“Wild Horse Nine”. Il film con Malkovich e Rockwell sull’Isola di Pasqua tra spie, segreti e vecchie amicizie
Martin McDonagh torna dietro la macchina da presa con una commedia nera ambientata nel Cile del 1973. Un viaggio ai confini del mondo, dove il passato pesa più di qualsiasi missione e l’amicizia diventa una questione di coscienza
L’Isola di Pasqua, con le sue gigantesche statue di pietra e il Pacifico a perdita d’occhio, è lo scenario scelto da Martin McDonagh per Wild Horse Nine, il suo nuovo film con John Malkovich, Sam Rockwell e Steve Buscemi, presentato in anteprima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia e nelle sale dal 5 novembre con Searchlight Pictures. Conoscendo il regista di Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell’isola, è facile intuire che anche in questo angolo di paradiso, lontano da tutto e da tutti, la tranquillità è destinata a durare ben poco.
“Wild Horse Nine”: una storia ambientata nel Cile degli Anni ‘70
La storia è ambientata nel 1973, in un Cile attraversato dalle tensioni che porteranno al golpe contro Salvador Allende. Chris e Lee, due agenti della CIA con una lunga carriera alle spalle e parecchi scheletri nell’armadio, vengono spediti da Santiago sull’Isola di Pasqua. A interpretarli sono appunto i giganteschi Malkovich e Rockwell, mentre il loro superiore, MJ, ha il volto inconfondibile di Buscemi. Nessuno, naturalmente, dice tutta la verità su se stesso e su quello che sta facendo.
Chris e Lee, due amici che non ti aspetti
Chris è un uomo stanco, arrivato a quel punto della vita in cui i ricordi cominciano a fare più rumore del presente. Ha trascorso decenni al servizio di un sistema che gli ha chiesto di tutto, e adesso si ritrova a fare i conti con le proprie scelte. Lee gli è rimasto accanto per anni, tra missioni, segreti e compromessi. Ma quando gli ordini ricevuti mettono in discussione proprio quell’amicizia, anche la lealtà diventa un terreno scivoloso. L’incontro di Chris con due studentesse ribelli, interpretate da Mariana Di Girolamo e Ailín Salas, finirà per complicare ulteriormente le cose.

Un film tra tono comico e tragico
McDonagh non sembra interessato soltanto agli intrighi della Guerra Fredda. Quello che gli preme raccontare è proprio il rapporto tra due uomini che si conoscono forse troppo bene, che hanno condiviso tutto senza necessariamente essersi detti tutto. “L’affetto tra questi due uomini, ecco il cuore della storia”, racconta il regista. E naturalmente c’è l’umorismo nero, quello che arriva quando meno te lo aspetti e ti strappa una risata anche nelle situazioni peggiori. Rockwell ha riassunto il film come la storia di “due idioti bianchi over 50” che partono per un’ultima avventura e finiscono nei guai. Una battuta che dice molto del tono scelto da McDonagh, sempre pronto a mettere il ridicolo accanto al tragico.
Rapa Nui, non solo una cornice esotica
Fondamentale è anche Rapa Nui. Non una semplice cornice esotica, ma un luogo che entra nella storia, con il suo isolamento, i silenzi e quella sensazione di essere davvero lontani da tutto. Un paesaggio che sembra fatto apposta per uomini incapaci di lasciarsi alle spalle il passato. “Per Tre Manifesti, ricordo che abbiamo setacciato un sacco di stati alla ricerca di una cittadina di vecchio stampo con un’unica strada così stretta da poter lanciare una molotov da una parte all’altra”, racconta McDonagh. “E con Gli Spiriti dell’Isola abbiamo girato a Inishmore e poi abbiamo scoperto Achill Island, unendo le due location. Per questo film, la caratterizzazione della location si è evoluta attraverso diverse versioni della sceneggiatura. Rapa Nui è la massa di terra più lontana in assoluto da qualsiasi altra al mondo; quel senso di isolamento e distanza ha permeato il film non appena abbiamo iniziato le riprese”.

Un imperdibile western malinconico
Ed è proprio questo paesaggio a dare al film anche un’anima western, tra cavalli selvaggi e due agenti della CIA che sembrano vecchi pistoleri arrivati alla fine della loro corsa. Un’atmosfera che si ritrova nella colonna sonora firmata da Carter Burwell, tra suggestioni alla Ennio Morricone e sonorità più lontane. Agli strumenti a corda andini si mescolano infatti le percussioni del gamelan, creando un accompagnamento musicale sospeso tra malinconia, mistero e un pizzico di magia. Una musica che sembra raccontare anche ciò che i protagonisti non riescono a dirsi, mentre intorno a loro l’isola continua a custodire i suoi silenzi millenari.
Con Wild Horse Nine, McDonagh torna dunque a parlare di colpa, amicizia e fragilità umane, senza rinunciare al gusto per le situazioni assurde e i personaggi imperfetti. Stavolta, però, dietro le battute e i segreti delle spie, sembra esserci soprattutto una domanda: fino a che punto siamo disposti a spingerci per qualcuno a cui vogliamo bene?
Margherita Bordino
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati