La nuova musica classica è per tutti?

Settore solo in apparenza immutabile, quello della musica classica è un mondo che può riservare sorprese. Specie se a prendere la parola è un’etichetta discografica fondata nel 1898.

Max Richter - photo Yulia Mahr
Max Richter - photo Yulia Mahr

Mettiamoci per qualche minuto – grossomodo il tempo necessario a leggere questo articolo – nei panni di un melomane vecchio stile alle prese con lo tsunami di uscite discografiche che caratterizza il “mercato musicale” dei nostri tempi. Chiamiamolo Hans, in omaggio al protagonista de La montagna magica di Thomas Mann, Hans Castorp, e alla sua strana abitudine di classificare la musica – i dischi della cospicua collezione del sanatorio Berghof – a seconda che la ritenesse innocua o pericolosa.
Il nostro Hans ascolta musica classica (proprio come Castorp) e ha edificato le basi della sua cultura musicale su una collezione di LP e CD che custodisce gelosamente nel suo studio. I vinili iniziano a usurarsi, quelli che ha ascoltato più spesso emettono fastidiosi fruscii; di molti altri è l’involucro di cartone a mostrare i segni del tempo.
Non ho idea di come Hans si rifornisca di musica da due anni a questa parte. So solo che continua a dedicarle una cospicua somma di denaro e che ha scarsa dimestichezza con Internet. L’etichetta discografica Deutsche Grammophon resta per lui un luogo imprescindibile, che lo aiuta a discriminare il buono dall’eccellente. Ha sempre usato il suo catalogo come metro di paragone per scegliere tra diverse esecuzioni di una stessa opera: d’altra parte, come recita il claim aziendale, “Deutsche Grammophon is classical music”, con tanto di grassetto sul verbo essere.

Emile Berliner, fondatore della Deutsche Grammophon
Emile Berliner, fondatore della Deutsche Grammophon

DAL 1898 A OGGI

Quando, nel maggio del 2012, la gloriosa etichetta fondata da Emile Berliner nel 1898 ha fatto uscire in edizione economica i primi cinque titoli della serie 20C-Greatest Composers of the 20th Century, li ha acquistati in blocco. Giudica pericolosa la musica del XX secolo, ma si è fatto convincere da tre fattori: il prezzo contenuto, il layout grafico decisamente indovinato e i nomi coinvolti (Abbado che dirige i Berliner, per capirci). Risultato: non ha cambiato idea su Stockhausen e Reich, che continua a non apprezzare; ha dovuto convenire sulla grandezza oggettiva di Varèse e Berio; ha scoperto che la musica di un compositore che conosceva appena, Golijov, può riservare piacevoli sorprese.
È un completista, e dunque non ha perso nessuna delle altre quindici uscite. Nel 2014 può utilizzare argomenti sottili a sostegno dei suoi giudizi tranchant sui classici del Novecento: Berg, Webern, Ligeti, Carter, Henze, Boulez, Rihm, Gubaidulina fanno musica pericolosa; Orff, Ives, Bernstein, Pärt, Glass innocua.
Ma ci sono dischi che la Deutsche Grammophon mette in commercio dal 2008 sui quali Hans non riesce a esprimersi. Gli risultano inclassificabili. Non è un caso che occupino un settore distaccato della sua discografia – se ne stanno isolati in uno scomparto che dovrebbe costituire il ponte verso il futuro, verso gli scomparti a venire. È la musica classica del presente per l’ascoltatore medio? Colto e curioso come Hans, ma arroccato su una linea del tempo che non ammette deviazioni? Quello scomparto si è presto riempito dei titoli della serie Recomposed, che permette a grandi nomi della scena elettronica internazionale di rovistare nel catalogo storico dell’etichetta e di ri-comporne alcuni frammenti in pastiche più o meno godibili. L’operazione decostruttiva operata da Max Richter sulle Quattro Stagioni di Vivaldi ha avuto un successo tale che qualcuno deve aver pensato di lasciare carta bianca al compositore tedesco, ormai un autore Deutsche Grammophon.

Jóhann Jóhannsson, OrphéeDUBBI E FUTURO

C’è qualcosa che non torna, però: le sue sembrano tutte composizioni che “ascoltano per l’ascoltatore”, come diceva Adorno. Se è davvero questa la musica classica del presente, la sua nemesi è consistita nel trasformarsi in ancella per immagini in movimento. Hans non lo sa, ma Max Richter e Jóhann Jóhannsson, che ha appena esordito su DG con Orphée, hanno alle spalle anni e anni di gavetta tra etichette discografiche di culto, concerti per pochi intimi ed edizioni limitate. Poi l’industria cinematografica si è accorta di loro. Hans si esporrebbe a tutti i pericoli del mondo pur di non cedere all’idea che il futuro della classica sia legato a doppio filo a quello della musica per film. Ha già perso troppo tempo (“Sette anni rimase Castorp tra quelli lassù”): la sua fuga dal Berghof lo porterà in luoghi ignoti e inesplorati che già intravede grazie a una potentissima connessione Internet.

Vincenzo Santarcangelo

www.deutschegrammophon.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #34

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Vincenzo Santarcangelo
Vincenzo Santarcangelo insegna al Politecnico di Torino e allo IED di Milano. Membro del gruppo di ricerca LabOnt (Università di Torino), si occupa di estetica e di filosofia della percezione. È direttore artistico della rassegna musicale “Dal Segno al Suono”, presso il MUSMA - Museo della Scultura Contemporanea (Matera). È autore di “Have Your Trip. La musica di Fausto Romitelli” (Milano 2014) e curatore delle edizioni italiane de “L’approccio ecologico alla percezione visiva” di James J. Gibson (Milano 2014) e “Il museo immaginario delle opere musicali” di Lydia Goehr (Milano 2016). Scrive per La Lettura (Corriere della Sera), Artribune e il Tascabile Treccani.