La memoria privata diventa storia collettiva nel film “My Father’s Shadow”
L’esordio nel lungometraggio di Akinola Davies Jr, presentato a Cannes, trasforma la crisi elettorale nigeriana del 1993 in un racconto intimo su paternità, perdita e identità
A cinque anni dalla vittoria del Best Short Film al Sundance Film Festival con Lizard, Akinola Davies Jr debutta nel lungometraggio con My Father’s Shadow, presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes, dove ha ottenuto una menzione speciale per la Caméra d’Or. Scritto insieme al fratello Wale Davies, il film è un racconto intimo e politico al tempo stesso, capace di fondere memoria personale e storia collettiva, trasformando un trauma nazionale in un’esperienza cinematografica profondamente umana.
La trama del film “My Father’s Shadow”
Ambientato nell’arco di una sola giornata a Lagos, durante la crisi elettorale nigeriana del 1993, My Father’s Shadow – in sala con MUBI, segue un padre separato dai suoi due figli mentre attraversa una metropoli sull’orlo del collasso. I disordini scatenati dall’annullamento delle elezioni vinte da Moshood Abiola (MKO) fanno da sfondo a un viaggio che diventa progressivamente una prova di resistenza emotiva. Il film nasce da un’urgenza personale: i fratelli Davies hanno perso il padre in giovane età, e questa assenza è diventata il nucleo emotivo del progetto, sviluppato nel corso di oltre dieci anni, a partire da una prima bozza del 2012.
La storia della Nigeria in “My Father’s Shadow”
Il 1993 rappresenta uno spartiacque nella storia recente della Nigeria. Come ricorda Akinola Davies Jr, l’annullamento delle elezioni fu il catalizzatore di una nuova fase di repressione militare e violazioni dei diritti umani, spezzando le speranze di una nazione giovane ma già segnata da profonde instabilità. Wale Davies, che all’epoca aveva dieci anni, rievoca l’euforia diffusa durante il voto e lo shock improvviso che seguì: un entusiasmo collettivo trasformato in paura, vissuto anche attraverso gesti quotidiani di sopravvivenza. Questo sguardo infantile, sospeso tra inconsapevolezza e intuizione, attraversa tutto il film.
Lagos come protagonista del film
Lagos non è soltanto una ambientazione, ma un vero e proprio personaggio. Per Wale Davies, cresciuto nella metropoli, ogni scorcio della città è una scena cinematografica in potenza. Girare a Lagos era dunque imprescindibile, così come mostrare una Nigeria lontana da rappresentazioni stereotipate. Il contrasto con Ibadan — più verde, raccolta e silenziosa — rafforza visivamente il senso di appartenenza e spaesamento, come sottolinea il direttore della fotografia Jermaine Edwards, che ha lavorato per valorizzare le differenze tra i due spazi come fossero stati d’animo.
L’accuratezza dei costumi in “My Father’s Shadow”
Un ruolo centrale nella ricostruzione del mondo del film è svolto dai costumi, curati da PC Williams, vincitrice di un BAFTA e collaboratrice storica di Akinola. Il regista sottolinea quanto la sua presenza sia stata fondamentale, non solo per l’altissimo livello di professionalità, ma anche per la capacità di guidare il lavoro con rigore e umanità. Vestire un film corale, popolato da decine di personaggi, richiedeva un’accuratezza storica estrema, soprattutto in un periodo come gli anni Novanta, di cui esistono pochissime immagini della vita quotidiana in Nigeria.
Un racconto corale con radici personali per Akinola Davies Jr
Proprio questa mancanza di riferimenti ha spinto P.C. Williams verso una ricerca più intima e personale, attingendo alle fotografie d’infanzia dei fratelli Davies e alle immagini legate alla storia familiare. Da qui nasce un uso consapevole del colore e delle texture, una combinazione equilibrata di abiti occidentali e tradizionali, con tonalità più tenui e pittoriche rispetto alle stampe contemporanee. Wale Davies racconta come vedere quei costumi sul set fosse come assistere alla materializzazione di un sogno: un ritorno visivo e sensoriale al 1993, in cui l’abbigliamento diventa espressione di identità, energia e memoria culturale.
Anche la produzione ha riconosciuto la forza di questo lavoro, capace di alimentare il film e, allo stesso tempo, di esserne alimentato. Jermaine Edwards, colpito dalle moodboard create da P.C. Williams, ha cercato di restituirne tutta la ricchezza attraverso l’obiettivo, consapevole di quanto la costruzione visiva di quel mondo fosse essenziale per la credibilità e la potenza emotiva del racconto. My Father’s Shadow si impone così come un esordio maturo e stratificato: una lettera d’amore a un padre perduto, a una città complessa e a un Paese segnato da ferite ancora aperte. Un film che dimostra come il cinema possa farsi spazio di memoria, ricostruzione e, soprattutto, di profonda riconnessione emotiva.
Margherita Bordino
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