Il diavolo veste ancora Prada? Aspettando il sequel
A vent’anni dal film iconico, tra nostalgia e nuove consapevolezze sul lavoro e il potere femminile, cosa ci aspettiamo davvero dal secondo capitolo?
Aspettare Il diavolo veste Prada 2 è un esercizio di memoria collettiva, ma anche un piccolo atto critico: tornare a un film che abbiamo interiorizzato quasi senza accorgercene e scoprire che, nel frattempo, siamo cambiate noi. Nel 2006, quando usciva nelle sale la commedia diretta da David Frankel e basata sull’omonimo romanzo di Lauren Weisberger, il racconto di Andy Sachs (Anne Hathaway) sembrava una parabola chiara: entrare in un mondo ostile, adattarsi, impararne il linguaggio e — solo alla fine — scegliere chi essere davvero. Oggi, quella stessa traiettoria si incrina, si complica, forse persino ci infastidisce.
“Il diavolo veste Prada” come dispositivo culturale
Perché Il diavolo veste Prada non è stato solo un film di successo: è stato un dispositivo culturale. Ha codificato un’estetica, certo — il ceruleo, le silhouette affilate, il potere raccontato attraverso il guardaroba — ma soprattutto ha imposto una narrazione del lavoro femminile che per anni abbiamo considerato inevitabile. La dedizione assoluta, l’ambizione come sacrificio, la resistenza come virtù. La “girlboss stacanovista”, prima ancora che la chiamassimo così.

Miranda, Andy, Emily: chi ci appartiene veramente?
Miranda Priestly (Meryl Streep) – alter ego cinematografico di Anna Wintour, temutissima direttrice di Vogue America -, con la sua voce bassa e il suo sguardo chirurgico, incarnava un modello di potere che non chiedeva di essere amato, solo rispettato. Andy, al contrario, era il nostro punto d’ingresso: goffa, fuori posto, quasi impermeabile al fascino della moda. Eppure, proprio attraverso la trasformazione estetica — che il film mette in scena con un piacere quasi coreografico — passa la sua legittimazione. Come se capire cosa indossiamo fosse il primo passo per essere prese sul serio. O, forse, per prenderci sul serio. E poi c’era Emily (Emily Blunt), con il suo sarcasmo affilato e la fragilità nascosta sotto strati di cinismo. A distanza di vent’anni, è forse lei il personaggio che più ci somiglia: stanca, iper-performante, consapevole del gioco ma incapace di sottrarsi davvero.

“Il diavolo veste Prada”: un successo che passa dalla moda e dai costumi
Il successo del film — enorme, trasversale, persistente — si spiega anche così: Il diavolo veste Prada ha raccontato il lavoro come identità prima ancora che come mezzo. E la moda come linguaggio del potere, non semplice decorazione. In questo, il contributo della costumista Patricia Field – nota anche per il suo lavoro in serie di successo come Sex & The City e Emily in Paris – è stato decisivo, non solo per l’impatto visivo ma per la stratificazione culturale che portava con sé: nel 1966 inaugura a Greenwich Village la propria boutique, che ben presto diventa il punto di ritrovo dell’arte alternativa e della vita notturna newyorkese. Negli Anni Ottanta, mentre Keith Haring ne allestisce le vetrine e Jean-Michel Basquiat vende lì indumenti dipinti a mano, Field inizia a lavorare anche come costumista per il cinema e la televisione. Un percorso che spiega perché, sullo schermo, ogni look sembri sempre raccontare qualcosa di più di ciò che mostra.
Come è cambiato sul stile sul lavoro in questi anni
Eppure, qualcosa oggi non torna più. La retorica della disponibilità totale, del sacrificio come passaggio obbligato, ci appare improvvisamente datata. Non perché il lavoro conti meno, ma perché abbiamo iniziato a interrogarci su quanto debba costare. Le prime immagini del sequel sembrano suggerire un cambio di passo: Andy è ancora in corsa, telefono e caffè alla mano, ma il suo stile parla un linguaggio diverso. Più asciutto, più controllato, meno urlato. È l’estetica del quiet luxury, certo, ma anche di un potere che non ha più bisogno di dimostrarsi attraverso l’eccesso. Un potere che, almeno in apparenza, si concede il lusso della misura.
Resta da capire se cambierà anche la narrazione. Se quel mondo — competitivo, gerarchico, totalizzante — verrà messo in discussione o semplicemente aggiornato. Se Andy correrà ancora, o se finalmente si fermerà a chiedersi verso cosa.
Aspettare Il diavolo veste Prada 2, allora, non è solo nostalgia. È curiosità. È il desiderio di vedere se il film che ci aveva insegnato a desiderare tutto saprà anche dirci cosa vale la pena lasciare indietro.
Margherita Bordino
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