI CORTOMETRAGGIO

A far da raccordo, tra la prima e la seconda parte del secondo atto, un film di due minuti, realizzato dall’artista secondo le “istruzioni” fornite dallo stesso autore: per Kentridge un’occasione per omaggiare la straordinaria stagione del cinema espressionista tedesco e anche per sintetizzare – proprio come avrebbe voluto Berg – l’omicidio, il processo, la prigionia e la malattia che segneranno l’inizio del declino di Lulu.
Ad affiancare i protagonisti sulla scena, due personaggi “quinta” esterni alla narrazione che non parleranno mai – nonostante siano identificati come “attore” e “attrice” nel libretto, ma che piuttosto evocheranno come maschere brechtiane quello che accade nella storia attraverso gesti e movimenti. Così Lulu diventa un tessuto denso e difficile; è impossibile vedere tutto dell’opera diretta da Kentridge, perchè – volutamente – sulla scena accadono troppe cose in simultanea e – accanto al dramma amoroso, c’è spazio anche – in una delle scene corali più belle – per una critica alla speculazione economica, che risuona – considerando il periodo a cui appartiene il dramma – di agghiacciante attualità.
Kentridge lavora stratificando, come nelle sue animazioni più celebri: una scelta che rende perfettamente la vera anima dell’opera, una contraddittoria, estenuante discesa nel groviglio delle passioni umane.

-Maria Cristina Bastante

www.operaroma.it

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